C’è un’ora precisa, in montagna, in cui la nebbia si alza dal fondovalle e per qualche minuto sembra di poter scegliere da che parte stare: sopra, dove le capre brucano senza sapere di essere fortunate, o sotto, dove la città avanza. Zeno ha scritto Fortuna esattamente in quel punto di sospensione. E il risultato è una canzone che sembra semplice come una passeggiata e che invece, verso dopo verso, ti mette davanti a una domanda scomoda: e se fossi stato tu, a nascere dall’altra parte?
L’innesco è filosofico, e Zeno non lo nasconde. Il brano nasce da un concetto aristotelico – “lo schiavo è tale per natura” – un’idea che oggi consideriamo (forse) superata, e che il cantautore usa come pietra lanciata nello stagno. Da lì, il testo si muove per tre quadri concentrici, ciascuno più vicino all’uomo del precedente.
Nella prima strofa siamo tra i pascoli: le vacche in transumanza si sentono fortunate di non essere nate in una cella, i fiori di montagna resistono a un cielo che avanza. Nella seconda ci si sposta in mare: aragoste che si amano tra un relitto e un detersivo, tartarughe in migrazione che hanno scampato l’acquario, spiagge assediate dalla plastica. Nella terza cade l’ultimo filtro e arrivano i canti di protesta, la guerra persa da entrambe le parti, i potenti capobanda che si godono i massacri dalla propria tana, i bambini lontani dalla miseria.
“Si sentono fortunate le vacche in transumanza / di non essere nate in una cella nella città che avanza”
Qui c’è tutto il meccanismo del brano in due versi. Zeno prende il concetto più astratto che ci sia – il privilegio di nascita – e lo appoggia sulla schiena di un animale che attraversa un pascolo.
L’atmosfera è quella di un cantautorato di scuola italiana che sceglie il tono confidenziale: la voce resta in primo piano, senza sovraincisioni invadenti, e affida l’intensità alla dizione più che al volume. La dinamica cresce con il testo , asciutta e pastorale nella prima parte, più densa e mossa nella terza strofa, quando dai pascoli si passa alla guerra, e si scioglie in un finale che ripete la parola fortuna fino a svuotarla di ogni consolazione.
Il risultato è una canzone di protesta senza slogan. Zeno non punta il dito contro qualcuno: lo punta contro se stesso. «È un monito personale che mi ricorda quanto io sia fortunato, in un mondo di guerre e povertà, a essere dove sono e a potermi esprimere attraverso la musica», racconta.
“Fortunato o privilegiato ad essere semplicemente nato dalla parte giusta del mondo.”
Classe 2006, di base in provincia di Belluno, Zeno arriva a Fortuna con un percorso già solido: diplomato al Liceo Musicale G. Renier, oggi studente di Lettere a Padova, formatosi sul pianoforte moderno con Andrea De Nardi e sul canto con David Wilkes Benini.
Alle spalle ha masterclass con Gabriele Comeglio, Cheope, Laura Valente e Vittorio Matteucci, un percorso di studio in sala con il produttore Fabio Trentini, e un curriculum di concorsi che nel solo 2025 conta il terzo posto assoluto e il primo posto della giuria popolare a “Le Note nel Cuore”, la finale al VolaVoce Festival e la segnalazione al Premio Vittorio Andretta.
Fortuna segue gli inediti Meteorite, Come i nostri sogni, Con i miei occhi e Dialogo tra le due massime incomprensioni del mondo.




