C’è una componente quasi cinematografica in “F.U.E.L. 2: Space Program 45”, ma non dipende soltanto dalla fantascienza che ne accompagna titolo e immaginario.
È soprattutto il modo in cui Muttofunk tratta lo spazio sonoro a dare al disco quella sensazione: bassi larghi, synth che compaiono e scompaiono tra le battute, batterie molto presenti, piccoli interventi strumentali e aperture che rendono le produzioni più simili a scenari che a semplici basi. Capstan ci si muove dentro senza combatterle, scegliendo un rap abbastanza elastico da seguire cambi di atmosfera e accenti ritmici.

Il richiamo al funk e alla scuola West Coast in F.U.E.L. è evidente, ma “Space Program 45” trova i momenti migliori quando utilizza quel vocabolario per costruire qualcosa di più personale, soprattutto nel rapporto tra groove ed elettronica.
Il disco non vive di grandi strappi stilistici: preferisce lavorare per variazioni, mantenendo una temperatura costante e lasciando che siano arrangiamenti, linee di basso e dettagli a differenziare i passaggi.
Anche gli ospiti — DJ Zeta, Sebastiano De Gaspari, Snapcat, Lord One e DJ Maroder — vengono assorbiti nel paesaggio invece di interromperlo. Ne esce un album dalla forte identità sonora, fisico ma non grossolano, colorato ma mai sovraccarico, dove la fantascienza finisce per essere meno un tema che un modo di immaginare il suono.




