Nell’intervista agli Psychos che segue, c’è una frase che sembra contenere l’intero senso di Twisted Youth Freeway: «È tempo di iniziare a urlare con voce da orchi con l’amore nel cuore». Non è solo un’immagine quasi brutale nella sua efficacia, ma la chiave con cui la band senese guidata da Andy Romi attraversa il proprio nuovo concept album, distribuito da Corallo Records per Lotus Music Production: un disco che parte dalla violenza domestica, passa attraverso la fuga, la strada, il lutto, l’abuso di sostanze, la perdita di identità e arriva, senza cercare scorciatoie consolatorie, alla possibilità di non restituire al mondo la violenza ricevuta.
Nato da una storia reale e costruito come un racconto unitario, Twisted Youth Freeway sceglie la forma lunga del concept album in un tempo che tende a comprimere tutto in pochi secondi. Gli Psychos, invece, rivendicano la necessità di restare dentro la complessità: quella di una casa che smette di essere rifugio, di una madre che non protegge, di una strada che non è libertà romantica ma ultimo spazio possibile per non soccombere. Musicalmente, il disco affonda in un hard rock e progressive di matrice seventies, tra la pesantezza primordiale dei Black Sabbath, l’energia dei primi gruppi metal e una costruzione narrativa pensata per reggere una vicenda fisica, psicologica e profondamente scomoda.
Nell’intervista, il frontman della band racconta la responsabilità di trasformare una ferita estrema in opera musicale, il rifiuto di edulcorare il racconto, la scelta di mantenere coerenza anche sul piano visivo con i videoclip diretti da Gina Merulla e interpretati dagli attori del Teatro Hamlet di Roma, fino al significato finale di Fight To Survive: non soltanto sopravvivere, ma interrompere una trasmissione di dolore. E forse è proprio qui che il disco trova la sua verità più dura: la salvezza non coincide con l’uscita dal buio, ma con la decisione di non diventare parte dello stesso buio.
Buona lettura.
“Twisted Youth Freeway” parte da un’immagine durissima: la casa non più come rifugio, ma come luogo da cui scappare per restare vivi. Quando avete capito che questa storia non poteva essere raccontata in un singolo, ma aveva bisogno della forma lunga del concept album?
Quando con il protagonista della storia abbiamo registrato la nostra chiacchierata è stato subito chiaro che il racconto non poteva essere esaurito con un solo brano: c’erano troppe sfaccettature, troppi episodi chiave di aspetti diversi della vita in strada da sviluppare, è stato evidente sin da subito che il concept album era il mezzo giusto!
Il disco attraversa violenza domestica, abbandono, strada, lutto, identità e sopravvivenza senza cercare scorciatoie emotive. Quanto era importante per voi non edulcorare il racconto e lasciare che l’ascoltatore entrasse davvero nella parte più scomoda della vicenda?
A mio avviso è proprio l’approccio “perbenista” che si ha solitamente con l’argomento a estraniarci dalla realtà della vita in strada: è sempre molto facile e naturale pensare che chi vive per strada, adattandosi a sopravvivere con mezzucci, sotterfugi o totale illegalità, lo faccia per evitare la fatica e le difficoltà di tutti i giorni, invece molto più spesso di quanto si creda quello è l’ultimo dei problemi e, una volta scesi nel baratro, anche per poco, non c’è redenzione in questa società, si resta indietro. Siamo troppo abituati a giudicare il libro dalla copertina, in questo disco volevo trascinare l’ascoltatore nel profondo abisso dell’anima più pura di chi è sopravvissuto a stento a una vita del tutto sbagliata.
In un’epoca in cui la musica viene spesso compressa in formati rapidi e immediatamente consumabili, voi scegliete una struttura narrativa ampia, quasi cinematografica. È stata anche una presa di posizione contro il modo in cui oggi si pretende che una canzone dica tutto in pochi secondi?
Un po’ è sempre stato così per questo progetto: siamo figli del progressive degli anni settanta, in qualche modo, ma viviamo nel presente. Abbiamo abbandonato i brani lunghissimi e articolati, in Twisted Youth Freeway c’è solo No Safe place in Tomorrow che supera i quattro minuti e mezza, ma limitare la vita di ogni opera a un singolo mi sembra un modo aberrante di fare musica, come se Michelangelo avesse fatto il suo David a mezzobusto per adattarsi alla finestra di uno schermo televisivo! In Twisted Youth Freeway era ancora più importante non sacrificare un messaggio tanto importante per le assurde “regole di mercato” di oggi.
La fuga del protagonista non viene raccontata come ribellione romantica, ma come necessità estrema. Cosa cambia, secondo voi, quando la strada non è più simbolo di libertà adolescenziale, ma diventa l’unico spazio possibile per non soccombere?
L’aspetto di questa storia più difficile da metabolizzare è il divario tra la percezione comune dell’abuso di sostanze, visto come una festa andata fuori controllo, e la realtà di chi si trova risucchiato da questo vortice di depressione, violenza, mancanza di identità. Generalmente si associa l’abuso a un eccesso di libertà adolescenziale quando molto più facilmente è risultato di una adolescenza infranta!
Musicalmente il disco affonda in un hard rock e progressive di matrice seventies, con una sezione ritmica che richiama la pesantezza dei Black Sabbath e una costruzione molto narrativa. Perché proprio questo linguaggio sonoro era il più adatto a reggere una storia così fisica e psicologica?
La muscolosità dei primi gruppi metal era lo schiaffo in faccia giusto per proporre una realtà che solitamente nessuno vuole vedere, non solo Black Sabbath ma Iron Maiden, Judas Priest, Motorhead, mi hanno dato l’ispirazione giusta per spingere su una storia che altrimenti sarebbe risultata fuori luogo. Mentre solitamente siamo più orientati a sonorità Adult Oriented Rock, in pieno stile anni 80, questo disco richiedeva una rabbia primordiale da associare alle aperture melodiche!
“Where Do I Belong” sembra uno dei momenti centrali del percorso: il protagonista, dopo la morte del migliore amico per overdose, è costretto a chiedersi quale sia il suo posto nel mondo. Quanto pesa, in questo brano, il confine tra crollo definitivo e possibilità di rimettersi in cammino?
“Where Do I Belong” è al tempo stesso il declino e la rinascita: dopo i pensieri autolesionistici di No Safe Place in Tomorrow, in cui il protagonista, sopraffatto da ogni genere di dolore, fisico ed emotivo, medita un’uscita da questo mondo, la morte del migliore amico, il viaggio meditativo e i conseguenti incontri con chi non si gira dall’altra parte ma riesce a capire, lo portano a trovare la scintilla per rinascere, a interrompere la negatività di una vita fuori dagli schemi.
Nel track by track colpisce molto “Mother”, perché il dolore non nasce solo dalla violenza subita, ma anche dal silenzio di chi non vede, non crede o non protegge. È forse questa una delle ferite più difficili da raccontare: non solo l’abuso, ma la solitudine davanti all’abuso?
Decisamente: la mancanza di empatia di chi, avendoti dato la vita, dovrebbe farti scudo è talmente aberrante da portare alla deriva che, come in una spirale, porta all’annientamento della ragione per sfuggire a una realtà troppo oscura (Floating out of space and time, feeding deep the brain with everything that soothe the mind trying not to get insane). È qualcosa che non ti aspetti, io per primo mi sono domandato come fosse possibile che la madre lo avesse abbandonato al suo aguzzino, per questo il ritornello suona come una supplica rabbiosa verso una madre che declina il suo ruolo naturale.
Il videoclip di “Where Do I Belong”, come quello della title track, mantiene le stesse location capitoline e la stessa regia di Gina Merulla, con gli attori del Teatro Hamlet di Roma. Quanto era importante costruire anche visivamente un racconto unitario, quasi come se ogni video fosse un frammento dello stesso film?
Sin dallo sviluppo della parte video del progetto abbiamo pensato che si dovesse mantenere altrettanta coerenza e continuità, in modo che chi giungesse al progetto attraverso i video si rendesse subito conto dell’importanza dell’intero messaggio. Una storia così complessa e articolata non poteva essere, a nostro avviso, svincolata dalle immagini dei video!
“Fight To Survive” chiude il disco con il protagonista diventato padre e deciso a spezzare la catena della violenza transgenerazionale. Per voi la vera vittoria del personaggio sta nel sopravvivere, o nel riuscire a non restituire al mondo la violenza che ha ricevuto?
Questo ragazzo non è semplicemente sopravvissuto, è riuscito a non permettere che il suo io più profondo venisse compromesso da una realtà in cui l’orrore ha segnato il suo percorso di crescita, è riuscito a mantenere una positività e una bontà d’animo che in pochi hanno, nonostante siano vissuti in ambienti più sani e convenzionali.
Gli Psychos sono una band nata dentro una lunga storia rock, ma qui il suono diventa quasi uno strumento etico: non intrattiene soltanto, costringe ad ascoltare ciò che spesso resta chiuso nelle case. Che responsabilità sentite quando trasformate una ferita così estrema in un’opera musicale?
Il peso è grande e credo sia evidente l’impegno messo in questo lavoro: sarebbe bello arrivare un giorno a non avere pregiudizi verso gli altri, a non giudicare dall’aspetto, la condizione economica o le origini. In un mondo dove ancora oggi la vecchietta stringe la borsa quando incrocia per strada “il metallaro” vestito di pelle e borchie, quando poi il nipote con i vestiti firmati gli fa sparire la pensione dalla stessa borsa, è tempo di iniziare a urlare con voce da orchi con l’amore nel cuore anziché sussurrare parole dolci con l’oscurità dentro.




