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Il Grande Lebowski: quel tappeto dava davvero un tono all’ambiente…da 25 anni

Il Grande Lebowski 25 anni dopo

“A volte si incontra un uomo, e sto parlando di Drugo, a volte si incontra un uomo che è l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere. E quello è Drugo, a Los Angeles. E anche se quell’uomo è un pigro, e il Drugo lo era di sicuro, forse addirittura il più pigro della contea di Los Angeles (il che lo mette in competizione per il titolo mondiale dei pigri), ma a volte si incontra un uomo, a volte si incontra un uomo…ah, ho perso il filo del discorso… è più che sufficiente come presentazione.”

Il Grande Lebowski

Il Grande Lebowski

La premessa è semplice: un uomo, un pacifista in vestaglia, calzoncini e scarpette per il mare di nome Drugo Lebowski, rientra a casa dopo aver staccato un assegno da 0,69 centesimi per una confezione di latte, rientra a casa e viene aggredito da degli sconosciuti. Lo insultano, gli chiedono un riscatto per il rapimento della sua presunta moglie, per la moglie del signor Jeffrey Lebowski. Ma non è lui, non è lui il Lebowski a cui cercano di estrapolare quella grossa cifra di denaro. Ma ormai il danno è fatto, il Drugo si rende conto della questione irreparabile: quei musi gialli , no scusate asiatici è preferibile, hanno pisciato sul suo tappeto. Ed è per questo spiacevole, gravissimo accaduto, che una serie di impensabili, assurdi eventi prendono forma.

So cosa state pensando ma, credetemi, quel tappeto dava davvero un tono all’ambiente.

Così i fratelli Coen, con una maestria ineguagliabile, mettono in scena uno spettacolo diventato assolutamente iconico attraverso situazioni e personaggi memorabili.

I personaggi

Jeff Bridges, John Goodman e Steve Buscemi compongono un trio di amici dalle peculiarità lontanissime gli uni dagli altri, ma con un’unica grande passione: il bowling.

Trascorrono sera dopo sera ad allenarsi per le partite di torneo, come dentro ad una catarsi, si incontrano, segnano punti (non senza inconvenienti, dopotutto, non è mica il Vietnam!) e discutono della loro quotidianità cercando di risolvere il problema su come sostituire il tappeto del Drugo che, non dimentichiamolo, dava davvero un tono all’ambiente. Il tutto con dialoghi talmente stravaganti da essere di per sé dei veri e propri sketch teatrali.

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Nel corso della vicenda si intrecciano diverse storie e personaggi, alcuni dei quali meritano una menzione. Philip Seymour Hoffman nei panni di Brandt, (assistente del signor Lebowski) in un ruolo lontanissimo dalla sua personalità risulta fenomenale; Juliane Moore in Maude Lebowski (figlia del signor Lebowski) che interpreta un’artista avant-gard femminista, magnifica e, infine, Sam Elliott narratore, lo straniero con cui il Drugo riflette al bancone del bar al bowling, il cowboy di cui avevamo bisogno. Perché, ammettiamolo, abbiamo tutti un debole per il cowboy come concetto.

Il Grande Lebowski – Un manifesto della storia cinematografica e non solo

Il Grande Lebowski è diventato, nel corso degli anni, un punto di riferimento della storia cinematografica, un manifesto nella cultura di massa, non solo da un punto di vista iconografico, ma anche narrativo e, soprattutto, musicale.

A cominciare da The Man In Me brano scritto da Bob Dylan, un’automatica colonna sonora per qualunque scena girata in una sala da bowling, citata diverse volte in film e serie tv.

Se si immagina il personaggio del Drugo non si può non pensare ai Creedence Clearwater Revival, gruppo preferito del protagonista, e alla sua fedele musicassetta che mai ha abbandonato l’auto, neanche nella peggiore situazione.

Sebbene il mood pacifista del Drugo si rispecchi anche nel suo walkman (le partite di bowling suonano come un mantra attraverso le cuffie), sulle note di I got it bad, but ain’t no good di Nina Simone, confessa a Maude Lebowski di aver lavorato come tecnico del suono in tournée con i Metallica.

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Una chicca ingegnosamente inserita dai fratelli Coen che, infatti, per il personaggio di Drugo Lebowski si sono ispirati a Jeff Dowd, un produttore pacifista americano che ha realmente lavorato come fonico per i Metallica e che, proprio come il nostro amato Drugo, Drughino, Drugantibus, è un fedele amante del White Russian.

Il Grande Lebowski

La colonna sonora

La colonna sonora è geniale e assurda, perfettamente in linea col mood che tiene legato tutto il film. Troviamo Elvis Costello, Kenny Rogers, Henry Mancini, e un’emblematica Hotel California coverizzata dai Gipsy Kings ,diventato un simbolo mondiale. Al primo accenno di chitarra, non si può, infatti, non pensare a John Turturro alias Jesus Quintana, che si prepara al lancio della boccia (battezzata con la punta della lingua, come una benedizione) sulla pista da bowling. Non si scherza con Jesus.

E, per piacere, che nessuno nomini gli Eagles davanti a Drugo, non c’è un motivo particolare, è che proprio non gli piacciono.

Ultimo, ma non ultimo, un cameo musicale di tutto rispetto, forse il più grande amante di L.A. e della sua cultura, un personaggio che non poteva certo fare a meno di un film che la esalta perimetralmente in tutte le sue bizzarrie: Flea, il bassista dei Red Hot Chili Peppers è il più pazzo dei nichilisti che stanno dietro al rapimento di Bunny Lebowski (amante di Jeffry Lebowski).

Il Dudeismo

Quando nel 1998 Joel e Ethan Coen girarono Il Grande Lebowski, non avevano idea dell’impatto che avrebbe avuto sulle persone. Sul momento non fu capito, la consapevolezza arrivò dopo, lenta, meditata, in linea col modo di fare del suo protagonista. Al punto che nel 2005 un uomo di nome Oliver Benjamin, rivedendo il film decise di fondare una religione per diffondere la filosofia e lo stile di vita del Drugo (The Dude).

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Così ebbe origine il Dudeismo, una corrente religiosa in cui la calma, la pigrizia, i tempi lenti, la consapevolezza della flessibilità mentale, l’essere rilassati e il prendere le cose così come vengono, vengono esaltati e praticati come un vangelo.

Così come raccontato nel libro di Benjamin “Il vangelo secondo Lebowski. Risveglia il Drugo che è in te”.

Un ruolo, quello interpretato da Jeff Bridges, che sembra essergli stato cucito addosso come un abito, che indossa con la naturalezza di chi ci è nato, in quei panni morbidamente pigri.

Il Grande Lebowski, non è solo un film simbolo degli anni ‘90, ma un manifesto culturale di rara genialità, un’icona in 35mm resa immortale da attori dallo spessore indecifrabile, è quella carezza che tutti ci portiamo dentro, quell’amico di cui non possiamo fare a meno, ci sentiamo così in confidenza col Drugo da citarlo come se fosse una parte di noi, quella parte che amiamo da venticinque anni.

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