Snok Brown: il nuovo album – L’intervista
Con “Diggin’ in the Hate”, Snok Brown firma uno dei progetti più personali della sua carriera, costruito attorno a un concept che indaga le forme dell’odio e il modo in cui queste influenzano la vita quotidiana, la città e le relazioni. In questa intervista l’artista veneziano racconta come il disco sia nato in un periodo complesso, segnato da eventi difficili, tensioni sociali e riflessioni individuali.
Parla del rapporto creativo con Aleaka, della scrittura di “Jack” — legata alla scomparsa di Giacomo “Jack” Gobbato — del ruolo che Venezia continua ad avere nella sua musica e di come il tema della consapevolezza sia diventato centrale nel suo percorso.
Un confronto diretto che permette di leggere il disco oltre la superficie, entrando nei processi, nelle motivazioni e nelle scelte che lo hanno generato.
Diggin’ in the Hate” ruota attorno a un concept molto preciso. Quando hai capito che l’odio — nelle sue forme interne ed esterne — sarebbe diventato il centro del disco
E’ stato naturale, non sono uno che di solito scrive partendo necessariamente da un idea, spesso scrivo e basta. Nel periodo in cui ho scritto questo disco, attorno a me stavano succedendo tante cose negative, la città sta collassando, abbiamo perso un amico, e rischiato di perderne un altro, per mano della disperazione altrui, la gente ha sempre più ansie e più paura di vivere le proprie strade e i propri quartieri, e manca una risposta umana e assistenziale dalla politica locale e non, che si limita solo a reprimere, a fare scaricabarile tra comuni senza un euro e a delocalizzare i problemi. I testi si sono scritti da soli praticamente.

Le produzioni di Aleaka hanno un’impronta ruvida e cinematografica. Come avete lavorato insieme per costruire un suono così coerente rispetto al tema del progetto?
Aleaka lo conosco da quasi venti anni, non ci vediamo spesso, ma abbiamo condiviso bei momenti, e avevamo già collaborato assieme nel mio disco del 2014. (NDR nelle canzoni “Quando giro per la strada” ft. Stokka e “Anti/Pro” ft. Blo/B dal disco “Nobody Knows” uscito per Unlimited Platform).
Ho sempre pensato fosse uno dei producer piu forti e particolari con cui avevo incrociato il cammino. Quando ho ripreso in mano la penna e ho iniziato a pensare a questo album, i suoi beats mi sembravano perfetti per il concept. Come avete detto bene, l’impronta cinematografica e ruvida lo caratterizzano da sempre, ed era quello che stavo cercando come sfondo per questo disco. Cito e ringrazio anche Brattini al mix e master, che ha fatto suonare tutto come doveva.
Nel disco affronti diversi livelli di conflitto: sociale, personale, quotidiano. Qual è stato il passaggio più complesso da mettere in musica senza cadere nella drammatizzazione?
Probabilmente la risposta è ovvia, ma sicuramente “Jack” è il pezzo che più ho sentito di dover scrivere e allo stesso tempo che più temevo di voler scrivere. Ho scritto “Jack” il giorno stesso in cui ho saputo la notizia della sua morte, quello stesso giorno in cui alla sera dovevamo incrociarci in session davanti a un soundsystem, a girare dischetti in compagnia.
Giacomo è morto perché non si è girato dall’altra parte, per aiutare il prossimo, in una città dove l’indifferenza è sempre più dilagante.
Quella sera sono rimasto a casa, soffrivo la notizia, non mi sembrava vero… sentivo un senso di impotenza enorme, e un desiderio di rivalsa altrettanto enorme. E Ho scritto, più per me stesso che per altro. Un modo per scacciare i demoni interiori e riordinare i pensieri.

In “Jack”, con Cico, tocchi un episodio che ha segnato profondamente la comunità veneziana. Che tipo di responsabilità hai sentito nel raccontarlo?
Ho cercato di coinvolgere chi conosceva Jack, anche meglio di me, chi ne condivideva la quotidianità. Ha risposto Cico, che con lui gestiva Recout.
Per un anno circa la canzone è girata solo trai nostri cellulari, non ero nemmeno sicuro di volerla pubblicare. Ma a poco più di un anno da quanto accaduto ho sentito che era arrivato il momento di condividere, perché il ricordo di Jack è, e sia sempre, una fonte di ispirazione quotidiana.
Sei legato da sempre al territorio e alla scena veneta. Quanto ha influito Venezia — come ambiente umano e come vissuto — nella costruzione del disco?
Sono ormai venti anni che organizzo e faccio cose nel territorio e indubbiamente è una delle cose che vedo come uno “scambiarsi cultura” e dare indietro con la musica quanto la musica ha dato a me. Questo mi ha permesso e mi permette di vivere i quartieri e le persone, e i problemi della città.
In questo disco Venezia di per se non è stata necessariamente un punto focale, ma è inevitabile che il territorio sia sempre un influenza quando scrivo. Parlo di quello che vedo e che vivo, e quasi sempre prendo spunto dalla quotidianità per scrivere.

“Vivere adesso” chiude l’album riportando tutto alla dimensione del presente. Che ruolo ha oggi la consapevolezza nella tua scrittura e nel tuo rapporto con la musica?
Il termine “consapevolezza” mi piace. Ho avuto un lungo periodo di stop dal pubblicare dischi dovuto a fatti personali principalmente, ma probabilmente anche a una maturità artistica non ancora trovata in quel momento. In questi anni non ho smesso di vivere musica, ho comunque fatto molte esperienze dal vivo in diversi contesti dai festival con migliaia di persone ai baretti mezzi vuoti, ma non ho fatto dischi fino a fine 2024.
Mettere insieme un disco per me non è solo un raccogliere canzoni e fare una grafica, e ho dovuto maturare artisticamente e non solo per tornare a farlo in modo che il risultato mi soddisfacesse.
Ho vissuto… un forte input creativo è stata anche la nascita di mia figlia ad esempio.
Tutto questo messo assieme oggi si tramuta sicuramente in una maggiore consapevolezza dei miei mezzi e dei miei limiti.



