fbpx

Last Stop Before Chocolate Mountain

Last Stop Before Chocolate Mountain è come raccontato dagli occhi di uno dei suoi personaggi reali. Non è un documentario distaccato scandito dalla voce fuori campo di un narratore distante.

Last Stop Before Chocolate Mountain

Last Stop Before Chocolate Mountain

Arrivo a conoscenza di questo film documentario attraverso un articolo trovato per caso, mentre cercavo altro, quasi distrattamente, fino a che i miei occhi non incontrano la parola Bombay Beach tra le righe della descrizione. Bombay Beach, una delle mie dolci ossessioni ricorrenti, uno dei miei sogni ad occhi aperti. Il mio luogo – non luogo rifugio, il mio limbo benedetto per la meditazione cibernetica perfino su GTA5, lontano dal Los Santos / Los Angeles, a scorrazzare su di una golf kart con Trevor Philips nelle luci chimiche del tramonto. Questa è la mia fuga, la mia pace e la mia rinascita, quantomeno per adesso, prima di finire lì sul serio.

Apro l’articolo con un sospiro, la parte atavica della mia anima, quella direttamente legata all’akasha sa già che li ci sono stato, e che i racconti e le immagini mi faranno sentire come a casa, al sicuro.

Eccoli, i miei compagni di avventure di un’altra vita, scompigliati, con la pelle coperta di polvere, colorati, affamati di una vita differente, gioiosa e malinconica, forti, guerrieri dagli occhi tristi, felici di una realtà parallela, malinconica e fertile, con radici di sabbia e sogni di fuga.

Last Stop Before Chocolate Mountain – Trailer

Il trailer di Last Stop Before Chocolate Mountain è un soffio di vento caldo, la luce morbida del tramonto, un sogno che inizia e finisce con un sorriso.

Susanna della Sala, la regista

Comincio ad immaginarmi il volto della regista di Last Stop Before Chocolate Mountain. La trovo in una foto a metà articolo, mentre tiene in mostra tra le mani un cartello di cartone con su scritto “ART CAN SAVE US”. Il volto fiero ed una luce profondamente malinconica negli occhi, come di chi si porta appresso una saudade di un orizzonte lontano. Era come l’avevo immaginata.

Susanna della Sala, regista e visionaria italiana classe 1987 (QUI il suo sito). I suoi lavori precedenti raccontano già la sua attitudine all’interesse e l’attrazione verso le persone speciali, quelli che scelgono di vivere la propria vita sopra, o sotto le righe del conformismo, consapevoli o per reazione all’azione degli eventi. Quelli che creano un proprio status quo, come direbbe un cantante famoso, un equilibrio sopra la follia, o forse, un equilibrio di follia stessa, che li rende lucidissimi, più del “normale”.

Il documentario

Last Stop Before Chocolate Mountain è come raccontato dagli occhi di uno dei suoi personaggi reali. Non è un documentario distaccato scandito dalla voce fuori campo di un narratore distante. Al contrario, è il punto di vista di qualcuno che, nella condizione/luogo dei suoi protagonisti trova una propria comfort zone, come tornare dopo tanto alla propria famiglia. È ogni racconto scivola in maniera naturale tra le pieghe di un universo parallelo. Dove ogni sofferenza e dolore trova il suo bilanciamento immediato e fisiologico in una forma espressiva di pura naturale esistenza.

Last Stop Before Chocolate Mountain è un dipinto onirico “transreale” popolato da uomini e donne che diventano figure magiche, creature multicolori che popolano un limbo che è perduto e centro del mondo allo stesso tempo. Un ombelico del mondo Nowhere, che rappresenta la cura necessaria dell’anima, la rinascita polverosa della propria essenza, nel silenzio intimo che da sempre è dei padri del deserto, che soffia sulle macerie fluorescenti di una civiltà rifiutata e ricostruita, secondo le regole di ogni cuore e di ogni coscienza di ogni singolo abitante, dentro un flusso creativo naturale che fa, come scriveva Henri Laborit, della fuga, l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare.

Commenta

Torna in alto