Con Testamento, Double G apre una nuova pagina della sua carriera, mettendo a nudo emozioni, paure e ricordi con una sincerità rara nel panorama rap italiano. In questo disco, l’artista palermitano fonde l’energia della drill con l’introspezione da cantautore, creando un racconto visivo e autentico che parte dalle strade della sua città per arrivare dritto al cuore di chi ascolta.
Lo abbiamo intervistato e ci ha parlato del momento in cui ha deciso di togliersi ogni maschera, del legame profondo con Palermo, delle influenze musicali più inattese e del coraggio di trasformare la vulnerabilità in un punto di forza.

L’intervista
“Testamento” è un disco che parla molto di te, ma allo stesso tempo tocca emozioni universali. Quando hai capito che era arrivato il momento giusto per raccontarti in modo così diretto?
L’ho capito quando non riuscivo più a fingere, né nella vita né nella musica. A un certo punto senti che non puoi più nasconderti dietro le solite formule, le solite pose. Dovevo raccontare davvero chi sono, con tutti i miei crolli, le mie rinascite, le mie contraddizioni.
“Testamento” nasce proprio da lì: dalla necessità di dire tutto quello che avevo dentro, senza filtri. Non per sfogarmi, ma per lasciare qualcosa. Perché alla fine le emozioni che vivi sulla tua pelle sono le stesse che toccano tutti, anche se in forme diverse.
Era il momento giusto perché non avevo più paura di essere fragile, diretto, vero. E credo che solo così si possa arrivare davvero alla gente.
La scrittura del disco è visiva, quasi cinematografica. Hai delle immagini, dei momenti o dei luoghi precisi in mente quando scrivi? Quanto ti influenzano l’ambiente e il quotidiano nel processo creativo?
Sì, assolutamente. Quando scrivo, ho sempre immagini precise in testa: volti, strade, silenzi, notti storte. La mia scrittura è visiva perché nasce da scene vere che ho vissuto o che porto dentro. Ogni barra è collegata a un momento, a un luogo, a un odore. Palermo, certi quartieri, certe stanze… per me sono come set cinematografici, ma senza finzione.
L’ambiente e il quotidiano mi influenzano tantissimo. A volte basta una voce che sento per strada, una luce fuori da una finestra, una frase detta per caso, e parte qualcosa. Non scrivo mai da zero: scrivo da ciò che vedo, da ciò che sento addosso.
Penso che la forza di questo disco stia anche lì: non è inventato, è vissuto. E forse è per questo che, pur parlando di me, riesce a far scattare immagini anche nella testa di chi ascolta.
Nel disco si parla di perdita, trasformazione, memoria. Temi intensi che ti espongono molto. Hai avuto dubbi prima di pubblicarlo così com’è, oppure sei sempre stato certo che fosse importante essere autentico fino in fondo?
Sì, ho avuto dubbi. Non ti mento. Esporsi così tanto fa paura, soprattutto quando tocchi temi come la perdita, la memoria, il cambiamento. Scrivere certe cose è un conto, metterle là fuori per tutti è un altro. Ti senti nudo, vulnerabile.
Ma poi ho capito che proprio quella vulnerabilità era la forza del disco. Non potevo raccontare metà verità, non sarebbe stato “Testamento”. Ho scelto di essere autentico fino in fondo, anche se faceva male.
Alla fine, se una cosa ti espone, vuol dire che è viva. E io voglio fare musica viva, che lascia segni veri, non solo su di me ma anche su chi ascolta. Quindi sì, ho avuto paura. Ma ho capito che era esattamente per questo che dovevo farlo.
Palermo è una presenza costante nel tuo immaginario. Cosa ti tiene legato alle tue radici? E c’è un angolo di Palermo che per te ha un significato speciale?
Palermo non è solo la mia città, è parte del mio sangue. È in ogni parola che scrivo, in ogni suono che scelgo, in ogni immagine che mi porto dentro. Mi tiene legato il senso di appartenenza, ma anche il contrasto: la bellezza che convive con la ferita, l’amore che nasce anche nella rabbia. Palermo ti insegna a sopravvivere, ma anche a sentire tutto più forte.
C’è un posto in particolare che porto sempre con me: una piazza nel mio quartiere, quella dove da ragazzino stavo ore con gli amici, a parlare, sognare, sbagliare. È lì che ho iniziato a capire chi volevo essere.
Ogni volta che torno lì, anche solo per un minuto, mi ricordo da dove vengo. E finché lo ricordo, so dove sto andando.

Il tuo stile mescola più influenze, dalla drill all’introspezione da cantautore. Ma fuori dallo studio, che musica ascolti? C’è un artista o un disco che ultimamente ti ha colpito particolarmente?
Fuori dallo studio ascolto davvero di tutto. La drill e il rap fanno parte del mio linguaggio, ma ho bisogno anche di sonorità più profonde, melodiche, che scavano dentro. Non mi piace chiudermi in una sola direzione, perché ogni genere ti può lasciare qualcosa.
Ultimamente mi ha colpito molto Claudio Baglioni. Sembra una scelta lontana dal mio mondo, ma in realtà no. La sua scrittura è visiva, emotiva, piena di immagini e verità. È uno di quegli artisti che riesce a raccontare l’anima senza urlare, con delicatezza ma con una forza incredibile.
Mi affascina chi riesce a toccarti senza bisogno di esagerare. E penso che anche nella mia musica, in mezzo alla durezza, ci sia sempre quel bisogno di arrivare a chi ascolta in modo sincero.
C’è qualcuno con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?
Ci sono diversi artisti con cui mi piacerebbe collaborare, anche molto diversi tra loro. Marracash, per esempio, è uno che ha sempre saputo unire profondità e credibilità, senza mai perdere se stesso. Johnny Marsiglia è un riferimento importante per chi, come me, viene dalla Sicilia — c’è un rispetto profondo per quello che rappresenta.
Poi ci sono artisti che magari non ti aspetteresti da me, ma che ammiro tantissimo per la loro scrittura e visione: Nayt, che riesce sempre a portare introspezione con forza, e Claudio Baglioni o Celentano, che hanno lasciato un’impronta enorme nella musica italiana. Collaborare con qualcuno di loro sarebbe un sogno, ma anche una sfida creativa che mi spingerebbe a uscire dai confini.
Alla fine cerco sempre connessioni vere, non incastri forzati. Se c’è visione e rispetto, tutto è possibile.




