Rossomalpelo
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Sergio Rossomalpelo Gaggiotti racconta “Sgarbato”

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L’artista romano Sergio Rossomalpelo Gaggiotti ha tracciato una strada del tutto personale nella canzone d’autore italiana fin dagli esordi con il quintetto Rossomalpelo (definiti da Vincenzo Mollica “una tra le migliori band di musica d’autore di sempre”). Capace di fondere jazz, tango, blues, musica popolare e caraibica, con un’evidente impronta di Jazz Manouche e Gipsy Jazz, con la carriera solista, la sua musica ha attraversato i confini nazionali raggiungendo ascoltatori in 118 Paesi, copie vendute in 35 mercati esteri, centinaia di concerti e il quarto posto nella “The Vatican Playlist” (unico artista italiano presente). In merito al recente progetto dal titolo “Sgarbato“, questo quello che ci ha raccontato.

Partiamo dalla spina dorsale di Sgarbato: la tracklist. Il mare mi salva, Aprono i bar, Viaggià pe’ sempre, Pesci piccoli, QUM, Kalua, Forse se, Sebby, Charlie e Margot. Che filo viscerale e narrativo lega questi otto tasselli?

Grazie per questa domanda, è difficile poter parlare di ragioni intime e di scelte, non sempre è possibile per via di una vita che scorre veloce e le risposte, che devono essere puntuali, precise ed esaustive, non godono del tempo necessario per essere elaborate vista la mole di informazioni che siamo invitati a seguire. Ciò che contraddistingue questa sequenza di brani, oltre la precisa natura di forma canzone e la scelta d’arrangiamento che ne consegue per divergenze tra i mondi rappresentati, è la volontà di far convivere due tempi, due epoche distinte della mia vita artistica e intima attraverso scelte narrative in assoluta assonanza con ciò che ho vissuto, da restituire esattamente e nella forma più vicina al reale, narrate per quello che sono e vestite di musica vera, realizzata con strumenti reali. Il contenuto più viscerale è rappresentato dal mare, dall’argine di salvezza che costituisce questo elemento fondamentale per la mia vita ed essenziale ad ogni sogno, per ogni salvezza. Un luogo, anche, che per sua natura estremamente rappresentativa riesce in questa sua semplice ma definita capacità, ad essere sfondo e scenografia, prosa e mistica evocazione di un presente non vissuto fisicamente ma presente di fughe e ragioni che portano a salvazione. Il termine di un viaggio in macchina per arrivarci, l’idea che può essere sentito a Roma, che per me ha ed è mare, puntato di ombrelloni e teli da bagno, di persone che si scaldano e riflettono leggendo pagine di giornale stropicciate dal vento. Il mare dove senti il vento, quello che soffia e pettina i pensieri, li scompiglia, il mare di un ballo che senti seguendo musica da dentro, il mare nel quale cresci che rappresenta il mondo, il buio, la luce, l’ossigeno e la vita, il mare lontano dalla vita di un gatto, ma che esiste nell’idea strampalata di uno scrittore che lo vede lì, a correre e gestire inseguimenti nel caldo di un pomeriggio con troppo sole dove essere salvati è anche essere lasciati. Tutto si unisce al narrato di salvezza dal buio della depressione, dell’ansia, in un mondo confortato da scelte, dalla percezione degli altri e dalla certezza che c’è una fine che non è morte ma vita, pur vissuta nel costante abbandono e vuoto che lascia una perdita. La leggerezza poi, unisce con filo sottile trame che sembrano dure, drammatiche e insostenibili, colmando quei vuoti con il potere del filo che unisce due lembi di tessuto strappati, rendendo di nuovo il vigore allo sguardo che mai è stanco di osservare il mondo. Le azioni si compiono col giusto peso che hanno e per quanto possano essere concrete e distanti da ciò che si desiderava per noi e per gli altri, sono comunque la prova che esistere è bello.

Oltre alla musica, la tua urgenza espressiva si è spesso riversata nella parola scritta con la pubblicazione di diversi libri. Come si incastrano il Sergio scrittore e il Sergio cantautore/compositore? La penna che scrive un capitolo è la stessa che compone una strofa?

Fermo rispondo di sì. Non c’è differenza tra questi miei me che scelgono ora la prosa, ora la forma canzone. Narrare non è soltanto questione di tecnica o stile, io esprimo quello che sento con forme e tecniche che hanno bisogno di tempo, tempo per la realizzazione, tempo da seguire, da tenere in conto come metrica ed espressione. Il tempo è la base e l’elemento sulla quale si compie la scelta. A volte non basta, per ciò che voglio affrontare come argomento narrativo, quello breve di una canzone. Altre mi occorre il respiro che offre un racconto, il tempo appunto, per far accadere le cose che sento. Non ho bisogno di incastrare i miei me, sono sempre me stesso, non credo ci siano differenze, soltanto è di nuovo questione di tempo e di voglia, per imparare e studiare, per leggere e affrontare. Non è questione di fortuna solo di scelta, io che lavoro come tutti, che spendo il mio tempo nel traffico e sogno, cerco e trovo il tempo che serve a formarmi. Ho scelto e continuo a studiare, leggo e lavoro, guido, vivo, ciò che di sicuro non faccio è lasciarmi rubare tempo prezioso da cose che non hanno mai avuto valore, come passare del tempo su piattaforme assurde dove di sociale non riesco a vedere nulla, vivo gli amici in presenza, cucino per loro, amo fare la spesa e l’unica moneta in grado di garantirmi tutto è il tempo, che scelgo, che uso e che, anche se poco, sa restituirmi molto più di quello che investo.

Facciamo un salto indietro nel tempo: nel 2008 incontri Goran Bregović prima dell’esibizione a Ostia Antica, una tappa fondamentale che ha accompagnato la chiusura del tuo terzo disco, 23 con il pelo e con il vizio. Cosa ti ha lasciato umano e musicale quell’incontro con la musica balcanica e con la sua dimensione festosa e tragica?

Quell’incontro fu magnifico, volle incontrarmi, non ho mai chiesto perché, le cose accadono ed è meglio non perdersi nella ricerca dei come ma al contrario godersi il momento per quello che vale. Non ci furono richieste di collaborazione, io non le avrei mai avanzate, lui per me rappresentava la possibilità di poter fare una chiacchierata e domande su cosa fosse per lui la scrittura e così fu, ci perdemmo tra narrazioni di musica popolare e studi di armonia tutti rivolti alla possibile futura capacità di metterle su carta. Quell’incontro è un tesoro che tengo per me e con me, mi ha lasciato la voglia di scrivere e trascrivere, la semplicità evidente che trovai in quell’uomo fu disarmante, non si comportò da personaggio, mise sul piatto la sua leggerezza, la sua tenerezza, mi parlò del mio disco, che aveva ascoltato e lo aveva fatto davvero perché arrivarono puntuali le sue indicazioni, le sue considerazioni sulla mia musica che qualche giornalista aveva definito anche balcanica e che invece lui trovò sperimentale e primordiale, come deve essere disse, il lavoro a cui un essere umano si approccia, lo studio e la conoscenza servono a permetterci di avanzare in territori poco conosciuti con il passo leggero e più li conosci più il tuo avanzare è guardingo e attento, perché sai nel profondo che avanzare è imparare e non ci si ferma, si avanza soltanto. Cosa poter volere di più se non la conferma che il mondo è magnifica tela sulla quale posare lo sguardo, disegnare e imparare.

La tua carriera vanta anche una forte vicinanza alla scrittura per il teatro. Quanto c’è di drammaturgia e di “messa in scena” nella costruzione delle tue canzoni?

La musica e lo spettacolo che ne consegue può ben essere rappresentata dal teatro, ha una sua capacità di trasportarti altrove con la bastevole presenza di pochissimi elementi. La drammaturgia è l’elemento base, ciò che si compone per essere rappresentato è vita incollata sulle note e su parole significative che si scelgono in modo che possano essere presentate in forma univoca e totale ad un pubblico che può viverle diventando parte integrante delle storie. Scrivere canzoni è azione teatrale, personaggi e storie si intrecciano in una narrazione e dove c’è “messa in scena” non c’è finzione, la messa in scena è l’arte di rappresentare con ciò che si ha a disposizione la vita che si vuole raccontare, tutto è finto ma concorre, con il suo bagaglio di veridicità assoluta, al fine di rendere reale ogni cosa che vedi sul palco. Nei brani la messa in scena è fondamentale, è la presentazione di una scenografia che da sola basta a rendere l’intera storia reale. Basta il disegno accennato di un albero a farti credere che quell’albero sia vero, ci credi perché le parole e ciò che accade intorno a quel disegno rendono inutile la sua presenza come pianta, piuttosto è la sua capacità di rappresentare che è forza e senza le parole, senza la volontà drammaturgica e la messa in scena tutto diventa piccolo, forse anche ridicolo. La canzone ha bisogno di quel disegno appena accennato, perché assume la forza reale di imprigionare in un segno, significanza totale.

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Oggi si tende a sovraesporsi e a vivere di presenza digitale costante. Tu hai scelto una via lavorativa più riservata, decidendo di non affidare il disco al mare magnum dei social. È un atto di resistenza o una necessità di tutela personale e artistica?

Nessuna resistenza, la mia è una scelta deontologica. Esistere non è certificato dalla presenza on line ed essere costantemente disponibili agli occhi e alle orecchie di tutti crea, secondo me, il paradosso sociale della comunicazione mortificata. Se qualche tempo fa abbiamo assistito all’arrembaggio della comunicazione massificata, cioè redatta per sfruttare tecniche e tecnologie che permettessero la diffusione totalizzata di messaggi devianti con il fine pandemico della pubblicizzazione di un’idea, e già questo fu bastevole al disgregamento della validità sociale della comunicazione, oggi assistiamo al paradosso dell’uso del termine social o sociale per il quale queste parole non hanno più valore di contesto, di rappresentazione allargata, diventano invece i sinonimi ormai non più neanche sottointesi di termini che in altri tempi ci avrebbero indotto alla disertazione, alla contestazione, alla rivolta. Quelle parole oggi hanno la stessa significanza di una rete da pesca, di quelle usate per il tipo di pratica vietata che è la pesca a strascico. Questa tecnica ci rende tutti, ineluttabilmente, prede e per di più paganti. Io dissento. Rifiuto e mi astengo dall’essere partecipe a questa distruzione, preferisco restare l’invisibile che sono sempre stato senza cedere alle lusinghe di industrie e a quelle di un mercato che non sa e non può difendermi. Preferisco l’esilio auto imposto da quella rete usata per lo strascico. Non lotto, non difendo l’artista, ho una spregiudicata e Sgarbata preferenza per l’uomo.

Se fossi costretto a indicare un brano preferito all’interno di questa tracklist, quale sceglieresti? O vale la classica regola per cui “sono tutti figli” e la scelta è impossibile?

Direi che vale questa regola ma sceglierne uno non significa determinarne il destino quindi sì, posso e lo farò con premessa, leggera e breve stavolta, che invitarmi a scrivere è anche lasciarmi spazio infinito per fare ciò che amo. Non c’è bisogno di essere costretto a scegliere, i brani non sono persone e sceglierne uno non significa esclusivamente preferirlo. Si tratta di dare il peso ad un testo o ad un arrangiamento particolarmente significativi nel momento in cui ci viene posto il quesito. Amo tutti i brani non perché li sento come figli, semplicemente perché non sarebbero finiti in un disco altrimenti, non c’è spazio in un quadro, per esempio, per un elemento che non sia propedeutico al fine che si è imposto l’autore, il pittore. Quindi sì c’è e la mia scelta, in questo esatto momento, è “Forse se, solo se, una fermata in centro”. Dentro è descritto l’attimo in cui la mia vita è cambiata con una semplice scelta. Rappresenta il mio intimo atto di ribellione a tutto ciò che mi opprime, che determina la convinzione che una lotta intestina tra tutti i miei me che abitano dentro, non sempre genera dramma o rottura, ma spesso rinascita e vita nuova.

Come stai pensando e strutturando la dimensione live di questo disco? Che tipo di esperienza attende chi verrà a vederti dal vivo?

Sto lavorando a tutto questo già da qualche tempo, da prima che il disco fosse terminato. Ho immaginato sostanzialmente tre set, un trio, un quintetto ed un’orchestra di 16 elementi. Sto scrivendo le parti per l’orchestra arrangiando le voci per jazzisti che hanno già comunicato la loro adesione al progetto. I tre set diversi dipendono direttamente dalle possibilità offerte, sono conscio che l’orchestra vedrà enormi difficoltà, non è semplice per un indipendente portare avanti un progetto come questo, è una specie di pazzia, un sogno. Le altre due formazioni, più snelle e semplici da gestire, sono invece già pronte, ma anche per loro c’è sempre il problema di trovare date e luoghi. Non ho imprese alle spalle, nessuna agenzia di booking, nessuna etichetta e quindi, molto difficile risulta per me occuparmi anche di questo. Ci proverò però, confido nella circolazione autonoma del disco e nelle possibilità che potrà offrire il farlo ascoltare, ma non sono certo che questo accadrà, nulla è scontato quando l’unico veicolo è il passaparola, ci vuole tempo e il disco deve risultare forte, non posso essere io a decidere tutto questo e accetto il verdetto che uscirà dall’ascolto. Quello che è certo è che sarà divertente se capita, l’orchestra si chiama OGM ovvero Orchestra Geriatrica Malpelo. Un nome divertente, un significato altro che prevedrà anche significati diversi per lo stesso acronimo. Ogni concerto vedrà svelato uno di questi e sono tanti, ormai centinaia raccolti in un libretto che regalerò ad ogni spettatore. Saranno previsti arrangiamenti divertenti e molto spazio per l’improvvisazione, al gesto jazzistico di intervenire senza limitazioni. In tutti i set questo sarà elemento fondamentale, amo il Jazz, la musica Popolare, il Jazz Manouche e la canzone d’autore, tutto questo troverà spazio adeguato all’interno di una narrazione divertente come quella che secondo me il Jazz può offrire. Ci saranno racconti, parole, momenti seri e altri divertenti, che la vita è una ma i fatti sono tanti e troveranno spazio in uno spettacolo che per primi diverta i coinvolti, i musicisti, poi spero anche gli astanti. Non mi aspetto altro che poter realizzare queste cose su un palco, noi saremmo già pronti, ma non sarà facile, forse addirittura impossibile, ma se dovesse accadere, saremo pronti.

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