Cinema

Black Phone 2, la recensione: Ethan Hawke torna a terrorizzare il grande schermo

Black Phone 2


In questo ottobre che urla Halloween a ogni secondo — abbiamo pubblicato qui la nostra classifica dei 10 migliori horror degli ultimi dieci anni — Universal Pictures ci ha invitato all’anteprima del nuovo Black Phone 2, sequel del film di Scott Derrickson, in arrivo nei cinema italiani il 16 ottobre 2025.

Dal punto di vista tecnico, Black Phone 2 riunisce la stessa squadra creativa del primo capitolo. Alla regia torna Scott Derrickson (Sinister, Doctor Strange) che firma anche la sceneggiatura insieme al collaboratore storico C. Robert Cargill. I due, oltre a scrivere, producono il film insieme a Jason Blum per Blumhouse Productions e Crooked Highway.

Il sequel segna il ritorno di Ethan Hawke nei panni del minaccioso Grabber, accanto a Mason Thames e Madeleine McGraw, e a Jeremy Davies. Tra le nuove aggiunte al cast spiccano Demián Bichir, Anna Lore e Arianna Rivas.

Black Phone 2: dove eravamo rimasti

Ethan Hawke in Black Phone 2

Quattro anni dopo gli eventi del primo film, Black Phone 2 riprende la storia di Finney Blake (Mason Thames), il tredicenne che era riuscito a uccidere il suo rapitore e fuggire dal seminterrato del temuto Rapace (Ethan Hawke). Ma il vero male, come suggerisce Derrickson, non muore mai: il telefono torna a squillare, e con esso riemerge una minaccia che travalica la morte.

Oggi Finney è un diciassettenne segnato dal trauma, mentre la sorella minore Gwen , dotata di una sensibilità paranormale, inizia a ricevere telefonate nei sogni e visioni legate a tre ragazzi scomparsi in un misterioso campo invernale chiamato Alpine Lake.

Decisa a spezzare il ciclo di orrore che perseguita la loro famiglia, Gwen convince Finney ad affrontare l’incubo una volta per tutte. Ma tra le nevi del campo li attende una verità sconvolgente: il Rapace non solo è tornato dall’aldilà, ma il suo legame con loro è molto più profondo di quanto avrebbero mai potuto immaginare.

Un po’ Nightmare on the elm street un po’ Stranger Things

Con Black Phone 2, Scott Derrickson sceglie di guardare apertamente al passato dell’horror, costruendo un film che mescola suggestioni e riferimenti a classici come Nightmare 3: I guerrieri del sogno e Shining di Stanley Kubrick.

Le atmosfere oniriche, i sogni che diventano portali verso l’aldilà e la rappresentazione del trauma come dimensione parallela evocano con forza il cinema degli anni ’80, tanto nel tono quanto nella fotografia. Il problema, però, nasce proprio da questo continuo citazionismo: se da un lato il film omaggia il periodo d’oro dell’horror soprannaturale, dall’altro finisce per sembrare troppo vicino a prodotti contemporanei come Stranger Things, con dinamiche familiari, adolescenti dotati di poteri e visioni spettrali che sembrano ricalcare modelli già noti.

Leggi anche

Il risultato è un film esteticamente curato, ma narrativamente prevedibile, che fatica a trovare una voce davvero autonoma dentro l’immaginario che celebra.

Black Phone 2: il fascino visivo e i limiti della sceneggiatura

Dal punto di vista visivo, Black Phone 2 è probabilmente uno dei film horror più curati dell’anno. Scott Derrickson sfrutta al massimo la grana analogica del Super 8 e del Super 16, già marchio di fabbrica del suo cinema, trasformandola in un linguaggio estetico che amplifica il senso di inquietudine. Le immagini frammentate — piume rosse sulla neve, visioni oniriche e sfocate — costruiscono un orrore quasi poetico, in cui il confine tra sogno e realtà si dissolve.

La regia trova il suo apice nelle sequenze gore più ispirate, come quella in cui un ragazzo viene letteralmente tagliato in due su una finestra: un momento di puro cinema dell’orrore, girato con creatività e maestria.

Però, questa raffinatezza visiva non trova risposta nella scrittura. La sceneggiatura di C. Robert Cargill e Scott Derrickson risulta discontinua, appesantita da veri e propri spiegoni e da un sottotesto religioso che introduce temi interessanti — il senso di colpa, il confine tra Paradiso e Inferno, la redenzione attraverso il sacrificio — ma li abbandona in modo incoerente.

Conclusione

Black Phone 2 conferma il talento visivo di Scott Derrickson, capace di costruire tensione attraverso la materia stessa dell’immagine e di trasformare la pellicola analogica in un linguaggio di paura e memoria. Tuttavia, la forza estetica del film non basta a compensare le debolezze di una sceneggiatura discontinua, che si muove tra spiegazioni forzate e temi religiosi appena accennati, senza trovare una vera direzione. È un horror che vive di suggestioni altrui — da Nightmare a The Shining, passando per l’immaginario di Stranger Things — e che preferisce omaggiare piuttosto che innovare.

A salvarlo, oltre alla regia ispirata, c’è l’intensa prova di Ethan Hawke, che riesce ancora una volta a dare corpo e voce a un villain disturbante e magnetico, capace di dominare la scena anche dietro una maschera. 

Rimani aggiornato sul cinema: clicca qui

Lascia un commento