Alessandra Trucillo
L'occhio Del Fotografo

L’occhio del Fotografo – Storie e interviste di fotografi musicali contemporanei: Alessandra Trucillo

Il quarto fotografo in ordine puramente casuale/temporale ad essere ospitato dalla nostra rubrica, sui fotografi musicali contemporanei è, in realtà una fotografa, Alessandra Trucillo.

Alessandra Trucillo
Alessandra Trucillo

Chi è Alessandra Trucillo

Alessandra è nata in Francia, a Nizza, ma vive in Italia. Alle sue spalle un curriculum eclettico ( scuola Romana di Fotografia e Cinema, collaborazioni con riviste di arte e cultura, creazione di contenuti food e location,  autrice di mostre e libri multimediali) che abbraccia l’arte visiva con un raggio ampio e diversificato.

Molto impegnata sul fronte della fotografia musicale, soprattutto per la sua collaborazione come fotografa ufficiale di Vasco Rossi, esperienza che la lega all’artista Modenese dal 2014.


L’intervista

Partiamo ponendo ad Alessandra la classica domanda, che è il punto di partenza di ognuna delle nostre interviste: raccontaci come tutto è cominciato. Quando la tua passione per la fotografia è diventata un lavoro? E quando hai capito che era la musica ciò che più ti piaceva fotografare?

Non saprei identificare un momento preciso in cui tutto è iniziato. I miei primi ricordi legati alla fotografia sono associati a mio padre, che portava sempre con sé una macchina usa e getta o una semplice automatica. Non era un esperto di fotografia, ma scattava tantissime foto. Io passavo ore a riguardarle e non vedevo l’ora che i rullini venissero sviluppati.

Già da bambina chiedevo spesso in regalo una Kodak e fotografavo persino le mie bambole. Durante l’adolescenza arrivarono le prime compatte digitali Sony, che non lasciavo mai a casa: le portavo sempre con me, anche quando uscivo in comitiva.

Nel 2009, a sedici anni, grazie a una parentela ebbi la fortuna di poter assistere ai concerti di Vasco Rossi, che amavo e seguivo fin da bambina. Potevo osservare da vicino il lavoro del suo fotografo ufficiale e fu allora che mi feci regalare la mia prima reflex, per provare a fotografare anch’io.

Da quel momento smisi quasi di vivere il concerto soltanto da spettatrice: lo vivevo scattando, senza regole né tecnica. Mi veniva spontaneo fotografare tutto. Fin dall’inizio, oltre al palco, una delle cose che amavo maggiormente ritrarre erano i fan, le loro emozioni e tutta l’adrenalina che circondava il concerto. Mi innamorai di quel mondo e decisi di seguire quasi tutto il tour, convincendo i miei genitori che non avrei comunque trascurato l’anno scolastico.

Quel tour durò due anni e, alla fine, un ragazzo del team mi disse: «Ma cosa ci fai con tutte queste foto? Sono belle, facciamone una mostra».

Non mi sentivo all’altezza, ma avevo l’incoscienza e il coraggio dell’adolescenza, così organizzammo la mia prima mostra. Fu in quel momento che capii davvero che avrei voluto trasformare la fotografia nel mio lavoro.

Appena terminato il liceo mi iscrissi alla Scuola Romana di Fotografia e Cinema, dove studiai per tre anni. Nel frattempo era nato mio figlio e, per iniziare a lavorare, cominciai a fotografare nei locali notturni. La mattina frequentavo la scuola e la sera lavoravo.

Mi piaceva moltissimo fotografare le persone in ogni condizione e confrontarmi con luci sempre diverse. Non amavo usare il flash: preferivo lasciare tutto così come lo vedevo e cercare di restituire l’atmosfera reale del luogo.

Continuavo anche a seguire Vasco durante ogni tour estivo. Quell’esperienza è stata per me una delle scuole più importanti. Sopra e dietro quel palco ho incontrato grandi professionisti: direttori di palco, tecnici, light designer, responsabili della produzione e dell’ufficio stampa. Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa sul funzionamento di un live, sul rispetto degli spazi e su come muoversi durante uno spettacolo.

Durante i tre anni di scuola scoprii inoltre il reportage, che considero ancora oggi il mio più grande amore fotografico e grazie al quale ottenni anche una borsa di studio. Iniziai così a seguire progetti personali e compresi che non mi interessava fotografare soltanto la parte live di un concerto.

Volevo costruire un racconto più ampio attraverso il pubblico, il dietro le quinte, i luoghi e tutti quei dettagli che normalmente rimangono invisibili. È stato proprio l’incontro tra musica e reportage a farmi capire quale fosse la mia strada.

Il tuo è un curriculum poliedrico. Raccontaci come convivono e si intrecciano caratteri e tipologie differenti di fotografia nel tuo quotidiano e quali sono stati gli input formativi, provenienti anche da altri ambiti, che hanno contribuito al tuo percorso di fotografa di musica.

Il mio percorso è poliedrico perché ho sempre vissuto la fotografia come un linguaggio capace di adattarsi a mondi differenti senza perdere la propria identità. Nel mio quotidiano convivono musica, reportage, ritratto ed eventi, ma non considero questi ambiti completamente separati: ognuno influenza il modo in cui affronto gli altri.

Aver studiato fotografia per tre anni mi ha sicuramente aiutata a diventare più poliedrica. La scuola mi ha insegnato a lavorare in studio, a scattare in pellicola e a confrontarmi anche con lo still life, ambiti molto diversi da quelli in cui mi sarei poi specializzata.

Dopo gli studi ho iniziato a lavorare accettando tutte le occasioni che potevano permettermi di fare esperienza. Ho fotografato per ristoranti, realizzato immagini di food e location, seguito eventi di ogni genere e lavorato con piccoli brand. Ogni incarico, anche quando era lontano dalla musica, mi ha insegnato qualcosa e mi ha aiutata a diventare più versatile.

Ho avuto inoltre un insegnante di critica fotografica che mi ha insegnato a guardare davvero ciò che avevo intorno, ad analizzare una fotografia e a identificare le mie capacità più autentiche. Mi ha fatto conoscere il lavoro dei più grandi fotografi, ma anche quello di autori meno conosciuti che hanno avuto un ruolo altrettanto importante nella mia formazione.

Il reportage, in particolare, è alla base del mio sguardo. Anche quando fotografo un concerto o un artista, non cerco soltanto l’immagine più spettacolare del palco, ma provo a raccontare ciò che accade intorno: l’attesa, il pubblico, il backstage, i gesti, le relazioni e tutti quei dettagli che permettono di comprendere realmente l’atmosfera di un momento.

L’esperienza nei locali notturni mi ha insegnato a lavorare velocemente a osservare le persone e a gestire situazioni imprevedibili, spesso con pochissima luce. La musica dal vivo mi ha insegnato

l’istinto e la capacità di anticipare ciò che sta per accadere. Il ritratto, invece, mi ha aiutata a prestare maggiore attenzione alla composizione, alla luce e al rapporto con il soggetto.

Anche i progetti personali di reportage hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione, perché mi hanno insegnato ad approfondire, a trascorrere tempo nei luoghi e a non fermarmi alla prima immagine. Cerco sempre di comprendere ciò che sto fotografando e di instaurare un rapporto con le persone, anche quando ho a disposizione soltanto pochi minuti.

Tutte queste esperienze oggi convivono nel mio modo di fotografare. Anche nei lavori più costruiti cerco qualcosa di autentico e, allo stesso tempo, nelle situazioni più spontanee mantengo una grande attenzione alla luce e alla composizione.

Credo che il punto di incontro tra i miei diversi lavori sia proprio la volontà di raccontare le persone e le atmosfere senza limitarmi alla superficie.

Da più di dieci anni collabori con Vasco. Cosa significa, per un fotografo, seguire in tour un artista di questo calibro, lavorando spesso in location impegnative e sotto la pressione di una fortissima esposizione mediatica?

Dopo anni di gavetta mi proposero di entrare ufficialmente a far parte del suo team storico. Ricordo di aver sentito subito una pressione enorme: quelle fotografie non erano più soltanto mie, ma diventavano immagini attraverso cui Vasco sarebbe stato rappresentato al mondo e che sarebbero rimaste nel tempo.

Essendo anche una sua grandissima fan, pretendevo da me stessa che ogni fotografia fosse davvero all’altezza della sua iconicità. Sentivo una responsabilità fortissima, forse ancora più grande proprio perché conoscevo bene il suo pubblico e tutto ciò che rappresentava, e volevo renderli fieri di quella opportunità.

Ho iniziato, come si dice, con il botto: il mio primo grande lavoro ufficiale fu Modena Park. Una situazione enorme, complessa e irripetibile, che mi mise subito davanti a una responsabilità e a una dimensione produttiva fuori dal comune.

La location era decisamente impegnativa, come lo sono state molte altre negli anni, anche in ambiti di lavoro differenti. Io, però, ho sempre considerato il luogo come una parte fondamentale del racconto. Più una location è particolare, difficile, vissuta o imprevedibile, più mi stimola. Non la considero soltanto un ostacolo da gestire, ma un elemento capace di dare identità alle immagini.

La lunga e varia gavetta mi aveva inoltre insegnato a prevenire la pressione mediatica. Avevo già imparato a lavorare velocemente, a comprendere ciò che sarebbe stato necessario raccontare, a gestire gli imprevisti e a non farmi sopraffare dalla dimensione dell’evento.

Con il tempo ho capito che seguire un artista di questo calibro significa trovare un equilibrio tra istinto e responsabilità: bisogna restare lucidi, tecnicamente pronti e rispettosi del lavoro di tutti, senza perdere però la capacità di emozionarsi. Perché è proprio quell’emozione, quando riesci a governarla, a rendere le fotografie davvero vive.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di fotografare tantissimi artisti e band famose. Quali sono quelli a cui sei più legata e quelli che ami fotografare di più?

Vasco rimane il mio concerto preferito, ma ascolto tantissimi generi. Gli Oasis sono la mia band del cuore e amo profondamente la cultura british. Ho fotografato entrambi i fratelli da solisti e, quando si sono riuniti, ho seguito alcuni concerti con la mia piccola Ricoh, fotografando dal pubblico: era da tempo che non scattavo con una gioia così pura.

Sono nata in Francia e mio fratello maggiore ascoltava rap e hip hop, quindi quella musica è stata un po’ la mia culla. In Italia mi sono innamorata di Fabri Fibra e mi emoziona sempre fotografarlo. L’hip hop, per il suo forte valore sociale e culturale, è anche al centro di un mio progetto personale di reportage.

Tra i ricordi più forti ci sono sicuramente il Wu-Tang Clan e i ritratti a Havoc dei Mobb Deep: ero così emozionata che quasi non riuscivo a parlare.

Ma la musica è la mia vita: sono ancora tantissimi gli artisti che devo fotografare e altrettanti, purtroppo, non ci sono più. Sono nata troppo tardi, lo dico sempre!

Quali sono i fotografi che ti hanno maggiormente influenzato?

Essendo il reportage la fotografia che amo di più, direi Letizia Battaglia, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Dorothea Lange e William Klein.

Per la fotografia musicale, invece, Danny Clinch, Michael Putland – con cui ho avuto anche la fortuna di lavorare – e Janette Beckman.

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In realtà sarebbero molti di più.

Quanto cuore c’è in un tuo scatto e quanta tecnica?

Il cuore è tutto. È nell’emozione e nell’adrenalina di un concerto, ma anche nella curiosità che nasce davanti a una situazione incontrata per strada.

La tecnica, per me, è importantissima, ma dopo tanti anni di studio e di esperienza diventa naturale, quasi istintiva.

Da quel che ho potuto comprendere, sei una viaggiatrice attenta e acuta. Hai la tendenza a documentare visivamente i tuoi viaggi in una sorta di deformazione professionale, che diventa subito un racconto romantico delle tue emozioni. Noto, in particolare, un fascino viscerale per l’America. Ho apprezzato molto i reportage realizzati a Los Angeles, dove hai avuto anche una collaborazione con Estevan Oriol, e più recentemente le immagini di New York. Ti va di raccontarci il tuo rapporto con i viaggi e, nello specifico, con l’America? Come li vivi dal punto di vista fotografico?

Come accade a molte persone, mi sono innamorata dell’America attraverso il cinema e la musica. I miei grandi miti provenivano da lì e, da romantica quale sono, ho sempre avuto la sensazione che gli anni più affascinanti fossero ormai passati. Forse è proprio per questo che continuo a cercarne le tracce.

Per comprendere meglio quegli artisti e quella cultura che, in qualche modo, mi appartiene, ho iniziato a fotografare i quartieri e le strade in cui erano nati, cercandone l’anima e incontrando le persone che li avevano vissuti. Los Angeles, più di altri luoghi, conserva ancora moltissimo di quell’identità ed è diventata la città in cui voglio svegliarmi ogni mattina.

Seguivo Estevan Oriol da anni e per me era una leggenda. Dopo aver interagito a lungo con il suo lavoro, mi notò e mi selezionò per una mostra a Los Angeles di cui era curatore. È stato uno dei giorni più assurdi e belli della mia vita. Da allora l’ho incontrato altre volte e, quando mi riconosce e viene ad abbracciarmi, ancora faccio fatica a crederci.

Portando avanti il mio reportage sull’hip hop e sulla cultura black, ho capito quanto la storia fosse parte integrante del progetto. L’America racchiude moltissime culture e contraddizioni – un carattere che sento vicino – che hanno avuto un’influenza enorme sul resto del mondo. Per questo non voglio fermarmi a una sola città: sto cercando, poco alla volta, di raccontarne i diversi Stati, la realtà sociale contemporanea e ciò che è realmente cambiato, oppure è rimasto uguale. So che sarà un lavoro lungo, probabilmente di anni.

Più in generale, amo profondamente viaggiare, scoprire luoghi, incontrare persone e conoscere modi di vivere differenti. È viaggiando che mi sento davvero viva. La fotografia mi permette di avvicinarmi a ciò che voglio comprendere, di approfondirlo e di documentarlo affinché ne rimanga una traccia.

Spesso le mie immagini migliori nascono quando parto da sola, perché posso immergermi completamente nelle situazioni che incontro. A volte mi ritrovo in contesti sociali complessi, ma il mio vissuto mi ha insegnato a osservare, rispettare e capire come comportarmi. Forse è anche per questo che, durante i miei viaggi, sono nate bellissime amicizie.

C’è un viaggio che hai nel cuore, che realizzerai o che ti piacerebbe realizzare?

Ho ancora tantissima America da scoprire. Il Texas, in particolare, mi è rimasto nel cuore e so che tornerò a raccontarlo.

Ho viaggiato molto anche in Asia e sono profondamente affascinata dai Paesi arabi, nei quali torno sempre volentieri. Ma uno dei miei sogni più grandi, da sempre, è andare in Tibet.

Tornando alla musica, c’è un artista o una band che ti piacerebbe fotografare o, parlando anche del passato, che ti sarebbe piaciuto fotografare?

Tra gli artisti viventi, sarebbe un sogno lavorare con gli Oasis. Cambiando completamente genere, mi piacerebbe moltissimo fotografare Kanye West in un contesto non live: è una delle mie più grandi passioni e, per me, un vero genio creativo.

Tra gli artisti del passato ce ne sarebbero tantissimi, ma uno vince su tutti: Michael Jackson.

Nel mondo dei social network, dove Facebook e soprattutto Instagram ci bombardano di immagini, il significato puro di una fotografia ha un valore molto relativo. La nostra soglia di attenzione è ridotta a pochi secondi per immagine: oggi una foto deve colpire immediatamente per ricevere la giusta attenzione. Qual è la tua opinione sull’uso dei social media nel campo della fotografia e qual è il tuo rapporto con i social, dal punto di vista lavorativo e personale?

Come in molte cose che mi riguardano, sarò contraddittoria. Parlando di fotografia, odio profondamente ciò che i social hanno prodotto: hanno in parte impoverito il valore dell’immagine e dato a tutti l’illusione di saper fare, comprendere e giudicare una fotografia.

Siamo bombardati continuamente da contenuti e sembra quasi che un like in più o in meno possa stabilire il valore di un fotografo. Penso spesso che molti degli autori che amo, se fossero nati oggi, avrebbero forse rischiato di non essere notati, perdendosi tra migliaia di altre immagini. La nostra soglia di attenzione è ormai così limitata che tendiamo a fermarci soltanto davanti alle fotografie di maggiore impatto immediato. Questo fa sì che immagini meno appariscenti, ma magari molto più importanti, profonde e fotograficamente migliori, vengano ignorate.

Io stessa pubblico forse una fotografia su dieci di quelle che realizzo e maledico i social già quando devo adattarla a formati innaturali che spesso ne alterano la composizione e il senso.

Allo stesso tempo, però, devo accettarli come una vetrina: possono portare il tuo lavoro molto più lontano di quanto immagini e creare occasioni che altrimenti non esisterebbero.

Preferirei realizzare mostre in tutto il mondo e vedere le fotografie stampate, ma oggi i giornali sono sempre meno e i costi di produzione e di stampa sono altissimi. La fotografia, purtroppo, è sempre stata anche un’arte molto costosa. Quindi critico i social, ma continuo a usarli perché, nel bene e nel male, fanno parte del nostro lavoro.

Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane fotografo che vuole avvicinarsi al mondo della fotografia musicale?

Gli direi di farlo soltanto se ama davvero fotografare. Di non scegliere questo lavoro solo per costruire una bella pagina Instagram o per stare vicino agli artisti.

Gli direi di studiare fotografia, di conoscere la sua storia, di osservare molto e di prepararsi davvero. Perché il mondo di domani avrà bisogno di immagini sincere, capaci di rappresentare il presente e di conservarne la memoria.

Ringraziamo Alessandra per la sua disponibilità

Ci vediamo sulla strada

Vasco Rossi (foto di Alessandra Trucillo)

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