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Pearl Jam – Dark Matter (Recensione)

Dark Matter è il dodicesimo album in studio del gruppo rock americano Pearl Jam. È stato pubblicato il 19 aprile 2024 tramite Monkeywrench Records e Republic Records.

Pearl Jam – Dark Matter

Indice

Pearl Jam – Dark Matter: la recensione dell’album

Ci siamo, è arrivato il fatidico giorno dell’uscita del tanto atteso album dei Pearl Jam, “Dark Matter”. Fino a qualche anno fa dovevo recarmi in un negozio ben fornito per trovare la musica che mi piaceva o dovevo farmela copiare su cassetta da qualche amico. Oggi abbiamo la fortuna di poterla trovare sul web: ecco la musica servita a portata di timpani. Nostalgicamente rimpiango l’attesa e le avventure per procurarmi la musica, ma la vera questione è: riusciranno i Pearl Jam con il nuovo album a riaccendere il mio entusiasmo come un tempo?

Indosso le cuffie e sono pronto a premere play, ma prima una pausa riflessiva. In primo luogo, c’è il titolo dell’album. Qualche anno fa ho perso interesse nei confronti dei Pearl Jam ma ho scoperto un’altra band, i Porcupine Tree che in poco tempo li hanno detronizzati dal ruolo di band preferita. Curiosamente il titolo della prima canzone che ho sentito dei Porcupine Tree è lo stesso della nuova uscita discografica dei Pearl Jam: Dark Matter. Sarà un segno del destino o semplicemente uno scherzo dell’universo?  La seconda riguarda il produttore di questo disco, il leggendario (o infame, dipende da chi lo chiedi) Andrew Watt. Nella sua carriera si è occupato di miti come Ozzy Osbourne, Rolling Stones, Iggy Pop ed Elton John, ma ha anche “osato” produrre artisti come Miley Cyrus, Post Malone (!) e lo stesso Eddie Vedder da solista.

Dark Matter – Traccia per traccia

E ora, con il fiato sospeso, entriamo nel mondo del primo brano. Incrociamo le dita affinché le mie opinioni non offendano i fan accaniti dei Pearl Jam o i loro detrattori. Prometto di cercare di essere obiettivo, ma chi può resistere alla tentazione di lanciare qualche frecciatina?

  • Scared of Fear“: L’introduzione mi ricorda vagamente l’inizio di “Ten“, il mio cuore palpita di speranza. Segue un riff di chitarra che però non mi entusiasma. Altra nota deludente è il suono della batteria di Matt Cameron (ok, ho detto di essere imparziale, ma lui nei PJ non è mai piaciuto). Il pezzo diventa interessante quando rallenta e nella parte finale si intensifica; in effetti, in questo punto mi piace davvero. Peccato che poi ritorni quel riff che proprio non mi convince. Uso parte del testo della canzone per inviare un messaggio (che non leggeranno mai) a Eddie e soci: “You’re hurting yourself, it’s plain to see. I think you’re hurting yourself just to hurt me. We used to laugh, we used to sing. We used to dance, we had our own theme.”
  • React, Respond“: Il brano parte con un riff interessante, pieno di energia, e la voce di Eddie si adatta bene, ma la batteria proprio non mi convince. Gli strumenti sono ben separati nelle cuffie, permettendo di percepire tutte le frequenze. Ma questo non basta, mentre il brano procede, perdo gradualmente interesse. Le parti della canzone sembrano incollate tra di loro in modo disarmonico. Alcune funzionano meglio di altre, soprattutto quando prendono le distanze dal riff principale. Mike McCready però torna ai suoi fasti con un assolo ricco di wah-wah e regala un senso alla canzone.
  • Wreckage“: Eccola qui, la prima ballad. Melodie melliflue ma che non acchiappano. Eddie ha una voce eccezionale, ma sembra ripetere lo stesso schema da 25 anni. Le chitarre non mi attraggono, ma apprezzo le armonizzazioni vocali prima e dopo il bridge. Devo ricordarmi di mettere la mano davanti alla bocca quando sbadiglio. Verso i tre minuti e mezzo sembrava e speravo che il pezzo finisse ma si prolunga per altri interminabili 90 secondi. Le cose un po’ più carine arrivano solo a questo punto, quando ripetono il ritornello. Non so se si è capito ma non mi convince.
  • Dark Matter“: Eccola l’attesa title track che entra con grinta, vediamo dove ci porta! Smetto di sbadigliare: qui ci sono dei riff di chitarra e Eddie canta con decisione nel ritornello! Le chitarre sperimentano con il tremolo, il basso di Jeff Ament è possente. Il brano sembra sia costruito per stupire, forse la metterò in qualche playlist, ma non basta per trascinare il disco.
  • Won’t Tell“: Potevate dirmelo che dovevo fare fatica per ascoltare un disco dei Pearl Jam! Il sale fa male, si sa, ma avrebbe dato un po’ di gusto all’inizio di questo brano, che si apre nel ritornello diventando quasi interessante, ma ahimè si torna presto alla strofa che si trascina. Le parti di chitarra e basso si suddividono con precisione la parte ritmica e danno una certa consistenza al brano. Ma sembra essere solo una trovata per cercare di rendere viva una canzone poco interessante.
  • Hupper Hand“: C’è l’intro, suoni lunghi ed evocativi. Fin qui tutto bene (cit.). Mentre gli altri strumenti si mantengono calmi in lontananza, una chitarra ritmica si fa sempre più presente e a un certo punto mi chiedo se nel crescendo vogliano lasciarle spazio per poi attaccare una versione di “Where the Streets Have No Name” degli U2. E’ evidentemente uno scherzo (o quantomeno un tentativo di stupire), infatti fermano “de botto” e parte una ballatona. I suoni delle chitarre e del basso continuano ad essere belli, come nelle altre canzoni. Il brano ricorda vagamente “Crazy Mary” ma non ne ha il pathos; risulta un po’ scolastica nel senso che restano fedeli alla loro formula, evitando di sperimentare. Migliora nel finale quando abbandonano il pathos e la canzone diventa più densa.
  • Waiting for Stevie“: Non mi convince molto l’inizio, ma man mano migliora. È uno dei migliori brani finora ascoltati, e si conclude con energia, anche se Eddie ce la mette tutta per frenare il ritmo del brano. Posso immaginare che dal vivo il ritornello ripetuto così tante volte farà cantare ed emozionare il pubblico. Matt Cameron si dà da fare dietro le pelli, ma il suo suono rimane sempre piccolo e ho l’impressione che si divertisse di più a mantenere tempi complessi con i Soundgarden (beh io si sicuro mi divertivo di più!) Il brano sembra finire, ma per loro i 5 minuti abbondanti di questa canzone non erano sufficienti. Dopo un momento di silenzio arriva un breve outro di chitarre riverberate e arpeggiate, basso e voce. I 30 secondi migliori della canzone.
  • Running“: Facciamo un pezzo tipo punk? Eccolo qui. Niente di pazzesco, un brano sempliciotto ed energetico che però Eddie fa scendere di intensità nella strofa, ma quando alza i toni nei cori le cose sembrano migliorare. Non faccio in tempo a formulare questo pensiero che rallentano il brano per inserire una parte melodica.  Sul finale Eddie finalmente si dà da fare e ci fa sentire che ancora ce la fa e il brano riparte.
  • Something Special“: Non so se riuscirò a reggere i 4 minuti e 7 secondi di questa canzone; potrebbe essere la cosa peggiore che abbia mai sentito dai Pearl Jam. Mi ritrovo a provare le stesse emozioni di quando ascoltai “Since I Don’t Have You” dei Guns N’ Roses in “The Spaghetti Incident“, ma almeno quella era una cover (e, secondo me, gli altri pezzi di quell’album spaccavano). Il basso va di duina, dun, dun dun, dun, dun dun; la “cosa speciale” di questo brano e l’accordo finale che migliora notevolmente il brano.
  • Got to Give“: Non mi lascio illudere da un arpeggio di chitarra accompagnato dagli archi. Infatti il pezzo cambia subito strada, diventando un brano rock mid-tempo, in cui non ha senso il gain eccessivo e quei toni alti nelle chitarre. Questo brano sembra che sia stato inserito solo per riempire il disco, un brano melodico senza una vera sostanza. Non mi spiego come mai i pezzi mi sembrino migliorare quando Eddie si prende una pausa per rifiatare. Il pezzo ha un finale che mi sembra interessante, anche Eddie canta meglio, senza doversi appoggiare a note baritonali e morbide, e sembra ritrovarsi in questo finale. In effetti sono stupito, questo finale mi piace.
  • Setting Sun“: Un’altra intro? Incredibilmente no! Per una volta continuano sulla stessa strada. Eddie è ispirato e la sua voce finalmente mi scalda il cuore. Il ritmo è lento ma incalzante, i suoni sono avvolgenti e mi riportano indietro nel tempo, alle calde estati della mia adolescenza quando ascoltavo le tracce di “Vs.”. Questo brano mi pare avere le sonorità dei brani acustici di quella release. Se solo ci fosse Dave Abbruzzese alla batteria sarebbe perfetto, ma le cose sono andate come sono andate.
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Conclusioni

Sono convinto che due sole canzoni, di cui solo l’ultima veramente bella, non possano trascinare un album di una band così blasonata, specialmente considerando che, a mio avviso, questa ha perso la sua brillantezza da parecchi anni. Senza questi brani, avremmo avuto un album costituito solo episodi, da belle intro e bei finali, con poco di sostanza nel mezzo. Ma sono convinto che se la band è capace di produrre queste piccole gemme è in grado di produrne anche altre. Sono queste le parti dove i musicisti sperimentano e si esprimono di più, mentre Eddie resta in secondo piano.

Sarò un sognatore ma apprezzerei se Eddie cedesse il passo e lasciasse al trio Gossard, McCready e Ament la guida della band, e che intervenisse sulle parti già create, quando è necessario aggiungere la sua voce. È già successo e ha portato all’album migliore della loro carriera! Ma, mi ripeto, sono un sognatore e so che questo non accadrà mai.

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Se sono deluso? No, non mi aspettavo molto da loro, è già tanto che ci abbiano regalato un brano come “Setting Sun”.

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