
Hip Hop e cultura ultras hanno storie diverse, ma condividono un forte senso di appartenenza, identità e rispetto per le proprie radici. Con “Dodicesimo Uomo”, Duvan porta queste due realtà all’interno dello stesso progetto, raccontando il legame con la città di Lecco, la passione per la curva e una visione del rap lontana dalle mode.
Un lavoro che parla di comunità, sacrificio e coerenza, ma che apre anche una riflessione sulla commercializzazione delle culture nate dal basso. Lo abbiamo incontrato per approfondire il suo rapporto con la musica, il tifo organizzato e quei valori che, dentro e fuori dallo stadio, continuano a fare la differenza.
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In Italia il movimento ultras ha una storia importante, fatta di identità territoriali, tradizioni, rivalità e aggregazione. Ma esiste anche un confine, non sempre così evidente dall’esterno, tra la cultura ultras e quella hooligan. Tu che vivi questo ambiente, come spiegheresti le differenze a chi conosce soltanto quello che viene raccontato dai media?
Oggi l’opinione pubblica confonde ultras e hooligans come confonde il rap con la trap , ma in realtà sono due sotto culture legate al mondo del calcio in modi differenti , perché sono nate in posti e in maniera diversa , come il rap e la trap con l’hip hop.
Il movimento Ultras è nato in italia con l’obiettivo di rendere il tifo all’interno dello stadio uno spettacolo tramite striscioni , bandiere , fumogeni e cori ed è fatto da gruppi con un’organizzazione interna ben precisa e che sono ben riconoscibili tra loro ,anche grazie all’abbigliamento e alle pezze col nome del gruppo esposte durante le partite. Negli anni ‘80 e ‘90 c’era anche una forte presenza della politica all’interno delle curve , cosa che oggi è andata un po’ a scemare , salvo delle eccezioni.
Gli Hooligans invece sono nati in Inghilterra e hanno come obiettivo più lo scontro fisico e le azioni a danno delle tifoserie rivali , rispetto al sostegno della squadra all’interno dello stadio. Cambiando l’obiettivo , cambia anche il modo in cui sono organizzati , infatti gli Hooligans girano in gruppi meno numerosi , meno organizzati e soprattutto poco riconoscibili da altre tifoserie e forze dell’ordine perchè utilizzano un abbigliamento più casual per andare allo stadio , preferendo vestiti più scuri ed evitando di indossare i colori sociali della squadra.
Negli ultimi 15-20 anni il movimento Ultras in italia è stato preso di mira dai vari governi con norme sempre più repressive , ciò ha portato anche gli stessi tifosi ad adottare delle contromisure , una delle quali è stata cominciare a vestirsi come gli Hooligans inglesi per risultare meno identificabili dalle forze dell’ordine e ciò ha portato la maggioranza delle persone che non sanno a non distinguere più gli uni dagli altri.
Quando si parla di tifoserie organizzate, spesso le prime immagini che arrivano al grande pubblico sono quelle degli scontri, delle tensioni con le forze dell’ordine o degli episodi di violenza. Quanto ritieni che questa rappresentazione sia parziale? E, allo stesso tempo, quanto pensi che il mondo ultras debba assumersi delle responsabilità rispetto a ciò che accade dentro e fuori dagli stadi?
Ritengo che questa rappresentazione del mondo ultras che fanno passare in tv e nei giornali sia molto parziale , ed è la stessa rappresentazione che danno anche del rap. Viviamo in un mondo dove fare del bene non fa notizia , ma appena fai del male tutti puntano il dito.Quando gli ultras aiutano le loro città a rialzarsi dopo i disastri ambientali non vedo i titoloni sui giornali , ma appena succede uno scontro le testate si attivano. Poi se aggiungiamo che la maggioranza delle testate seguono le narrative imposte dai governi , c’è tutto l’interesse a parlare del tifo organizzato come un problema per sviare l’opinione pubblica da questioni più serie. Stessa cosa quando si parla del rap e dei rapper.
Se qualcuno pensa che basti andare in curva o ascoltare un determinato tipo di musica per diventare delle persone violente il problema è di quel qualcuno , sicuramente non del movimento ultras e non dell’hip hop.
Io penso che il movimento ultras in Italia debba mettere da parte rivalità , campanilismi e tensioni interne , anche dentro le tifoserie delle squadre stesse, per unirsi sulle questioni importanti se vuole sopravvivere e rinascere dopo anni e anni di repressione seguendo il modello della Germania.
Al tempo stesso, però, credo che il mondo ultras non possa e non debba sottrarsi a un’assunzione di responsabilità. Riconoscere la parzialità dell’informazione non significa negare che esistano delle derive violente o delle infiltrazioni criminali e mafiose che nulla hanno a che fare con la passione sportiva. Il movimento deve avere l’interesse a fare pulizia al proprio interno, isolando chi usa la curva come copertura per la violenza o interessi personali. Solo dimostrando la capacità di autoregolamentarsi e di condannare fermamente i comportamenti devianti si potrà riconquistare credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Se da un lato bisogna pretendere un racconto giornalistico onesto e non generalista, dall’altro bisogna continuare a valorizzare il tifo organizzato per ciò che è nella sua essenza migliore: aggregazione, solidarietà, passione viscerale e presidio sociale insostituibile per i territori e i quartieri.

C’è un aspetto del tifo organizzato che dall’esterno può risultare difficile da comprendere: il legame quasi viscerale con una squadra, una città e determinati colori. Che cosa rappresenta per te il Lecco e cosa significa continuare a sostenere una squadra anche quando mancano risultati, visibilità e grandi palcoscenici?
Per me il Lecco è molto più di una semplice squadra di calcio: è il simbolo di una città intera, la città in cui sono cresciuto e che oggi rappresento con orgoglio.
Io sono nato e ho vissuto i miei primissimi anni in provincia di Messina. Quando mi sono trasferito a Lecco, a scuola tutti i miei coetanei tifavano Milan, Inter o Juventus, e anch’io , anche per via di mio padre , ho iniziato a seguire il Milan. Con il tempo, però, mi sono allontanato dal calcio: vedevo che quello ad alti livelli si stava staccando sempre di più dalla gente comune, diventando un mondo freddo ed esclusivo.
Poi, grazie a un mio caro amico ,che cito anche nella title track del mio EP , ho iniziato a frequentare la Curva del Lecco. È lì che ho riscoperto l’essenza pura del tifo. Un tifo che va oltre la categoria, i risultati, i trofei o la visibilità dei grandi palcoscenici, e che si fonda semplicemente sulla voglia di esserci, di soffrire insieme e di urlare al mondo l’orgoglio per la propria città.
Le curve italiane non sono tutte uguali. Cambiano le città, le storie, le posizioni politiche, le rivalità e persino il modo di intendere il tifo. Secondo te cosa distingue la cultura ultras italiana da quella di altri Paesi? E c’è qualcosa che pensi il movimento italiano abbia perso negli ultimi vent’anni?
La cultura ultras italiana è la madre di tutte le culture ultras che si sono sviluppate negli altri paesi , senza noi italiani non esisterebbe proprio il tifo organizzato per come lo conosciamo (cioè quello con tamburi , striscioni , coreografie , gruppi e organizzazione degli stessi) e diciamo che sono più i movimenti degli altri paesi che hanno dovuto distinguersi dal modello italiano. L’unica cosa che non possono copiarci e che ci distingue fortemente è il campanilismo e il modo di intendere le rivalità territoriali , questo perché , prima dell’unità , l’Italia è sempre stata divisa in staterelli , ducati e città stato che tra di loro erano sempre in conflitto e quello stesso conflitto oggi si è spostato nelle curve.
Il movimento italiano negli ultimi vent’anni ha perso molto tra divieti , repressione , fidelity card ,calcio spezzatino, prezzi dei biglietti e curve commerciali o infiltrate da logiche extra-calcistiche e ha allontanato parte di quell’anima romantica e ‘popolare’ che lo definiva.
Però c’è da dire che, nonostante tutto, lo ‘spirito’ di resistenza di certe piazze , soprattutto di provincia , resiste ancora ed è ciò da cui si dovrebbe ripartire.

Appartenere a un gruppo significa condividere valori, regole e un’identità collettiva. Ma può anche voler dire subire pressioni, accettare dinamiche che non si condividono o sentirsi obbligati a dimostrare qualcosa agli altri. Nella tua esperienza, come si trova l’equilibrio tra fedeltà al gruppo e libertà individuale?
Questa è una domanda a cui non so risponderti , perché io non ho mai fatto parte di un gruppo organizzato. Io vado allo stadio da anni con lo stesso gruppetto di amici senza aver fondato un gruppo vero e proprio , quindi abbiamo la massima libertà individuale tutti e fra di noi si è anche sviluppato un rapporto di fiducia perché siamo persone che si sanno comportare dentro e fuori dallo stadio.
Io penso che una persona che vuole unirsi a un gruppo o addirittura fondarne uno insieme agli amici , non lo fa dall’oggi al domani e che quindi prima di far parte di un’organizzazione da parte di una persona ci sia una riflessione personale , nessuno costringe nessuno e se non ci si sente pronti a prendere un impegno non lo si prende , semplice.
Hip Hop e cultura ultras nascono in contesti differenti, ma entrambi hanno conosciuto fenomeni di commercializzazione, appropriazione estetica e trasformazione dei propri simboli in prodotti di consumo. Secondo te queste due culture stanno vivendo un cambiamento simile? E quanto rischiano di perdere della propria identità quando diventano fenomeni di massa?
Secondo me sì, stanno facendo esattamente lo stesso percorso.
Alla fine parliamo di due culture nate dal basso, dalla strada e dal bisogno di stare insieme, che oggi si sono viste “rubare” l’estetica. Oggi la felpa con il cappuccio, i graffiti o i cori da stadio li vedi dappertutto: nei brand di moda, nei video Pop, nelle pubblicità. È diventato tutto figo e di tendenza.
La differenza è che nel Rap il concetto di “farcela e fare i soldi” c’è sempre stato, quindi il passaggio al commerciale , se fatto in maniera coerente , ci sta anche. Negli Ultras invece è un paradosso, perché è una cultura che dovrebbe opporsi alla mercificazione della propria estetica. Eppure le curve delle società più blasonate di Serie A , potendo contare su un bacino di tifosi enorme , sono diventate delle vere e proprie aziende e rendono acquistabile il loro materiale da chiunque.
Il rischio è che si perda il senso delle cose. Se la gente guarda solo l’aspetto esteriore, la moda e si dimentica della storia e dei valori che ci sono dietro entrambi i due movimenti , sia la maglia di un gruppo che una felpa oversize e lo snapback al contrario perdono di significato.
Fortunatamente a mantenere viva la cultura ci pensano il rap indipendente e le squadre di provincia , luoghi dove c’è chi continua a fare le cose a modo proprio indipendemente dalle mode del momento.

Con Dodicesimo Uomo hai deciso di portare il linguaggio della curva dentro un progetto rap. Ma immagina che ad ascoltarti sia un ragazzo molto giovane, affascinato sia dall’Hip Hop sia dall’immaginario ultras. Quali aspetti di questi mondi vorresti che facesse propri e da quali comportamenti, invece, lo inviteresti a prendere le distanze?
A quel ragazzo , che potrebbe essere tranquillamente il me stesso di dieci o quindici anni fa ,direi per prima cosa: apri gli occhi, usa la testa e non limitarti a scimmiottare quello che vedi o che ascolti.
Sia l’Hip Hop sia la curva sono due mondi giganti, viscerali, che ti prendono allo stomaco. Però proprio perché sono così forti, se ti fermi alla superficie rischi solo di prendere le cose peggiori e farti male.
Vorrei che da questa roba prendesse la sostanza e non la facciata. Vorrei che capisse il senso vero di comunità e lealtà: cosa significa stare spalla a spalla con la tua gente, sostenersi a vicenda nella buona e nella cattiva sorte, che sia farsi centinaia di chilometri per una trasferta o stare chiusi in studio fino alle cinque di mattina. E poi il rispetto, per la storia, per i codici di questi ambienti e per chi è venuto prima di te.
Da cosa deve stare a chilometri di distanza? Dalla violenza a caso e dallalogica del branco. La curva e il rap non sono un pretesto per sfogare le tue frustrazioni o fare il prepotente. Se usi questa cultura per fare il bullo in gruppo, non hai capito niente né dell’Hip Hop né della mentalità Ultras. E soprattutto, basta con l’omologazione: stare in una curva o in una crew non vuol dire spegnere il cervello. La vera mentalità è avere un pensiero tuo, non fare una cazzata solo perché la fa quello di fianco a te.
In Dodicesimo Uomo ci ho messo quel linguaggio perché è quello con cui sono cresciuto, ma il concetto è chiaro: abbi sempre il controllo della tua testa. La mentalità è sacrificio, appartenenza e rispetto. Il resto è solo posa per i social.




