Ulan Bator e JuJu live al Teatro Coppola di Catania il 23 aprile 2026. Apertura dei Juju. Recensione e foto del concerto.

Indice
Ulan Bator live a Catania
Farsi attraversare orizzontalmente dal flusso musicale degli Ulan Bator nel 2026 significa riportare mente e corpo in uno stato non più intorpidito dal “comfort sound”, o dal modello levigato che la realtà vuole importi, per riscoprire l’errore, la ripetitività, l’equilibrio precario e la scomodità di scavare ancora nelle dissonanze.
La serata inizia, prima del concerto, con un (mio) ricordo portato ad Amaury Cambuzat: una foto scattata nell’aprile del 2000 durante la loro prima venuta a Catania nella storica location del Taxi Driver, luogo di attraversamento dell’intera scena indie e noise rock mondiale degli anni ’90/2000. Lo scatto è invecchiato bene, ma è innegabile e dura con cui Amaury (gentilmente), sul retro della foto, mi scrive una dedica: “Il tempo non si ferma mai“.
Detto ciò, questa sera, nella venue del Teatro Coppola – luogo suggestivo, anomalo e rimasto unico ponte creativo per certa musica e arte indipendente a Catania – la scelta di un concerto così lontano nel tempo, ma così vicino in uno spazio fatto ancora da persone e dinamiche umane che si intrecciano, si scambiano confronti e idee, finisce per sensibilizzare e alterare l’aria, rendendo questo live dilatato e ipnotico.
I Juju aprono il concerto
Sul palco del Coppola, ad aprire il concerto, ci sono i JuJu, progetto del polistrumentista palermitano Gioele Valenti (anche nei Lay Llamas e Herself). L’urgenza con cui si assiste al live dei JuJu mette in moto tante sensazioni: se all’inizio è quella linea rock ad abbagliarti, man mano i brani – che a volte sfumano l’uno dentro l’altro – iniziano a creare ritmi tribali, caldi e arcaici, infilzati dai feedback e dai riverberi di Gioele Valenti e supportati da visual oniriche e psichedeliche. È un mix vincente, grazie anche alla band che lo accompagna (Vincenzo Schillaci, basso e Andrea Chentrens, batteria) e che sprigiona una solida base, esplorando trame mediterranee e solari coperte da nuvole cupe, come in alcuni bellissimi brani tratti dall’ultimo lavoro ‘Apocalypse Is God’s Spoiler‘.
Il momento degli Ulan Bator
Lo spazio dedicato agli Ulan Bator è quello di un live essenziale, scarno di effetti ma carico di elettronica kraut, che si mischia molto bene con le note del loro ultimo lavoro ‘Dark Times‘. Sul palco, Amaury Cambuzat è la figura centrale di un disegno che fa di lui una leggenda del mitico periodo post-rock; accompagnato da Mario Di Battista al basso e Alessandro Vagnoni alla batteria, il concerto parte in punta di piedi, quasi intimo. I brani suonano cristallini, ma presto una ventata quasi industriale inizia a sporcare i ritmi e l’atmosfera si tinge di acri sapori non generati da algoritmi.
Il flusso degli Ulan Bator è sangue e suoni che bruciano. Lasciarsi trasportare ancora una volta, come in un rito iniziatico, da un brano simbolo di un’epoca come Ego:Echo significa viaggiare nel tempo, immaginando un futuro che nasce e si sviluppa grazie a un errore.
Nel pubblico è stato bello vedere anche dei giovani, presenti per la curiosità che il nome degli Ulan Bator porta con sé: capitani di un periodo dove la musica è stata pensiero onesto, brutale ma necessario.
Ulan Bator + Juju live a Catania – Le foto della serata
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