
Ci sono registi che inseguono un progetto per tutta la carriera senza rendersene conto. Guardando L’Odissea, viene quasi da pensare che Christopher Nolan abbia costruito gli ultimi venticinque anni della sua filmografia per arrivare esattamente qui.
Perché, al di là dell’imponenza produttiva e della fedeltà al poema di Omero, L’Odissea contiene tutto ciò che ha sempre interessato il regista britannico: il tempo, il senso di colpa, la famiglia, il peso delle proprie scelte e il modo in cui gli esseri umani costruiscono il racconto della propria esistenza. Nolan non realizza semplicemente l’adattamento di uno dei testi fondativi della letteratura occidentale. Lo usa come punto di partenza per riflettere ancora una volta sull’uomo e sulle conseguenze delle sue azioni.
E proprio per questo motivo L’Odissea è uno dei migliori film della sua carriera.
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Odissea: Un Ulisse più umano che eroico

La cosa che mi ha colpito di più della rilettura di Nolan è il modo in cui decide di raccontare Ulisse. Dimenticate l’eroe quasi perfetto che spesso viene associato al poema: qui siamo davanti a un uomo straordinariamente intelligente, ma che è anche estremamente superbo.
È una caratterizzazione che funziona perché lo rende incredibilmente umano. Nolan non sembra interessato a costruire il mito dell’eroe invincibile, quanto quello di un uomo costretto a convivere con il peso delle proprie scelte. Ogni tappa del viaggio verso Itaca diventa anche un confronto con ciò che è successo a Troia, con gli uomini che ha perso e con le conseguenze delle decisioni prese durante la guerra.
È qui che il film, secondo me, trova la sua vera forza. Il ritorno a casa non è il momento in cui Ulisse deve decidere se continuare a scappare dal proprio passato oppure affrontarlo una volta per tutte. Anche quando gli dèi sembrano ostacolarlo, si ha spesso la sensazione che sia lui stesso a rallentare il ritorno: non perché non desideri rivedere Penelope e Telemaco, ma perché sa che tornare significa guardare negli occhi tutto ciò che si è lasciato alle spalle.
Ed è difficile non vedere, anche in questa scelta, uno dei temi che Nolan continua a esplorare da anni: uomini brillantissimi, convinti di poter piegare il proprio destino, che finiscono invece per dover fare i conti con le conseguenze delle loro azioni.
Un’Odissea costruita attraverso i racconti
Se c’è una scelta che racconta perfettamente il modo in cui Nolan affronta il poema di Omero è quella di rinunciare fin da subito a una narrazione lineare. Sarebbe stato facile raccontare il viaggio di Ulisse dall’inizio alla fine, trasformando L’Odissea in un gigantesco kolossal cronologico. Nolan fa esattamente il contrario.
La storia prende forma attraverso ricordi, racconti e testimonianze. Gli eventi vengono ricomposti poco alla volta, spesso filtrati dallo sguardo di chi li ha vissuti o li ha semplicemente sentiti raccontare. È una struttura che richiama inevitabilmente la filmografia del regista, ma che qui trova una giustificazione ancora più naturale: anche l’Odissea è arrivata fino a noi come un insieme di storie tramandate oralmente, cambiate e reinterpretate nel tempo.
È una scelta che evita qualsiasi sensazione di adattamento “scolastico” e restituisce al film la natura stessa del mito. Non assistiamo semplicemente alle avventure di Ulisse: ascoltiamo persone che cercano di ricostruirle, di capirle e, in alcuni casi, persino di metterle in dubbio.

Penelope vive sospesa tra racconti che non sa più se credere, interrogando chiunque possa aver incrociato il marito. Telemaco costruisce l’immagine di un padre che non ha mai davvero conosciuto attraverso le parole degli altri. Persino la guerra di Troia assume contorni diversi a seconda di chi la rievoca.
È qui che Nolan introduce uno dei temi più affascinanti del film. Ogni storia è inevitabilmente incompleta. Ogni racconto porta con sé il punto di vista, i ricordi e perfino le omissioni di chi lo narra. La verità assoluta sembra quasi irraggiungibile, eppure tutte queste versioni, messe insieme, finiscono comunque per restituire qualcosa di autentico.
È una riflessione che attraversa gran parte della sua filmografia. In Memento la memoria è fragile, in The Prestige la verità si nasconde dietro l’illusione, in Inception la realtà viene continuamente messa in discussione. Con L’Odissea Nolan aggiunge un altro tassello: le storie possono essere imprecise, contraddirsi o cambiare nel tempo, ma è proprio attraverso quei racconti che costruiamo la nostra memoria e, in fondo, anche la nostra identità.
Un mondo che esiste davvero

Se c’è una cosa che colpisce fin dai primi minuti è la sensazione che questo mondo esista davvero. Nolan sfrutta il formato IMAX non come semplice vetrina tecnica, ma come uno strumento narrativo. La grandezza dell’immagine serve a raccontare quanto gli uomini siano piccoli di fronte al mare, agli dèi e alla natura. L’Odissea è probabilmente uno dei suoi film in cui il grande formato trova la giustificazione più evidente.
Questo non significa che il film debba essere visto necessariamente in IMAX per essere apprezzato. L’opera funziona anche in una sala tradizionale, ma il formato permette di cogliere ancora meglio la monumentalità dei paesaggi e il senso di smarrimento che accompagna costantemente il viaggio di Ulisse.
A rendere tutto ancora più impressionante è la scelta, ormai quasi controcorrente, di costruire il più possibile davanti alla macchina da presa. I mostri, le scenografie e gran parte degli effetti pratici restituiscono una fisicità che oggi si vede sempre più raramente nei blockbuster. La sequenza con Circe è forse l’esempio migliore: inquietante, tangibile e capace di lasciare addosso una sensazione di disagio che difficilmente avrebbe avuto lo stesso impatto affidandosi esclusivamente alla computer grafica.
In un momento storico in cui il blockbuster tende sempre più spesso a rifugiarsi nella CGI, vedere Nolan affidarsi ancora a scenografie, pupazzi, effetti meccanici e location reali ha quasi qualcosa di liberatorio.

La fotografia di Hoyte van Hoytema è, ancora una volta, straordinaria. Ogni inquadratura sfrutta la luce naturale e l’immensità dei paesaggi per trasformare il viaggio di Ulisse in qualcosa di quasi primordiale. Anche Ludwig Göransson sorprende scegliendo spesso la sottrazione anziché l’enfasi: la colonna sonora accompagna il racconto senza volerlo dominare, lasciando che siano il vento, il mare e i silenzi a costruire gran parte della tensione.
Tutto questo funziona anche grazie a un cast che riesce a dare umanità a personaggi che, sulla carta, rischiavano di essere schiacciati dal peso del mito. Matt Damon firma probabilmente una delle migliori interpretazioni della sua carriera, restituendo un Ulisse che cambia continuamente volto: comandante, padre, stratega, uomo divorato dal rimorso. È una performance fatta più di sguardi e silenzi che di grandi monologhi, ed è proprio questo a renderla così convincente.
Tom Holland sorprende nel ruolo di Telemaco, personaggio a cui Nolan decide di concedere molto più spazio rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare. La sua ricerca del padre diventa uno dei fili emotivi più forti dell’intero racconto e contribuisce a spostare il film dal semplice viaggio d’avventura a una riflessione sulla famiglia e sull’eredità.
Robert Pattinson, invece, conferma ancora una volta quanto sappia essere magnetico nei ruoli più ambigui, mentre Zendaya riesce a dare ad Atena una presenza costante ma mai invasiva. Ogni sua apparizione comunica davvero il peso della dimensione divina senza trasformarla in qualcosa di spettacolare a tutti i costi.
L’Odissea è il punto d’arrivo del percorso di Christopher Nolan
Se proprio si vuole trovare una debolezza, è una che accompagna Christopher Nolan praticamente da sempre. Le scene d’azione corpo a corpo continuano a essere meno incisive rispetto al resto della sua regia: alcuni combattimenti risultano poco leggibili e manca quella fluidità che invece caratterizza ogni altra componente del film. È un limite che si era già visto nella trilogia del Cavaliere Oscuro e in parte anche in Tenet, e che riaffiora anche qui. Fortunatamente, è un dettaglio che pesa molto poco all’interno di un’opera di questa portata.
Per il resto, L’Odissea è uno di quei film che danno la sensazione di essere arrivati nel momento giusto della carriera di un autore. Nolan prende uno dei racconti più importanti della storia dell’uomo e lo fa dialogare con il proprio cinema senza mai piegarlo alle sue convenzioni. Ne esce un film che è epico quando deve esserlo, intimo quando serve e capace di trovare, sotto il mito, un protagonista sorprendentemente umano. È difficile non avere l’impressione che tutte le strade percorse dal regista negli ultimi venticinque anni portassero proprio qui. E se davvero questo era il film che Christopher Nolan stava inconsapevolmente preparando da tutta la vita, allora l’attesa è stata ampiamente ripagata.
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