
Ogni mattina, Hirayama si sveglia, si lava, innaffia le sue piante, indossa la sua divisa, compra una lattina di caffè dal distributore automatico, sale sul furgoncino e si dirige al lavoro, che svolge con cura e diligenza; durante la pausa pranzo va al parco e fotografa con una macchina fotografica analogica il sole che filtra dalle foglie degli alberi. Fuori dall’orario di lavoro si concede a piccoli piaceri, come la lettura, l’ascolto della sua vasta collezione di musicassette, una doccia alla sauna, una bibita ghiacciata e un pasto fuori una volta a settimana. La sua è una vita routinaria ma serena e appagata, cosa che nessuno direbbe scoprendo che il suo lavoro consiste nel pulire le toilette pubbliche di Tokyo.
Hirayama (interpretato da un magistrale Kōji Yakusho) è il protagonista di Perfect Days, ultimo film di Wim Wenders, che dopo Tokyo-ga torna a raccontare del suo amore per la capitale giapponese. I bagni pubblici di Tokyo (e gli architetti che li hanno progettati) dovevano essere i protagonisti di una serie di cortometraggi documentari commissionati al regista tedesco che, dopo essersi recato nella capitale nel 2021 ancora in periodo pandemico, decide di sviluppare piuttosto un lungometraggio che celebri la semplicità e la felicità nell’umiltà e nelle piccole cose, temi molto presenti nella cultura orientale e con i quali Wenders si trova in perfetta sintonia.
In un mondo sempre più digitale, veloce e connesso, dove la bellezza viene quantificata e giudicata in una scala di valori (come fa comicamente uno dei personaggi secondari dei film), concedersi il lusso di una vita analogica e lenta può forse essere una soluzione alle nostre ansie? O è anch’essa una reazione a un trauma, un dolore nascosto che non si vuole manifestare, come il passato segreto di Hirayama? Forse la risposta sta nei sogni, come vediamo nelle magnifiche sequenze oniriche realizzate da Donata Wenders, fotografa e moglie del regista, dove il mondo è in bianco e nero, è facile distinguere il bene dal male, e la luce può passare in mezzo all’oscurità, come komorebi.



