
Tra gli indie più particolari degli ultimi mesi, Mouse: P.I. for Hire è sicuramente uno di quelli che riesce a catturare immediatamente l’attenzione. Basta guardare pochi secondi di gameplay per capire il motivo: un mix tra cartoon anni ’30 alla Steamboat Willie, noir hardboiled e sparatutto rétro in stile Doom e Quake. Sulla carta sembra un’idea incredibile. E per molte ore lo è davvero.
Il problema è che, col passare del tempo, tutta questa estetica meravigliosa e il continuo bombardamento di citazioni non bastano più a sostenere un gioco che finisce per trascinarsi ben oltre il necessario.
Mouse: P.I. for Hire: Un’estetica semplicemente fantastica
La cosa migliore di Mouse: P.I. for Hire è senza dubbio il suo comparto artistico. Il bianco e nero, le animazioni elastiche ispirate ai cartoon Fleischer e Disney degli anni ’30, le ambientazioni noir e il character design rendono il mondo di Mouseburg immediatamente riconoscibile e pieno di personalità.
Ogni livello sembra un cartone animato d’epoca trasformato in FPS, e da questo punto di vista il lavoro di Fumi Games è davvero impressionante. Anche il sonoro e la direzione artistica generale riescono a costruire un’atmosfera molto particolare, capace di distinguere il gioco nel panorama indie contemporaneo.
Le citazioni funzionano eccome
Una delle critiche mosse da parte della stampa riguarda la continua presenza di riferimenti e battute legate al cinema, ai videogiochi e alla cultura pop. Personalmente, però, è uno degli aspetti che ho apprezzato di più.
Durante tutta l’avventura ci sono richiami continui a opere come Doctor Who, Young Frankenstein e tantissimi altri riferimenti più o meno espliciti al mondo cinematografico e videoludico. L’ho trovato un elemento divertente e perfettamente coerente con il tono sopra le righe del gioco.
Il problema non è certo l’umorismo o l’eccesso di citazioni: il problema è che, dopo tante ore, il gameplay non riesce più a stare al passo con tutto il resto.
Mouse: P.I. for Hire – Uno shooting che alla lunga diventa stancante

All’inizio il gameplay funziona abbastanza bene. Il movimento è rapido e fluido, con un’impostazione che richiama chiaramente i classici boomer shooter. Durante la campagna vengono sbloccate gradualmente nuove abilità e armi – tra dash, doppio salto, slide e un arsenale sempre più folle – che cercano di mantenere fresca l’esperienza man mano che si procede nell’avventura.
Dopo diverse ore, però, emerge il vero limite del gioco: sparare non è realmente divertente.
Le armi hanno poco feedback, manca quella sensazione di impatto che rende soddisfacenti gli FPS migliori, e spesso sembra quasi che i colpi vadano a vuoto. I nemici, inoltre, diventano rapidamente delle vere e proprie “spugne”, capaci di assorbire enormi quantità di proiettili senza che il combattimento evolva davvero.
A peggiorare la situazione c’è anche la gestione delle munizioni. Mouse: P.I. for Hire riempie continuamente il giocatore di ricariche, al punto che non esiste mai una reale tensione o la necessità di gestire le risorse. Sai sempre che, nel giro di pochi secondi, compariranno nuove munizioni esattamente quando serviranno.
Questo elimina completamente il senso di pericolo e rende gli scontri molto più monotoni di quanto dovrebbero essere.
Il lato investigativo resta superficiale
Anche il comparto detective/noir non riesce mai davvero a decollare. Ci sono indizi, una bacheca investigativa e una trama che prova a costruire misteri e complotti, ma il giocatore non partecipa realmente alle indagini.
Jack Pepper arriva quasi sempre automaticamente alle conclusioni senza richiedere alcuna deduzione o coinvolgimento attivo. È un peccato, perché l’ambientazione avrebbe potuto sostenere molto meglio una componente investigativa più profonda.
Il vero problema di Mouse P.I. for Hire?
La critica più grande che si può muovere a Mouse: P.I. for Hire è però un’altra: il gioco è semplicemente troppo lungo.
Superate le 10-12 ore, la campagna inizia a diventare ripetitiva e stancante. La struttura delle missioni cambia poco, i combattimenti iniziano a pesare e la storia continua ad aggiungere nuovi eventi senza mai dare davvero l’impressione di avvicinarsi alla conclusione.
A un certo punto smetti di voler scoprire cosa succederà dopo e inizi semplicemente a desiderare che il gioco finisca. E invece continua ancora, con nuove missioni, nuovi scontri e nuove sezioni che diluiscono eccessivamente il ritmo narrativo.
Troy Baker salva Jack Pepper
Tra gli aspetti più riusciti c’è sicuramente l’interpretazione di Troy Baker nel ruolo del protagonista Jack Pepper.
Il suo lavoro riesce a dare carisma al personaggio e contribuisce tantissimo a mantenere viva l’atmosfera noir del gioco, soprattutto nei momenti più dialogati.
Cosa ne pensiamo di Mouse P.I. For Hire
Mouse: P.I. for Hire è un gioco pieno di stile, personalità e idee visive brillanti. L’estetica cartoon anni ’30 e l’atmosfera noir funzionano alla grande, così come molte delle citazioni disseminate lungo tutta l’avventura.
Purtroppo, però, il gameplay non riesce a sostenere la durata della campagna. Lo shooting manca di soddisfazione, i nemici diventano presto ripetitivi e la gestione troppo generosa delle munizioni elimina qualsiasi tensione. Quando la storia supera abbondantemente le 12 ore, il ritmo crolla e il gioco inizia a diventare più stancante che divertente.
Resta comunque un’esperienza interessante e visivamente memorabile, soprattutto per chi ama i boomer shooter e l’estetica noir-cartoon. Ma con una campagna più corta e un combat system più incisivo avrebbe potuto essere molto di più.
Mouse P.I. for Hire è disponibile su Steam: Clicca qui
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