
In un periodo in cui gran parte della musica viene consumata velocemente, Hekima continua a seguire una strada diversa. Con Ruling Sounds sceglie di rallentare, costruendo un album in cui ogni dettaglio nasce da una precisa ricerca sonora e da un forte legame con la cultura reggae. Non si tratta di un semplice omaggio alle origini del genere, ma di un lavoro che dimostra come certe sonorità possano ancora parlare al presente senza rinunciare alla propria identità.
Per Atom Heart Magazine, Hekima ripercorre le influenze che hanno formato il suo percorso, racconta il valore della produzione artigianale, il rapporto con gli strumenti, l’evoluzione del suo metodo di lavoro e il ruolo che la spiritualità continua ad avere nella sua musica. Un viaggio dentro il processo creativo di un artista che ha fatto della coerenza la propria cifra stilistica.
Il titolo Ruling Sounds parla di suoni che continuano a dominare il tempo. Quali sono i dischi che, nella tua esperienza, non hanno mai smesso di influenzarti?
Dalla di Lucio Dalla, Anthem dei Black Uhuru, Jerusalem di Alpha Blondy, Night Nurse di Gregory Isaacs e tutti gli album di Bob Marley: sarebbe davvero difficile sceglierne uno solo. A casa ha sempre girato buona musica grazie ai gusti dei miei genitori e di mio fratello maggiore, quindi ritengo di essere stato molto fortunato.
Gran parte dell’album è stata costruita suonando personalmente molti strumenti. Quanto conta per te il contatto diretto con la materia sonora durante la produzione?
Conta per arrivare esattamente al risultato che voglio ottenere. Mi permette di ottimizzare i tempi e la riuscita stessa del brano. Una volta stese le tracce ritmiche e armoniche, curo la parte melodica e i testi. Nella fase finale scelgo se inserire altri strumenti o parti soliste, affidandole eventualmente ad altri musicisti in base alle esigenze del brano.

La tua musica sembra nascere da una ricerca quasi artigianale. C’è ancora spazio oggi per questo approccio in un mercato sempre più veloce?
Deve esserci. Al supermercato puoi trovare tante qualità di mozzarella, ma non dimentichiamoci che esistono anche i caseifici. Vale lo stesso per la buona musica: esiste, bisogna solo cercarla. E direi che, ai giorni d’oggi, non è neanche così difficile.
Nel corso degli anni hai sviluppato una forte identità musicale. Qual è stato il momento in cui hai capito di aver trovato la tua voce artistica?
Non ricordo ci sia stato uno switch vero e proprio. Ho iniziato tardi a cantare, intorno ai vent’anni, perché sentivo soprattutto l’esigenza di esprimermi, ed è stata una scommessa. Suonavo già la batteria e la chitarra, poi ho iniziato a mettere le mani su mixer e programmi, credo intorno al 2008 o al 2009. Da allora, ogni progetto rappresenta per me una costante evoluzione, sia tecnica sia personale, cercando sempre di spingermi un po’ oltre.
In che modo la spiritualità entra concretamente nel tuo processo creativo e nella scrittura dei brani?
Tutti i giorni abbiamo a che fare con la spiritualità. Sta a noi cogliere ciò che succede e riuscire a dargli un senso. Io lo faccio trasformando le esperienze in musica.
Guardando alla tua discografia, cosa rappresenta Ruling Sounds rispetto a lavori come Flexability e Rise Up Your Culture?
È sicuramente un lavoro più maturo sotto tanti aspetti. C’è un’omogeneità e una consapevolezza diverse rispetto ai lavori precedenti. Inoltre è il primo album interamente registrato nel nuovo studio, con un’esperienza tecnica decisamente superiore.



