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Berlinale 76: diario dalla prima settimana tra horror, politica e industria culturale

Berlinale 76: diario dalla prima settimana tra horror, politica e industria culturale

La 76ª edizione della Berlinale è entrata nel vivo e la prima settimana di festival ha già mostrato una linea molto chiara: film fortemente divisivi, opere prime ambiziose, riflessioni politiche molto nette e diversi titoli che hanno acceso discussioni dentro e fuori le sale.

Ecco il nostro diario dei primi film visti alla Berlinale 2026.


A Prayer for the Dying – una prima opera western di Dara Van Dusen alla Berlinale

Tra le opere prime più discusse c’è A Prayer for the Dying di Dara Van Dusen, ambientato nel 1870 in Wisconsin, in una comunità di coloni scandinavi ancora segnata dalle conseguenze della Guerra Civile americana. Quando una nuova minaccia incombe, il protagonista è costretto a scegliere tra la propria famiglia e la comunità che gli ha dato una seconda possibilità.

Il film vuole chiaramente essere profondo. Lo si percepisce in ogni scelta formale: silenzi lunghi, sguardi pesanti, dialoghi che sembrano costruiti per essere citati. Il problema è che nulla atterra davvero.

La lentezza viene confusa con la profondità, la sofferenza con il significato. Il film trattiene continuamente l’emozione come se questo bastasse a renderlo potente.

La regia è composta, la fotografia è curata, gli attori sono impegnati. Ma si avverte una certa forzatura “artistica”, una ricerca della trascendenza che non viene realmente guadagnata. Per molti in sala è risultato un film pretenzioso, tanto che una parte del pubblico lo ha apertamente respinto.


Good Luck, Have Fun, Don’t Die – Il ritorno alla regia di Gore Verbinski

Il nuovo film di Gore Verbinski, Good Luck, Have Fun, Don’t Die, parte da un’idea forte: un uomo che sostiene di venire dal futuro prende in ostaggio i clienti di un iconico diner di Los Angeles per reclutarli in una rivoluzione destinata a salvare il mondo.

Il film è una satira sociale che punta direttamente contro l’intelligenza artificiale e contro l’uso compulsivo degli smartphone, accusati di “friggere il cervello” delle persone. La critica è evidente e talvolta un po’ forzata, ma l’operazione funziona sul piano del divertimento.

Registicamente è davvero ben fatto: Verbinski costruisce ritmo, tensione e momenti di ironia con grande controllo formale. È uno dei titoli più energici visti finora in questa Berlinale. Leggi la nostra recensione qui.


The Moment – Charli XCX alla Berlinale

Tra i film più discussi della prima settimana c’è The Moment, presentato alla Berlinale con Charli XCX protagonista. Il film immagina una storia alternativa del successo di BRAT e diventa una riflessione sull’industria musicale, sulla pressione mediatica e sulla cultura dei brand.

Ne abbiamo già parlato in una recensione dedicata su AHM – clicca qui: il film utilizza la parabola del successo pop per ragionare sulla libertà creativa e sul momento in cui quella libertà viene inglobata dalla macchina produttiva. È uno dei titoli che meglio intercetta il discorso contemporaneo su fama, identità e capitalismo culturale.


Heysel 85 – La tragedia della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool nel film di Teodora Ana Mihai alla Berlinale

Con Heysel 85, la regista Teodora Ana Mihai ricostruisce la tragedia dello stadio Heysel del 1985, quando 39 persone persero la vita prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.

Il film utilizza una struttura di finzione intrecciata con immagini reali della tragedia, creando un dialogo continuo tra ricostruzione e memoria storica. È un’opera politica, che mette in evidenza il contesto e le responsabilità che ruotavano attorno a quell’evento sportivo.

Molto interessante l’uso delle immagini d’archivio e il tono critico nei confronti del sistema. L’unica nota stonata è l’italiano parlato nel film, che suona artificiale, come se fosse un testo francese tradotto letteralmente, con costruzioni poco naturali.


Rosebush Pruning – Karim Aïnouz gioca a fare Yorgos Lanthimos

Rosebush Pruning di Karim Aïnouz, scritto da Efthymis Filippou e ispirato a I pugni in tasca di Marco Bellocchio, racconta la disgregazione di una famiglia americana isolata in una villa spagnola.

Stilisticamente è impeccabile: colori splendidi, colonna sonora potente, grande cura formale. Ma la trama risulta estremamente già vista, tanto da ricordare un film “scartato” dell’universo di Lanthimos. L’operazione sembra voler trasformare Bellocchio in qualcosa di più vicino a Saltburn.

È un film divertente da guardare per estetica e atmosfera, ma non regge sul piano narrativo. Approfondiremo questo titolo in seguito.

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Sleep No More – il body horror indonesiano di Edwin spaventa la Berlinale

Il body horror indonesiano Sleep No More di Edwin racconta di due sorelle che affrontano la morte improvvisa della madre in una fabbrica di parrucche. Una crede si sia trattato di suicidio, l’altra è convinta che ci sia stata una possessione e inizia a lavorare nella fabbrica per scoprire la verità.

Il film mescola workplace horror, commedia e body horror con un tono anarchico. È un’opera un po’ dispersiva, ma compensata da effetti pratici interessanti e da un certo fascino irriverente. Non è un grande film, ma è sicuramente un’esperienza divertente – o disgustosa, a seconda della sensibilità.


Filipiñana – La critica sociale nel film di Rafael Manuel

Tra i film più forti visti finora alla Berlinale c’è Filipiñana di Rafael Manuel. Ambientato in un esclusivo golf club nelle Filippine, il film segue Isabel, una giovane lavoratrice che si sente attratta dal presidente del club, per poi scoprire la violenza e il sistema di potere nascosti dietro l’apparente perfezione del luogo.

È un’opera apertamente anti-colonialista e anti-capitalista, un racconto surreale e politico che utilizza lo spazio del country club come metafora di gerarchie sociali e fantasie di potere dei super-ricchi.

La regia è straordinaria, visivamente il film è un quadro. Anche i titoli di coda sono memorabili. Uno dei titoli più convincenti di questa prima settimana.


Nightborn – Rupert Grint non convince nel film di Hanna Bergholm

Con Nightborn, la regista Hanna Bergholm affronta il tema della depressione post parto in chiave horror. Saga e il marito si trasferiscono nella casa isolata della sua infanzia in Finlandia; dopo la nascita del bambino, la donna è convinta che qualcosa non vada.

Il film vuole raccontare la distruzione psicologica legata alla maternità, ma il risultato appare estremamente banale. Il tema è trattato in modo prevedibile e non riesce ad andare oltre l’ovvio. Anche la presenza di Rupert Grint non incide: la sua interpretazione risulta debole.

Il confronto con altri film recenti che hanno affrontato lo stesso argomento (leggi la recensione di Die My Love qui) rende ancora più evidente il limite dell’operazione.


The Blood Countess – Isabelle Huppert è una Vampiressa nel film di Ulrike Ottinger

Chiude questa prima parte di Berlinale The Blood Countess di Ulrike Ottinger, con Isabelle Huppert nel ruolo della contessa. La storia segue la protagonista e la sua cameriera in una ricerca quasi surreale di un libro che sarebbe in grado di far sparire per sempre i vampiri, inseguite da un ispettore di polizia, due vampirologi, un nipote vampiro-vegetariano e il suo terapeuta.

È un film strano e profondamente divisivo. In sala le reazioni sono state nette: o si usciva prima della fine, oppure si rideva apertamente. Huppert è perfetta nel ruolo. È uno di quei film che polarizzano e generano discussione immediata.


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