Interviste

Dal cuore di Firenze al rap italiano: l’esordio di Gimmi e Doopler – L’intervista

Con il loro primo EP NATI X L’ARTE, uscito a fine luglio, Gimmi e Doopler portano una ventata di autenticità nella scena rap italiana. Un progetto nato in studio, senza calcoli né strategie di mercato, che racconta la loro necessità di espressione e una visione personale e generazionale insieme.

Firenze, la fratellanza e la sperimentazione sonora diventano elementi centrali di un lavoro che mette al centro la verità del percorso artistico. Li abbiamo incontrati per parlare di musica, radici e futuro.

Nel titolo NATI X L’ARTE c’è un’affermazione forte, quasi identitaria. Quando avete capito che la musica sarebbe stata il vostro linguaggio naturale, e in che modo questo EP lo rappresenta?

Siamo sempre stati immersi nell’arte fin dall’infanzia, sia per indole che per questioni familiari. Questo è un progetto che non è stato studiato o premeditato con logiche di mercato: siamo solo stati in studio insieme talmente tanto che poi avevamo già i pezzi. In un momento in cui tutto ciò che vediamo è costruito apposta per un pubblico, volevamo rimarcare che la nostra era pura necessità. Quei brani sarebbero esistiti comunque, con o senza uscita ufficiale.

GEEKD UP apre il disco con un impatto emotivo e sonoro molto diretto, parlando anche di salute mentale e pressione sociale. Quanto c’è di personale e quanto di generazionale in quel brano?

Volevamo dare un messaggio forte all’ascoltatore, ma soprattutto rappresentare noi stessi e chi è come noi. Poter immaginare questo brano come generazionale ci onora, ma tutto quello che abbiamo fatto è stato semplicemente raccontarci.

Nel disco si alternano momenti più viscerali a tracce come INTELLISWAG, dove emerge un’attitudine più club e sperimentale. Quanto è importante per voi spostarvi tra registri diversi senza perdere coerenza?

Cambiare mood nella musica è importante come nella vita: è impossibile, anche solo nella stessa giornata, rimanere nello stesso stato d’animo permanente. Quando arriviamo in studio non è facile avere sempre la stessa intenzione. Più che una scelta importante, è proprio qualcosa di naturale.

BRO chiude il disco con una dichiarazione di fratellanza autentica. Come si costruisce un legame artistico così solido e come si riflette nella scrittura a quattro mani?

Bro è un brano molto profondo, uscito dal cuore e di getto, tutto in una session. Avevamo entrambi un pezzo d’anima da lasciare da qualche parte, e Bro ne è stato il risultato. Nonostante background e vite diverse, durante la creazione del progetto abbiamo trovato molte cose che ci uniscono, tra cui – oltre all’amore per la musica – il fatto che siamo entrambi fratelli maggiori. Questo brano è una dedica importante, quasi un testamento lasciato a loro. Da qui anche la scelta del titolo.

Firenze è spesso presente in filigrana nei testi. Sentite l’urgenza di rappresentarla nel rap italiano? Che rapporto avete con la vostra città oggi, anche rispetto alla scena musicale?

Abbiamo opinioni divergenti su questa tematica. Passare tanto tempo a chiedersi il motivo per cui non ci siano mai stati rappresentanti della nostra città che abbiano davvero influenzato la crescita dell’hip hop italiano ti influenza, nel bene e nel male. Il rapporto con Firenze resterà sempre un po’ conflittuale, perché non è un ambiente che ti fa sentire valorizzato, non solo nella musica. Però di buono c’è che ti fa sentire parte di qualcosa di immortale, di una storia che prima o poi avrà il suo spotlight. Magari non saremo noi i protagonisti, ma speriamo di ispirare chi verrà dopo di noi.

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