Avete preso la durata convenzionale di una canzone e l’avete trasformata in una specie di ultimatum. È arrivato prima il titolo “Treminutietrenta” o l’idea che ormai anche la vita debba convincere in quel tempo?
È arrivata decisamente prima l’idea, e ha un aneddoto molto preciso. Eravamo a Londra, per strada, mentre andavamo in studio di registrazione in estremo ritardo. Proprio in quel momento avevamo aperto un’email in cui alcuni “esperti del settore” ci facevano notare che i nostri brani erano troppo lunghi per le logiche attuali e che tre minuti e trenta doveva essere il limite massimo assoluto per sperare di funzionare. Lì ci è scattato qualcosa: ci siamo resi conto di come quella durata standard stesse diventando la metafora perfetta di una società in cui devi convincere, venderti e fare buona impressione nel minor tempo possibile. Così abbiamo preso quell’imposizione e l’abbiamo trasformata nel concept e nel titolo della canzone.
Nel brano cantate che bisogna «fare bella figura, almeno per un po’». È quell’“almeno per un po’” a rendere il verso piuttosto amaro: che cosa succede quando non riusciamo più a sostenere la versione di noi che abbiamo presentato agli altri?
Succede che prima o poi arrivi a un punto di rottura e devi fare i conti con te stesso. Devi chiederti se valga davvero la pena continuare a sforzarsi di fingere, lasciando morire lentamente chi sei davvero pur di compiacere le aspettative altrui, o se non sia invece il momento di “uccidere” quell’immagine fittizia che ci hanno fatto credere di dover essere. Quando la maschera crolla, fa male, ma è anche l’unico momento in cui puoi scegliere di salvarti e tornare a respirare autenticamente.
Il protagonista affronta un colloquio su Zoom vestito soltanto dalla vita in su. Volevate raccontare la precarietà lavorativa oppure una precarietà che ormai riguarda anche il modo in cui ci mostriamo?
Entrambe le cose, perché oggi la precarietà lavorativa ed emotiva viaggiano di pari passo. L’immagine di chi affronta un colloquio su Zoom con giacca e ben due cravatte, ma completamente senza pantaloni sotto, è la metafora visiva perfetta del nostro tempo: l’esagerazione assurda di ciò che viene inquadrato dalla telecamera pur di fare bella figura, a fronte di una precarietà totale a un centimetro fuori dal campo visivo. Volevamo raccontare come ci siamo abituati a mostrare solo la “facciata” costruita delle nostre vite, mentre sotto la superficie galleggiamo tutti in un senso di fragilità e incertezza costante.
Il testo passa da una crisi internazionale a un meme, da Sanremo a Nettuno, quasi senza concedere il tempo di distinguere una cosa dall’altra. Come avete dato un ordine musicale a questo affollamento?
Abbiamo cercato di costruire una sorta di “disordine ordinato” anche a livello musicale. I riff di chitarra cambiano continuamente, i fill di batteria si muovono in direzioni inaspettate e la struttura stessa del brano si evolve: ci sono ritornelli che esplodono senza chitarre e altri raddoppiati con due chitarre, alternati a brevi assoli sia di batteria che di chitarra. È stato tutto pensato per non dare mai un appiglio comodo o prevedibile all’ascoltatore, rispecchiando esattamente quel senso di sovraccarico. Questo però non vuol dire che il brano si trasformi in un esercizio di stile astruso o in un pezzo di musica dodecafonica: la forma e la melodia restano accessibili, ma ti strattonano dall’inizio alla fine.
L’ironia rende il brano immediato, ma basta ascoltarlo con attenzione perché emerga qualcosa di più duro. C’è stato un momento in cui avete temuto che la parte comica coprisse il resto?
Sì, il timore c’è sempre stato, perché l’ironia e il sarcasmo sono armi a doppio taglio: se le usi male, rischi di far passare il pezzo come una semplice macchietta o una gag divertente. Ma in realtà per noi l’ironia non è mai uno scherzo, è il filtro più onesto e lucido attraverso cui riusciamo a guardare la realtà. Quando le cose si fanno troppo pesanti, sdrammatizzare è l’unico modo per non soccombere. Chi ascolta con un po’ di attenzione si accorge subito che dietro il sorriso c’è un retrogusto decisamente amaro, ed è esattamente quell’equilibrio che cercavamo.

Anche l’arrangiamento sembra continuamente sul punto di rincorrere ciò che viene dopo. Avete lavorato consapevolmente sulla sensazione che il brano non potesse mai fermarsi?
Assolutamente sì. Rendere il brano veloce, tagliente e imprevedibile senza però cadere nell’incomprensibile è stata una sfida enorme ma anche divertentissima, in tutte le fasi: dall’arrangiamento iniziale fino alla registrazione vera e propria in studio insieme ai nostri musicisti. L’idea dell’arrangiamento si basa proprio su una vera e propria escalation di tensione, che a un certo punto sfocia in un finale quasi da big band, inaspettato e leggerissimo. È come se, dopo tutta quella corsa affannosa, tra un respiro e l’altro il mondo ad un tratto si fermasse: sorridi, te ne freghi completamente, fai finta che non sia successo nulla e con estrema leggerezza ti metti a guardare in TV il servizio su qual è il gattino più soffice del web.
7. «Come un tardigrado sparato nello spazio» è una delle immagini che rimangono maggiormente impresse. Vi interessava di più la sua capacità di resistere oppure il fatto che, una volta lanciato, non sappia più dove si trova?
Decisamente alla sua incredibile capacità di resistere! È la metafora di come dobbiamo fare tutti noi oggi. Perché, a pensarci bene, anche quando siamo convinti di avere tutto sotto controllo e sappiamo esattamente cosa facciamo ogni giorno, in realtà dove ci troviamo davvero non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Eppure resistiamo, andiamo avanti, protetti da una corazza invisibile contro qualsiasi avversità. Il tardigrado nello spazio è l’emblema di questa resistenza folle e testarda.
8. Da tempo chi scrive musica deve fare i conti con introduzioni accorciate, ritornelli anticipati e primi secondi decisivi. Vi è mai capitato di modificare una canzone perché temevate che l’ascoltatore non sarebbe arrivato fino al punto importante?
Qui c’è la sfida vera. Noi oggi cerchiamo di arrivare dritti al punto con l’intero brano, ma se una soluzione o una parte ci piace davvero, la lasciamo così com’è, anche se dovesse sforare i tre minuti e trenta. Se un pezzo ha bisogno di respirare e ci convince, lo difendiamo fino in fondo. Questo non vuol dire ignorare il mondo in cui viviamo: in fase di produzione cerchiamo comunque di stare al passo con i tempi e con le dinamiche del mercato, ma senza mai snaturarci. Per noi viene prima il valore della musica, autentico e intransigente, e solo dopo le logiche della discografia.
9. Siete tornati dopo oltre quattro anni, prendendovi quindi un tempo molto lungo in un settore che chiede agli artisti di pubblicare continuamente. Che cosa non eravate disposti a far uscire soltanto per rimanere presenti?
Non eravamo assolutamente disposti a far uscire un prodotto che appartenesse ancora alla nostra vecchia idea musicale. Nella vita l’essere umano si evolve continuamente: a volte viaggiamo veloci, altre volte ci sentiamo come un pulviscolo nel vento. Eravamo arrivati a un punto in cui avevamo tantissime idee e molto materiale, ma non eravamo ancora pronti a respirare, a prendere le distanze dal progetto e a viverci tra di noi con maggiore leggerezza. La paura del cambiamento è sempre fortissima e persino cambiare nome al gruppo è stato un passaggio delicato. Restando ancorati alla comfort zone, c’era il forte rischio di pubblicare un lavoro artefatto e quindi non del tutto vero. Trovare il tempo di osservare le cose un po’ più da lontano ci ha fatto capire che era giunto il momento di chiudere un capitolo della nostra vita e aprirne un altro: più sincero, trasparente e con molte meno regole da seguire.
10. Avete chiamato il disco “Perseverance”. Per voi perseverare significa insistere sulla stessa strada oppure capire quando è necessario cambiarla?
«In realtà significa entrambe le cose, perché la vera perseveranza non è ostinazione cieca, ma la capacità di evolversi senza perdersi. A volte perseverare vuol dire difendere a denti stretti la strada su cui ti trovi, rifiutando di deviare solo per compiacere le mode del momento. Altre volte, invece, la forma più alta di perseveranza è proprio avere il coraggio di abbandonare un percorso che non ti appartiene più — persino un nome o una comfort zone consolidata — per cercarne uno più autentico. Non importa quante deviazioni fai o quante volte decidi di cambiare rotta: quello che conta è sentire di essere al tuo posto mentre cammini e non tradire mai l’obiettivo finale.




