Enzo Mazzeo
Interviste

L’occhio del Fotografo: intervista a Enzo Mazzeo

Per la Rubrica  – L’occhio del Fotografo –  Storie e interviste di fotografi musicali contemporanei

Il secondo fotografo in ordine puramente casuale/temporale ad essere ospitato dalla nostra rubrica sui fotografi musicali contemporanei è Enzo Mazzeo. [LEGGI ANCHE L’INTERVISTA A RODRIGO SIMAS]

Enzo Mazzeo

Enzo è un fotografo e videomaker Italiano, residente a Los Angeles, storico collaboratore di Metal Hammer e Rock Hard, attualmente tra i collaboratori più importanti di Rolling Stone italia.

Presente sulla scena fotografica musicale da ormai parecchi anni, Enzo Mazzeo vanta un curriculum impressionante,  che va dai Guns N’ Roses ad Ozzy Osbourne, passando per Lemmy  e i Foo Fighters, una lista infinita di artisti e band catturata dal suo otturatore negli ultimi 20 anni di storia del rock.

Ci sono delle domande che sono dei punti fermi della rubrica, che vengono volutamente proposte ciclicamente, proprio per evidenziare le differenti risposte dei fotografi, i punti che hanno in comune e le diverse chiavi di lettura in termini fotografici, rivelando dunque differenti esperienze e modi di vivere la fotografia musicale.

Partiamo ponendo ad Enzo la classica domanda, che è il punto di partenza di ognuna delle nostre interviste: raccontaci come tutto è cominciato, quando la tua passione per la fotografia è diventata un lavoro? E quando hai capito che era la musica la cosa che più ti piaceva fotografare?

La fotografia per me è sempre stata un modo per catturare ricordi. Non ero attratto dalla fotografia in sé, dalla fotografia intesa come forma d’arte diciamo. Ho cominciato a scattare foto quando, da ragazzino, andavo in vacanza con gli amici ed ero uno dei pochi, forse l’unico del gruppo, che lo faceva. Quando poi ho cominciato a frequentare i concerti, dalla metà degli anni Novanta, a un certo punto mi è venuto naturale portarmi dietro una piccola macchina fotografica. Le foto che scattavo erano dei souvenir del concerto: c’era chi comprava le magliette della band, chi chiedeva autografi ai musicisti, io invece scattavo delle foto. Ho cominciato a collaborare con una rivista musicale credo nel 2000 o poco prima. Si chiamava Rocker, e durò molto poco. Facevo recensioni e interviste. Il mio primo servizio vero e proprio fu con i californiani P.O.D., che intervistai in un lussuoso hotel di Milano. A quei tempi erano all’apice del successo commerciale, promuovevano infatti Satellite, disco che nel giro di poco sarebbe diventato multiplatino. Feci l’intervista e chiesi poi alla band di posare per qualche foto. Non avevo idea di come si facesse. Io puntavo l’obiettivo di una piccola macchina fotografica sulla band e scattavo in maniera istintiva, senza sapere nulla di fotografia, luci, niente di tutto questo. Scattavo come se avessi avuto in mano uno smartphone di oggi. Poi andavo a sviluppare il rullino sperando di trovarci qualcosa di decente. Qualche anno più tardi, nel 2005, dopo diverse esperienze più o meno fallimentari con varie riviste e magazine online (che all’epoca erano davvero agli albori) cominciai a collaborare con Metal Hammer, che per me rappresentò un grandissimo passo in avanti, non solo perché era una rivista leader nel settore, ma anche e soprattutto perché riuscivo finalmente a guadagnarci dei soldi. Lavorando per Metal Hammer ho avuto accesso a moltissimi artisti di primo piano e ho imparato a migliorare la mia tecnica fotografica semplicemente scattando: fotografavo molti concerti ma mi interessavano decisamente di più i ritratti posati, di cui infatti mi occupavo sempre più assiduamente. Non dimentichiamo che in quegli anni si consolidava un cambiamento epocale, ovvero il passaggio definitivo dalla fotografia analogica a quella digitale e questo processo ha decisamente favorito i fotografi improvvisati come me.”  

Approfondiamo le tue collaborazioni in campo giornalistico ed editoriale, e come questo mondo è cambiato negli ultimi decenni.

Negli anni ho collaborato con moltissime riviste nell’ambito rock/metal, e a parte Metal Hammer, a cui sono stato legato da un rapporto esclusivo nel periodo 2005-2010, tra le mie collaborazioni più importanti potrei citare Grind Zone, che si occupava dei generi musicali più estremi, e di cui sono stato anche caporedattore, e Rock Hard, che curiosamente è anche la rivista con cui ho collaborato per più tempo in assoluto, visto che lo faccio ancora oggi. Diciamo che, per motivi anagrafici, sono tra quelli che hanno beneficiato dell’ultima ondata “buona” dell’editoria musicale tradizionale, che nella mia testa si conclude nel 2010, anno in cui terminò anche la mia collaborazione con Metal Hammer. Fino al 2010 riuscivo ad unire le mie passioni per la musica, la scrittura e la fotografia, viaggiavo in continuazione per concerti, incontri promozionali ed eventi vari in tutta Europa (e non solo) e i conti tornavano anche dal punto di vista economico. Poi, però, il meccanismo si è rotto, i numeri dell’editoria, soprattutto in Italia, hanno cominciato a declinare drasticamente e, a un certo punto, capii che era necessario reinventarsi. In quegli anni i magazine online cominciavano a scavalcare le riviste cartacee in termini di popolarità ma io rimanevo legato a queste ultime. Per me le foto andavano ancora “consumate” aprendo una rivista, un libro, un catalogo e sfogliandoli. Insomma, avevo capito che potevo continuare a galleggiare affannandomi a cercare collaborazioni improbabili con le riviste che ancora erano rimaste in piedi in Italia e i contatti che nel frattempo mi ero creato nell’ambiente, oppure guardare altrove. Decisi dunque di trasferirmi negli Stati Uniti. Fu un processo lungo e laborioso ma nell’ottobre del 2013 misi piede a Los Angeles in pianta stabile. Da quel momento, sfruttando le opportunità che la città da sempre offre in campo musicale, cominciai a propormi a moltissime realtà editoriali internazionali, trovando ingaggi con Kerrang! e Classic Rock in Inghilterra, con le edizioni tedesche di Metal Hammer e Rock Hard, con riviste francesi, svedesi, spagnole e di moltissimi altri paesi. Le mie foto sono apparse addirittura su colossi americani come Forbes, Billboard e Rolling Stone. Negli ultimi anni ho cominciato a collaborare in pianta stabile anche con l’edizione italiana dello stesso Rolling Stone. Parlando di cambiamenti e lasciando l’analisi di questioni come l’impatto della tecnologia sul mercato editoriale tradizionale a gente molto più competente di me, quello che posso dire è che oggi la figura del fotografo musicale si è parecchio ridimensionata. Ce ne sono troppi, ovviamente, e in un mondo in cui la comunicazione è dominata dalle piattaforme social, un video fatto da un fan col cellulare e postato su Tik Tok può avere un impatto enormemente più elevato di una foto comunemente definita “professionale”, fatta da un fotografo “professionista”, che lavora per un organo di stampa tradizionale. Parlo di foto destinate ad uso editoriale, perché in ambito commerciale invece, e questo vale anche per il mondo della musica, un fotografo preparato e di talento fa ancora la differenza. Molte band nemmeno danno più alla stampa la possibilità di fotografare i loro concerti, affidandosi a team interni che foraggiano i social all’occorrenza, mentre quando c’è da scattare la copertina di un album, quella di un magazine prestigioso o per qualunque destinazione commerciale, quelli che vengono contattati sono i fotografi con maggiore tecnica, esperienza e, perché no, un nome e un seguito importanti.” 

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di fotografare tantissimi artisti e band famose, quali sono quelli a cui sei piu legato se cosi si può dire, e quelle che ti piacciono di più?

Io ascolto veramente di tutto, ma se parliamo di artisti o band che mi piace fotografare, allora direi senza dubbio i nomi iconici della storia del rock. Mi piacciono soprattutto quelle band in cui ciascuno dei membri è una figura ben ricoscibile. Dal vivo ne ho fotografate tantissime, e sono ovviamente più legato a quelle con cui sono cresciuto: Queen, Guns N’ Roses, Metallica, Iron Maiden, AC/DC, Aerosmith, Red Hot Chili Peppers, Korn, Tool e un’infinità di altre. Parlando di concerti, mi piace particolarmente fotografare band leggendarie in piccoli club. Mi vengono in mente gli Aerosmith con ospite speciale Slash al Whisky A Go-Go di Los Angeles nel 2014 e, sempre al Whisky, i Def Leppard nel 2022. Oppure i Kiss alla Islington Academy di Londra nel 2010, o i Metallica alla Webster Hall di New York nel 2016. A Los Angeles ci sono queste jam band che suonano nei club e invitano sul palco ospiti a sorpresa. La mia preferita erano (uso il passato perché non esistono più) i Camp Freddy, che comprendevano Matt Sorum (ex-Guns N’ Roses) alla batteria e Dave Navarro dei Jane’s Addiction alla chitarra. Per anni si sono esibiti al Roxy, sul Sunset Strip, solitamente nel periodo pre-natalizio. Tra i tanti ospiti che ho fotografato ai loro concerti potrei citare Ozzy Osbourne, Steven Tyler, Post Malone, Anthony Kiedis, i Cypress Hill e tantissimi altri. Ci sono poi artisti che mi piacciono molto musicalmente ma che non amo fotografare, e artisti che non mi piacciono e che quindi non mi interessa fotografare. Come sempre, preferisco fare ritratti piuttosto che scattare dal vivo, soprattutto al giorno d’oggi, visto che sono talmente in tanti a fare i classici “primi tre pezzi senza flash” (ovvero il massimo consentito a gran parte dei fotografi accreditati ai concerti) che quotidianamente spuntano in rete centinaia di immagini tutte uguali dello stesso artista. Le foto posate consentono invece al fotografo di avere il pieno controllo della scena e dunque di produrre immagini uniche. Se pensiamo alla storia del rock, sono infatti pochissime le foto dal vivo che la gente ricorda. Gran parte delle immagini che associamo a un determinato artista sono ritratti. La prima volta che mi trovai a fotografare Slash nel suo camerino (era il giugno del 2010 a Milano), con lui che seguiva le mie direttive imbracciando la Les Paul, fu molto emozionante. Potrei poi citare Brian May e Roger Taylor a Londra l’anno successivo, che intervistai all’interno dei leggendari Trident Studios e poi fotografai all’apertura della mostra celebrativa dedicata ai Queen. A Los Angeles ho invece realizzato le foto promozionali di moltissime band, per le quali da qualche anno produco anche i video. Una su tutte, i  mitici L.A. Guns, ma lavoro assiduamente con Robin McAuley (McAuley Schenker Group), Deen Castronovo (Journey), Jeff Pilson (Dokken, Foreigner), Doug Aldrich (Whitesnake, The Dead Daisies), Michael Sweet (Stryper) e moltissimi altri.

Enzo Mazzeo

Quali sono i fotografi che ti hanno maggiormente  influenzato ?

Quello che mi ha influenzato di piú è sicuramente Ross Halfin. Guardavo le sue foto all’interno dei libretti dei dischi degli Iron Maiden e leggevo il suo nome nei crediti. E col tempo scoprii che la metà dei poster sui muri della mia camera recavano la sua firma, quelle dei Metallica in primis. Da fan del rock, apprezzavo soprattutto il fatto che Halfin mi faceva vedere il lato più intimo di queste band, che lui fotografava nelle situazioni più atipiche e nelle location più disparate. Una critica che gli sento fare spesso da altri fotografi è che molte sue foto dal vivo sarebbero sfocate o tagliate male, insomma, che non sia poi così bravo. Critiche lecite, ci mancherebbe, ognuno può dire quello che vuole. Per quanto mi riguarda, invece, in ambito rock/metal il suo è il catalogo più bello e significativo degli anni Ottanta e Novanta soprattutto. Lui stesso dice di non sapere nulla di fotografia, è in primo luogo un fan del rock e il suo approccio rispecchia proprio questa sua passione. E si vede. Molte delle band a cui lui è più legato sono state fotografate anche da fotografi blasonati e tecnicamente molto dotati, tra cui grandi nomi della moda, basti pensare a Anton Corbijn (che ha fotografato i Metallica a fine anni Novanta), Richard Avedon (sue le foto del booklet di Youthanasia dei Megadeth) o Mark Seliger (guardavo un documentario su di lui di recente), eppure le foto di Halfin di quegli stessi artisti mi comunicano di più. Forse perchè siamo connessi sul piano musicale più che su quello della fotografia. Fatto sta che nessun fotografo penso abbia mai lavorato così da vicino con così tanti artisti di primo livello. Oltre ai già citati Maiden e Metallica, tra le band che per anni si sono affidate a Ross Halfin potrei citare Aerosmith, Kiss, Def Leppard, Black Sabbath, Ozzy Osbourne, Foo Fighters, ZZ Top, The Who. Oltre 40 anni di carriera e ancora lavora ai massimi livelli. Un motivo ci sarà. Detto questo, mi piacciono molto tantissimi altri fotografi. Tra i miei preferiti Mick Rock, Neal Preston, Mark Weiss, Henry Diltz e Neil Zlozower. Oggi ci sono milioni di fotografi bravissimi, che scattano foto perfette, hanno il pieno controllo della luce e sanno produrre immagini bellissime in ogni contesto. Li rispetto molto e li ammiro, ma io sono per la scuola punk hahaha.” 

Come dicevamo, da diversi anni ormai vivi e lavori a Los Angeles, che in ambito musicale è praticamente una sorta di mecca, il posto dove musicalmente tutto accade, ma continui a tenere  un piede, anzi un occhio in Europa, dove ancora segui concerti e soprattutto festival. Potresti descriverci le differenze tra questi due mondi, musicalmente parlando?

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Europa e Stati Uniti sono mondi molto diversi in tutto e per tutto, dunque l’ambito musicale non fa eccezione. A grandi linee, direi che l’Europa è più tradizionalista, gli Stati Uniti invece sono da sempre più votati alle novità. Los Angeles, in particolare, ha una caratteristica che la differenzia da tutto il resto: è una città che basa gran parte della sua fama sull’industria dell’intrattenimento, cinema (ovviamente) e musica in particolare, e moltissimi artisti risiedono qui. Per uno che fa il mio mestiere, dunque, la cosa si traduce innanzitutto nella possibilità di presenziare a eventi unici: le jam band che citavo prima, per esempio, ma anche anteprime di vario genere, presentazioni di dischi, tour, award shows. Da qualche anno, per dirne una, seguo le cerimonie di assegnazione delle stelle sulla Walk of Fame di Hollywood. L’altro aspetto che fa la differenza è che a Los Angeles è in qualche modo più facile avviare collaborazioni dirette con gli artisti proprio in virtù del fatto che gli artisti stessi, i management e le case discografiche sono basati qui. Io ho anche cominciato a produrre video musicali e spesso mi capita di girare i video e scattare le foto per la copertina dell’album di una determinata band con cui poi si avvia anche un rapporto di amicizia oltre a una collaborazione professionale continuativa. Detto questo, come ricordavi tu stesso mi piace comunque tornare in Europa di tanto in tanto, soprattutto per i festival estivi, che hanno pochi termini di paragone. Per anni ho fotografato i vari Download, Hellfest, Wacken e via discorrendo e facevo fatica a trovare eventi paragonabili negli Stati Uniti. Da qualche anno, invece, anche da questa parte dell’Atlantico si fanno grandi festival rock sempre più simili, soprattutto nello spirito, a quelli europei. Parlo di grandi raduni di 3 o 4 giorni in location iconiche, più palchi in contemporanea, decine e decine di band e tante attività collaterali. Pensiamo a festival come Aftershock in California, Welcome to Rockville in Florida o Sonic Temple in Ohio.

C’è un artista o una band che ti piacerebbe fotografare o, parlando anche del passato, che ti sarebbe piaciuto fotografare?

“Se consideriamo band e artisti che non ci sono più ti farei una lista infinita, dunque lasciamo perdere. Considerando invece quelli che ancora ci sarebbe la possibilità di fotografare, direi Paul McCartney. Lui l’ho visto dal vivo diversi anni fa a Milano, ma non l’ho mai fotografato. Come band, direi gli U2. Recentemente, la redazione di Rolling Stone mi aveva chiesto di andare a fotografarli a Las Vegas, per i concerti inaugurali del The Sphere, ma poi non se ne fece nulla visto che la band non ammetteva fotografi della stampa a quei concerti.”

Chiacchierando prima dei nostri fotografi preferiti, abbiamo parlato di nomi illustri come Mick Rock, Neal Preston, Ross Halfin e altri. Come pensi che sia cambiato il mondo della fotografia musicale dagli anni ’60 ad oggi?

Negli anni ’60 non c’ero, dunque non saprei hahaha. Di certo l’impatto che hanno avuto quei fotografi che citi, e molti altri che hanno operato negli anni un cui la fotografia non era ancora “minacciata” dall’era digitale, è stato enormemente più grande di quelli venuti dopo. Dagli anni ’50 fino alla fine degli anni ’90 il connubio musicista/fotografo musicale è sempre stato di fondamentale importanza. Molti artisti e intere scene musicali hanno accresciuto la propria fama anche grazie al lavoro di certi fotografi. Citavo Henry Diltz, che ho anche conosciuto personalmente. Lui stesso era un musicista e da giovanissimo si trasferì a Los Angeles con la sua band, entrando ben presto in contatto con i musicisti che gravitavano intorno a Laurel Canyon, diventando ben presto un testimone oculare della scena musicale che si stava creando in quel luogo. Da una parte fotografava una giovane band chiamata The Doors, scattando l’iconica immagine di Morrison Hotel, per dirne una, dall’altra frequentava gente come Neil Young, Joni Mitchell o Jackson Browne e con la sua macchina creava scatti destinati a rimanere nell’immaginario collettivo dei fan di quelle che sarebbero diventate vere e proprie leggende della musica. Esempi simili ne potrei fare quanti ne vuoi ma il concetto mi sembra chiaro: non faccio neache i discorsi di chi dice che non ci sono proprio più le leggende della musica, visto che per qualcuno lo potrebbero essere Billie Eilish o Travis Scott come per noi lo erano Freddie Mercury o i Ramones, quel che è certo, però, è che la fotografia ha avuto un’importanza infinitamente ridimensionata nelle traiettorie di questi artisti rispetto a quelli di soltanto qualche anno prima.

Nel mondo dei social network, dove Facebook e soprattutto Instagram ci bombardano di immagini, il significato puro di una fotografia ha un valore molto relativo. La nostra soglia di attenzione è ridotta a pochi secondi per immagine. In altre parole, una foto, oggi, deve colpire molto una persona per avere la giusta attenzione. Qual è la tua opinione sull’uso dei social media nel campo della fotografia, e qual è il tuo rapporto con i social dal punto di vista lavorativo e personale?

Ho sempre usato i social, fin dall’era Myspace, ma in verità non proprio in maniera professionale. Ho solo pagine private, che uso sporadicamente, soprattutto per mancanza di tempo. Probabilmente sbaglio, visto che molti amici e colleghi li usano correttamente e in quel mondo hanno molta più visibilità di me, ma come ti dicevo prima, io sono un tipo fondamentalmente old school hahaha. Comunque hai ragione, il tempo dedicato a una foto oggi si misura in centesimi di secondo, la gente scorre le immagini su Instagram velocemente, molto spesso nemmeno guarda tutta una galleria, ma credo che, se usati correttamente, i social possano comunque essere uno strumento potentissimo, che può davvero fare la differenza.

Quale consiglio ti sentiresti di dare ad un giovane fotografo che vuole approcciarsi al mondo della fotografia musicale?

“Credo che ognuno debba seguire il proprio istinto, senza ascoltare troppo i consigli degli altri. Io ho sempre puntato tutto sui rapporti personali più che sulla tecnica fotografica. Ho sempre cercato di farmi strada bussando alle porte dei giornali, degli uffici stampa, dei management. Ho acquisito esperienza fotografando band enormi prima ancora di imparare a tenere in mano una macchina fotografica, frequentavo concerti e festival nei paesi in cui il rock ha un’importanza maggiore, Inghilterra e Germania soprattutto, cercando di confrontarmi con quelle realtà più che rimanere ancorato nella mia comfort zone, e questa cosa negli anni ha pagato. Non mi sono mai sentito un fotografo “vero”, ho ancora un approccio molto istintivo, un po’ come quei musicisti che sanno fare solo quattro accordi ma se li fanno bastare per esprimersi nella maniera in cui vogliono. Musicisti che, guarda caso, sono quelli che preferisco fotografare.”

LE FOTO DI ENZO MAZZEO

Ringraziamo Enzo per il tempo che ci ha dedicato e per  il suo lavoro, di cui ogni appassionato di musica gode. Con l’augurio di rivederlo presto, continueremo a seguirlo sui social, e attraverso le sue pubblicazioni, da questo e dall’altro lato dell’oceano, sempre e comunque dalla prima fila.

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