Una lettera immaginaria, un dialogo oltre il tempo, un viaggio nelle pieghe più profonde dell’animo umano. È “Tu volevi solo ardere. Lettera ad Alejandra Pizarnik”, il nuovo libro di Ilaria Palomba, edito da Les Flâneurs Edizioni e disponibile in libreria dal 25 settembre 2026, che restituisce nuova voce a una delle figure più enigmatiche e affascinanti della poesia del Novecento.
Alejandra Pizarnik, poetessa argentina dalla sensibilità radicale, è il fulcro di un’opera che intreccia letteratura, introspezione e ricerca psicologica. Non una semplice ricostruzione biografica, ma un confronto immaginario in cui l’Ombra della poetessa prende la parola e si confronta con la propria esistenza: le ferite, le inquietudini, i desideri e quella scrittura vissuta come necessità assoluta, capace di farsi spazio di libertà e resistenza.
In Tu volevi solo ardere. Lettera ad Alejandra Pizarnik scegli di raccontare una poetessa attraverso la voce della sua Ombra, anziché ricorrere a una narrazione biografica tradizionale. Come è nata questa scelta? Che cosa può rivelare l’Ombra che una ricostruzione biografica, per quanto accurata, non riuscirebbe a restituire?
L’Ombra può rivelare una parte dell’inconscio, ciò che comunque Alejandra tentò di fare nei suoi diari, per spiegare a se stessa i propri vissuti, diari che se letti per intero costituiscono un testo di altissima letteratura. In una pagina del 1962 scrive: “Ancora la voce è un sintomo del tuo vuoto. Ancora il vento. Ancora la parola più semplice. Non c’è alcuna forza per continuare a portare il proprio nome. E che cosa? Nessuna forza per aspettare che finisca questa attesa. Arriva un giorno in cui si sa di essersi spinti molto lontano dentro lo specchio. La mia giustificazione — davanti a nessuno — è la mia malattia. Se a qualcuno rompono un tendine o un legamento non lo accusano di «disarmonia fisica», non lo accusano perché piange e si lamenta. A me è successo qualcosa e io sono malata. Lo annoto perché non ho a chi dirlo. Lo annoto ma non lo rileggerò mai. Se ti cacciano via come una cagna ti si può dire: nessuno ti ha obbligato a comportarti caninamente. Se ti hanno detto di no è perché hai chiesto. E la porta si apre o si chiude a seconda di ciò che vuole la volontà o il destino dell’altra persona. Innamorarsi da soli è innamorarsi del silenzio, un silenzio fatto di fumo e specchi. L’amore, se è qualcosa, è due che si guardano. Tu hai tentato di creare il suo sguardo nel tuo magico laboratorio poetico. Non lamentarti se sei bruciata e dolente. Al posto di due occhi è sgusciato un sorriso di disprezzo. Quello che aspettavi, senza dubbio. Ma poiché era troppo insopportabile rivelarti che cercavi la disgrazia pura, ti sei consegnata falsamente a ciò che non cercavi.
Ogni volta che ti sorrideva come dici, sentivi che ti rimettevano al tuo posto. Senza dubbio la sofferenza era atroce ma era anche come un ritorno. La figlia prodiga nella casa del tormento. Tu non desideri nulla, per quanto questo non sia vero. Desidereresti morire. Non muori perché il sesso ti importa ancora: soffrire voluttuosamente, soffrire con un lusso ineguagliato, essere picchiata, fustigata, ah, il tuo corpo piccolo si anima, palpa, riconosce. Orgasmo meraviglioso dopo un diluvio di umiliazioni e ingiurie.
Per questo parlo in seconda persona singolare. Quello che dico non mi importa, non sono io la mia destinataria. Qualcuno in me brucia. Canzone della quemada al alba. Ti bruci e io ti parlo, ti ho sppiato e rimproverato e ti ho condannato. Ma sono stanca di parlare. Voglio dormire come una bestia. Il sonno per me significa ordine, è il presente, è l’adesso. Non esserlo per me è comprendere serenamente, è fare pratiche ragionevoli. L’incubo comincia nei miei occhi aperti, i miei occhi da cacciatrice idiota che vaga da secoli in un bosco senza animali.
Ore 24. Mi sento male. Tutto ciò che mangio, ogni alimento terrestre, si ferma nella mia gola come se esitasse. Sono mesi che sopporto questa nausea, questa impossibilità di assimilazione. […] Se non succede qualcosa di definitivo non so che cosa farò. Probabilmente qualcosa di definitivo.”
Il titolo Tu volevi solo ardere evoca un desiderio assoluto, una tensione che sembra consumare la vita stessa. Che cosa significa, per te, ardere? È il desiderio di vivere intensamente, di scrivere senza compromessi o la ricerca di qualcosa che non può essere raggiunto?
È tutte queste cose insieme. Forse la Poesia, la Letteratura, la scrittura in sé è ardere. Forse il desiderio carnale di ricevere amore lo è. E forse la ricerca spasmodica dell’assoluto finisce per rovesciarsi nel suo opposto, quasi una punizione, che io stessa ho sperimentato sulla mia pelle. Condivido un altro brano del diario di Alejandra Pizarnik del 22 agosto 1964.
“Il dorato giorno non nasce per me. Penombra perpetua del corpo erotizzato dal suo desiderio di morire. La livida luce dell’alba entrando dove lo specchio è l’inferno. Muori in qualsiasi modo. La luce è una porta senza grazia nel soffio magico della notte. […] Puoi retrocedere. Andartene a un paradiso più vicino di qualsiasi alba. Un vento forte fatto di immagini scontrate. Vendi la tua luce strana, il tuo recinto inverosimile, il tuo desiderio magico di assaltare dalle nuvole lampioni estranei.
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Un buon fuoco nel paese non visto. Un fuoco senza scioglimento nell’estate vinta da te. Vendilo poi perché la luce si avvicina a immagini di gloria e candore vicino. La luce, l’eroismo di questi giorni a venire. Pallida febbricitante. Vinci nel desiderio di considerare la luce come un eccedente di troppe cose troppo lontane. Riconosciti animale perduto. Vinciti in troppe cose troppo lontane. […] Invadi azzurramente il mio sguardo diviso, scisso, proibito. Invadi fino a invaderti. Misura l’estensione del mio amore, quella del mio odio. In strane cose dimori. […] Perfino quando mi chiamano per nome, perfino quando dicono Alejandra, mi sento cadere senza forze per sopportare il mio nome e con molte meno forze, ancora, per rispondere alla chiamata. […] Ma cosa voglio? Volevo un lungo spazio senza tempo e ce l’ho. Solo che lo volevo in solitudine assoluta. E qui spendo le mie così scarse forze nel mettermi tesa davanti agli altri, nel sentirmi perseguitata, ostracizzata, ostilizzata.”
Alejandra Pizarnik è stata spesso raccontata attraverso il prisma della sua sofferenza e della sua morte prematura. Tu cerchi invece di restituirle una complessità che non si esaurisce nella dimensione tragica. Quali aspetti della sua personalità e della sua opera senti che siano stati maggiormente trascurati?
Ho cercato di cogliere gli aspetti archetipici e sacri, sempre leggendo i suoi Diarios mi pare che in lei si alternassero brama di vita e pulsione di morte. Nel libro che ho scritto con Mariella Soldo Alejandra è vista come un archetipo sacro e notturno, sacerdotessa e maga. Però, ammetto sia una mia interpretazione personale legata soprattutto alla fascinazione che hanno esercitato in me i suoi libri di poesia, nei suoi Diarios troviamo sempre più un disfacimento e tradimento di ogni fiducia nella vita, nella scrittura, nella relazione e nel lavoro.
“1971 gennaio: Abbandono di ogni piano letterario, di ogni progetto. Disoccupazione. Sofferenza per questa disoccupazione forzata. Messa in discussione di tutto. Legame con il dottor A., che non è, precisamente, qualcuno che possa tranquillizzarmi, poiché appena lo vedo, e non appena lo vedo, voglio trasmettergli il mio tedio. […] febbraio: È arrivato il mese più temuto. Voglio lavorare molto, anche se per nulla. Ma voglio stare bene per essere in condizioni di aiutare mia madre. […] aprile: Blocco. Tutta la notte ho tentato di scrivere o leggere. Invano. Neppure una lettera. Come se la letteratura fosse un mondo proibito. Lo è, in buona misura. Per questo mi farebbe bene andare in Iowa. […] luglio: P. R. ha rifiutato il patto che gli avevo proposto: darmi la dose esatta di barbiturici per poter morire senza timore che mi scoprano con il cuore ancora battente. Questo vecchio cuore che non sa rompersi. Questo mio giovane corpo, indecibilmente stanco e vigoroso, il mio compagno traditore, il corpo vivo del mio tradimento che io sono. Dove sono io non si scherza, non si gioca, non ci si prende cura della sintassi né degli aggettivi apparentemente superflui. La mente mi rifiuta. Si rifiuta di aiutarmi. Quante pillole dovrò prendere per poter morire una volta per tutte? E quali sono queste pillole? Come si chiamano? Nessuno vuole dirmelo. Cioè, P. R. non ha voluto immischiarsi nel mio progetto. Lui mi diede pillole per vivere, cinque anni fa. Ora, gli toccava darmi l’arma per consumare la mia disfatta. «Perché tanta onnipotenza?», mi ha chiesto oggi. Alludeva alla mia solitudine assoluta. Perché, in effetti, volermi bastare da sola in tutto? Ma ora, come scendere fino al luogo delle necessità comuni? (Tutto questo lo scrivo odiando il linguaggio che sto usando.)”.
Nel libro Pizarnik non è soltanto una figura letteraria da esplorare, ma anche una presenza con cui entrare in relazione. Quando hai cominciato a scrivere, sentivi di conoscere già la poetessa oppure è stato proprio il processo di scrittura a rivelarti aspetti di lei che prima ti sfuggivano?
La conoscevo molto bene, ma leggere i Diarios in spagnolo mi ha introdotto nella parte più intima e segreta della sua esistenza, un rovescio del magnetismo in cui veniamo catturati leggendone le poesie in La figlia dell’insonnia (Crocetti) e Poesia completa (Crocetti). Sta a significare che una grande potenza espressiva spesso nasconde una grandissima fragilità, e la fragilità ne è la più autentica fonte.




