C’è un’immagine che non riesco a scacciare dalla mente come quella di un giovane uomo con il volto tatuato, una catena al collo e lo sguardo fiero, che impugna un microfono come fosse un’arma, accettare che esista anche questo modo di essere cantautori metropolitani del nuovo millennio.

Un’immagine simbolica, quasi profetica, che racconta il cortocircuito di un’intera generazione: quella che trasforma la rabbia in ritmo, la marginalità in identità, e la devianza in linguaggio artistico.
Sempre più spesso la cronaca si intreccia con il mondo della trap e ci si ritrova a domandarsi come possano convivere il successo discografico e la deriva sociale, l’applauso e il reato, la musica e la violenza.
La notizia, ogni volta, ha il suono di una sirena che squarcia il silenzio a ricordarci che là dove la musica nasce dal dolore, se manca una guida, può smarrirsi nel buio da cui è venuta. È la trap italiana che, in alcuni casi, non si limita più a raccontare la realtà marginale, la vive , la incarna e la commercializza.
Da analista della mente e della musica mi chiedo come può un ritmo, nato come grido di rivalsa, diventare il tappeto sonoro della disperazione?
Molti ragazzi ascoltano questi brani per sentirsi forti, vivi, parte di un branco che li protegge.
Dietro l’apparente ribellione, però, si nasconde la più grande delle paure: quella di non valere nulla se non agli occhi di chi domina. È la stessa paura che, negli adolescenti più fragili, si trasforma in ricerca di appartenenza, anche quando l’appartenenza ha il volto della violenza.
Non possiamo ignorare che dietro alcuni numeri da record, milioni di visualizzazioni, contratti, hype, si muovano anche capitali che nulla hanno a che fare con la musica.
Alcuni adolescenti aspiranti trapper, nei gruppi di psicoterapia che conduco nel Centro Psicoanalitico e di Neuropsicofonia mi fanno riflettere quando dai loro racconti lasciano immaginare come la criminalità organizzata ha da tempo intuito che il marketing del disagio rende più della droga.
Così finanzia, sostiene, gonfia artificialmente ascolti e visibilità, trasformando artisti irregolari in testimonial di un modello che educa al disvalore.
Ma non è con la condanna che cambieremo le cose.
Bisogna comprendere la fame che c’è dietro, fame di riconoscimento e di appartenenza.
Non è semplice con i ragazzi dell’era della trap far comprendere che la felicità non si trova nel successo o nella ribellione, ma nella conoscenza di sé.
La trap, questa trappola sonora, ci mostra il volto di una generazione che urla perché nessuno ascolta.
Ma la musica, se restituita alla sua funzione più antica, può ancora curare.
Può trasformare la rabbia in linguaggio, la ribellione in ritmo vitale, la ferita in arte. Quando la musica torna ad essere suono dell’anima e non del potere, allora si, che il futuro smetterà di essere un nome d’arte e tornerà a essere una promessa.



