Interviste

Ferrinis: «Il nostro “Sud America” è il posto mentale in cui rifugiarsi quando si ha bisogno di staccare da tutto»

Alcuni viaggi iniziano molto prima di un biglietto aereo. Nascono quando la routine diventa troppo stretta, quando l’estate smette di essere soltanto una stagione e comincia a somigliare a una tregua: dal lavoro, dalle aspettative, dalla necessità continua di spiegarsi, mostrarsi, funzionare. È dentro questa fame di altrove che i Ferrinis collocano “Sud America”, nuovo singolo pop-dance del duo formato dai fratelli Maicol e Mattia Ferrini: non una semplice canzone da ombrellone, ma il racconto di un luogo reale, sognato o forse soltanto immaginato in cui il pensiero si scioglie, il corpo torna al centro e la libertà prende la forma di una notte da vivere senza chiedersi troppo cosa significhi.

Dopo le atmosfere più notturne e dense di “Luci Viola” e “Brucia Addosso”, i Ferrinis aprono una finestra più luminosa sul proprio percorso, senza rinunciare alla loro urgenza narrativa. In Sud America, il mare, la sabbia, il ballo, i cocktail e la figura femminile che attraversa il testo non sono semplici elementi estivi, ma coordinate emotive di una fuga possibile: quella che non porta necessariamente lontano, ma permette, almeno per qualche ora, di sentirsi diversi. Anche il videoclip diretto da Samuele Apperti amplifica questo immaginario, trasformando la spiaggia, i corpi e i colori in frammenti di una fantasia di evasione più che in una vacanza da mostrare.

In questa intervista, Maicol e Mattia raccontano la nascita del brano, il rapporto tra leggerezza e profondità, il lavoro sulle immagini e il desiderio di riportare la musica estiva dentro una sensazione autentica, lontana dalla posa e più vicina a quel bisogno semplice, fisico e prezioso di lasciarsi andare.

“Sud America” non racconta soltanto una meta, ma un bisogno di evasione. Quando avete capito che questo brano parlava meno di un viaggio e più di quello che, oggi, chiediamo all’estate: tregua, istinto, respiro?

Ce ne siamo accorti mentre lo stavamo scrivendo. All’inizio sembrava una canzone legata a un luogo preciso, ma più andavamo avanti più capivamo che il Sud America rappresentava qualcosa di più grande. È quel posto mentale in cui vorresti rifugiarti quando hai bisogno di staccare da tutto. Oggi viviamo continuamente connessi, sempre di corsa, e questa canzone parla proprio del desiderio di ritrovare leggerezza,spontaneità e libertà.

Nel comunicato il Sud America viene raccontato come un luogo reale, sognato o forse solo immaginato. Per voi quanto conta la destinazione e quanto, invece, l’idea di potersi sentire diversi anche senza partire davvero?

La destinazione conta relativamente. Quello che ci interessava raccontare era il cambiamento che avviene dentro di noi. A volte basta una persona, una notte o una sensazione per farti sentire lontanissimo da dove sei. “Sud America” è anche questo: un viaggio emotivo che può iniziare senza prendere un aereo.

La canzone arriva dopo brani come “Luci Viola” e “Brucia Addosso”, più legati a una dimensione emotiva intensa e notturna. “Sud America” sembra aprire una finestra diversa: più calda, più fisica, più libera. È stato un modo per alleggerirvi o per raccontare un’altra forma di profondità?

Più che alleggerirci, volevamo esplorare un’altra sfumatura delle emozioni. Anche nelle canzoni più leggere può esserci profondità. In “Sud America” abbiamo scelto colori più luminosi, immagini più solari e una dimensione più fisica, ma sotto resta la stessa voglia di raccontare ciò che ci fa sentire vivi.

In un periodo in cui anche la vacanza spesso diventa contenuto, immagine da pubblicare, prova visiva di felicità, voi scegliete di raccontarla come esperienza da vivere più che da mostrare. Quanto vi interessa riportare la musica estiva fuori dalla posa e dentro una sensazione vera?

Moltissimo. Non ci interessava raccontare una vacanza perfetta da cartolina. Ci interessava raccontare una sensazione. Il mare, la sabbia, la notte e la musica sono elementi che servono a costruire un’atmosfera autentica. Volevamo che chi ascolta il brano si sentisse dentro quel momento, non semplicemente spettatore di una fotografia.

La figura femminile attorno a cui ruota il testo non sembra solo il centro di un’attrazione, ma il simbolo stesso dell’altrove: qualcosa che travolge, sposta, fa dimenticare il bisogno di controllo. Come nasce questa immagine?

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La figura femminile rappresenta una forza che rompe gli schemi. Non è soltanto una persona, ma tutto ciò che ti porta fuori dalla routine e dalle preoccupazioni. È il simbolo di quell’energia che ti fa vivere il presente senza pensare continuamente a quello che verrà dopo.

“Ho parcheggiato i sogni sui tuoi fianchi” è un verso molto visivo, quasi cinematografico. Quanto lavorate sulle immagini quando scrivete, e quanto vi interessa che una canzone lasci addosso una scena prima ancora di una spiegazione?

Lavoriamo moltissimo sulle immagini. Quando scriviamo cerchiamo sempre di vedere la canzone come un film. Quel verso nasce proprio da questo approccio: volevamo raccontare una sensazione attraverso una scena concreta. Ci piace quando un ascoltatore riesce a immaginare qualcosa ancora prima di interpretarne il significato.

Nel brano convivono leggerezza, desiderio, ballo, notte, mare, sabbia, cocktail, ma sotto c’è una domanda più adulta: cosa resta di noi quando smettiamo per qualche ora di analizzarci? È questa, in fondo, la vera fuga raccontata da “Sud America”?

Sì, probabilmente sì. La vera fuga non è scappare da un luogo, ma smettere per un attimo di controllare tutto. Viviamo spesso cercando spiegazioni per ogni cosa. “Sud America” parla della possibilità di lasciarsi andare e vivere un momento senza doverlo per forza interpretare o giudicare.

Musicalmente vi muovete dentro una dimensione pop-dance moderna, ma con un’urgenza narrativa che fa parte del vostro percorso. Come si trova l’equilibrio tra una produzione pensata per far muovere e un testo che non vuole limitarsi a riempire l’estate?

Per noi la musica e il racconto devono andare nella stessa direzione. Volevamo creare un brano che facesse ballare, ma che lasciasse anche qualcosa dopo l’ascolto. L’energia della produzione serve a trasmettere libertà e movimento, mentre il testo prova a raccontare emozioni e immagini che possano restare nella mente di chi ascolta.

Il videoclip diretto da Samuele Apperti amplifica l’immaginario del brano: spiaggia, corpi, colori, attesa, libertà. Quanto era importante che il video non sembrasse solo “vacanza”, ma restituisse proprio quella fantasia di altrove che attraversa la canzone?

Era fondamentale. Non volevamo realizzare semplicemente un video estivo. Volevamo che ogni immagine trasmettesse quel senso di desiderio, di libertà e di evasione che è al centro della canzone. Samuele ha capito perfettamente questa visione e ha costruito un mondo che accompagna il brano senza limitarsi a illustrarlo. Il videoclip diventa così l’estensione naturale della storia raccontata dalla musica.

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