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Daredevil: recensione della serie evento

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© Leo Ortolani

In questi ultimi anni, i Marvel Studios ci hanno abituati a un universo cinematografico divertente e pieno d’azione, tanto da mettersi in naturale contrapposizione con i film DC/Warner, i quali – da Nolan in poi – fanno delle atmosfere dark e dei personaggi sofferenti il loro elemento caratterizzante. Questo “scontro” si è ulteriormente sviluppato con l’arrivo delle serie televisive prodotte dai due colossi dell’intrattenimento. Mentre la DC ha voluto puntare sullo sviluppo di serie tradizionali stand-alone (solo Arrow e Flash condividono lo stesso universo, ma separato da quello cinematografico) che seguono strutture diverse fra di loro, la Marvel – attraverso l’emittente ABC, anch’essa di proprietà Disney – ha lanciato Agents of S.H.I.E.L.D. e la miniserie Agent Carter, due prodotti di qualità ma che hanno perlopiù la funzione di collante all’interno del MCU (Marvel Cinematic Universe), e che fungono da interessante approfondimento delle dinamiche e degli avvenimenti passati e futuri, mantenendo gli stessi toni dei film.

Potete quindi immaginare la sorpresa davanti all’episodio pilota di Daredevil, la serie Marvel sviluppata per Netflix, che ha distribuito sulla sua piattaforma l’intera prima stagione – composta da 13 episodi – lo scorso 10 Aprile. Già dai primi trailer si era capito che l’andazzo sarebbe stato diverso, e iniziandolo se ne ha la conferma: Hell’s Kitchen è più dark che mai, la violenza è cruda e le botte fanno veramente male. Matt Murdock (Charlie Cox) è già un giustiziere mascherato ma non è ancora un avvocato affermato; lui e l’amico Franklin “Foggy” Nelson (Elden Henson) hanno finito da poco la scuola di legge e decidono di mettersi in proprio aprendo uno studio a loro nome. Le loro vite si incroceranno con quelle di altri personaggi, a cominciare da Karen Page (Deborah Ann Woll), mentre la città brulica di organizzazioni criminali, poliziotti corrotti e traffichi illeciti, che sembrano avere un comune denominatore nella figura di Wilson Fisk (Vincent D’Onofrio), che piano piano esce dall’ombra.

La sorpresa più grande, però, non sta nel sangue che scorre a fiotti e nei brutali omicidi, bensì nella struttura dell’opera: guardandola, si perde di vista il concetto stesso di serialità, e si ha l’impressione di assistere ad un unico, grande film di 13 ore. La sceneggiatura regala pochi cliffhanger e molti rimandi simbolici (fra tutti, il muro bianco di Fisk), per non parlare della qualità tecnica – regia, montaggio e sonoro impeccabili – e delle straordinarie performance degli attori, Cox e D’onofrio in pole, che hanno ben poco a che vedere con le altre serie tratte da fumetti. La televisione ci ha già abituato a standard alti – basti pensare a Breaking Bad o True Detective, ma questa è certamente una novità assoluta per i supereroi in tv.

daredevil

L’unico paragone possibile, e molto probabilmente cercato, è con il Batman cinematografico di Christopher Nolan, che Daredevil – a mio avviso – riesce a superare in almeno due elementi: nello sviluppo dei grandi temi, fra tutti la decisione dell’eroe di non uccidere i suoi nemici, con l’introduzione della religione nella narrazione (già fortemente presente nei fumetti e qui ripresa in modo superlativo), e nella caratterizzazione dei personaggi, in Nolan spesso usati come meri plot device (strumenti o simboli bidimensionali ad uso e consumo dello sviluppo della trama), che in Daredevil riescono a prendere vita formando un universo credibile e dolorosamente reale.

Persino il fanservice (ovvero le strizzate d’occhio ai fan che spesso corrono il rischio di diventare fastidiose e sviare dalla storia) in Daredevil diventa un valore aggiunto: i riferimenti al MCU, le varie citazioni ai fumetti  – dal costume nero iniziale d’ispirazione milleriana all’introduzione in sordina di personaggi storici come Owlsley e Melvin Potter – e le famigerate easter egg, sono una gioia da scoprire e, sorprendentemente, diventano funzionali alla trama.

Non bisogna dimenticarsi dei due uomini dietro la serie, Drew GoddardSteven S. DeKnight. Pupilli di Joss Whedon (il primo ha diretto Quella casa nel bosco, il secondo è stato sceneggiatore di Buffy, l’ammazzavampiri), gli allievi hanno superato il maestro regalandoci un’opera che ha molto poco della serie tv tradizionale e tanto del cinema asiatico, con un cast da paura e un team di registi e sceneggiatori eccezionali, nonché una delle migliori trasposizioni di un fumetto in assoluto.

Immagine anteprima YouTube

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