“Int’ ’o Quadrato” nasce come brano da ballare, ma dentro ha una costruzione molto più articolata di quanto lasci intendere al primo ascolto. Quanto ti interessava lavorare proprio su questo contrasto: immediatezza fisica e scrittura stratificata?
Quando scrivo un brano cerco sempre di parlare di argomenti con cui le persone possano identificarsi, nel caso del precedente disco, ÆSTHETICA pt. I, e dell’ attuale seconda parte, questa operazione è venuta fuori in modo molto più semplice proprio per la ricerca contenutistica di quelli che io, e come me in tanti, percepiamo come piaceri umani. Dal lato musicale, invece, curo gli arrangiamenti quasi in modo maniacale, per restare alto sugli standard di ciò che al mio orecchio piace ascoltare. Trovo che nell’attuale musica da classifica ci sia una vera e propria banalizzazione della fase di arrangiamento, la musica viene trattata quasi come un di più, e forse è proprio questo dei pezzi odierni che non mi attira. Invece credo che musica e testo debbano sempre stare lì in alto, insieme, coesistendo sullo stesso piano.
Nel brano il “quadrato” non è solo la pista, ma quasi un perimetro di libertà: un luogo in cui il corpo prende parola prima ancora della testa. Che rapporto hai oggi con il movimento, con l’abbandono, con la possibilità di perdere controllo in modo sano?
Da piccolo il discorso era del tutto fuori questione, ero un bambino molto timido. Il lavoro personale e il “violentarmi psicologicamente” nel corso degli anni, buttandomi in situazioni sempre più lontane dalla confort zone, mi hanno fatto diventare l’esatto opposto. Sono una persona amichevole, molto estroversa e a tratti senza quasi più freni inibitori. Ecco che quindi “Int’ ‘o Quadrato” nasce proprio dalla questione personale del mio attuale essere umano. Il lasciarsi andare è parte naturale di tutti noi, da tutti i punti di vista, ecco perché credo che cose come il parlare con la persona che ci piace o davanti a un pubblico non specifico, il ballo libero e il sesso siano tutte esperienze che dovremmo fare tutti più spesso.
Hai raccontato di non essere mai stato un frequentatore assiduo di discoteche né un ballerino disciplinato. È curioso che proprio da questa distanza nasca un brano dedicato alla danza libera. In che modo l’impaccio può diventare, artisticamente, una forma di verità?
Non nutro avversione verso il ballo programmato, è solo che penso di essere goffo nell’esecuzione. Le discoteche, almeno quando passavano musica decente, erano buone proprio per questo: a nessuno fregava nulla di cosa avresti fatto. Non esistono passi sbagliati o movenze strambe, ognuno si esprime come meglio crede col proprio corpo, anche se questo significa andare completamente fuori tempo. E credo che proprio tutta questa libertà di espressione corporea possa creare bellezza e arte.
Il riferimento alla Piaga del Ballo del 1518 è una scelta fortissima: porti dentro un brano solare e danzereccio un episodio storico inquieto, quasi ipnotico. Cosa ti ha colpito di quella vicenda e perché ti sembrava così vicina all’energia della cassa in quattro?
Questa citazione credo sia un retaggio culturale musicale. Sono un grande fan degli Steely Dan, che oltre l’altissimo spessore musicale, apprezza anche il dark humor presente in molti dei loro testi. Quindi, in un brano così gioioso, ho voluto inserire questo riferimento macabro, dicendo che il ballerino, ormai uscito dalla propria timidezza, è così preso da “poter continuare a ballare fino a morire”. Quando ho letto della storia della Piaga, ho riflettuto sull’assurdità del come Troffea, la donna francese che ha iniziato il tutto, sia riuscita ad influenzare e coinvolgere in questa follia 400 persone portandone molte a morire di stenti. E la questione non sarebbe nemmeno da giustificare con “erano altri tempi”, perché, come parallelismo, onestamente non è una cosa che vedo molto diversa dagli idioti di oggi che si fanno influenzare e per seguire i “trend” di tiktok finiscono per farsi molto male o peggio. L’umanità non ha mai smesso di essere stupida, ha solo trovato modi più tecnologicamente avanzati per ammazzarsi.
In un mercato che spesso consuma la musica da club come prodotto rapido, “Int’ ’o Quadrato” sembra rivendicare il ballo come esperienza culturale, non solo come intrattenimento. Che cosa pensi si sia perso, oggi, nel modo in cui ascoltiamo e consumiamo la musica pensata per muovere il corpo?
Ripenso, da questo punto di vista, a ciò che ha ispirato il mio pensiero a parlare del ballo in questo brano. Tra la seconda metà dei 70 e l’inizio degli 80, era prassi per qualsiasi artista o gruppo di black music, scrivere uno o più brani destinati alla discoteca, che invitassero le persone a ballare. Si pensi ad esempio a “Let’s Burn This Disco Down” o “Get on the Floor” di Michael Jackson, entrambe presenti su “Off the Wall”, o “Get Down on It” dei Kool & the Gang, o ancora “Let’s Groove” degli Earth, Wind & Fire. Insomma, avere il brano per la discoteca era davvero una questione culturale che generava vero impatto mediatico. Ciò che credo oggi si sia perso è il modo di raccontare l’esperienza, anche ora ci sono brani palesemente destinati alla discoteca, ma nella parte testuale penso manchino di sensazioni, sentimento e magia, ciò che quindi spinge anche inconsciamente un ascoltatore a ricordare una canzone. Se il consumo è più veloce è perché c’è assenza di memorabilità. I brani che ho citato non sono certo dei grandi esempi di poesia, ma raccontano, proprio come ho fatto io in poche parole, del processo che porta le persone a muoversi, come fosse un’esperienza surreale, al di sopra del nostro controllo fisico e mentale, una sorta di evento astrale, per questo sono canzoni rimaste, che ancora oggi che si continuano a ballare anche se nella loro miliardesima versione remixata.
Dal punto di vista sonoro guardi a un immaginario preciso: synth-pop, pop-wave, MTV, Phil Collins, Go West, Level 42, Giraffe. Non è un’operazione nostalgia, però. Come si fa a prendere un’estetica d’epoca senza trasformarla in citazione decorativa?
Penso che la fase di missaggio e masterizzazione dei pezzi sia ciò che può rendere odierne anche influenze musicali più vecchie. L’approccio della produzione verso i brani è molto importante, perché dettagli come una batteria e una voce più fuori, possono fare la differenza tra un mix moderno e uno più datato, come mi insegna il mio ingegnere del suono e coproduttore Maestro Nino Pomidoro. Per quanto riguarda me c’è il concetto della lingua: ciò che faccio a livello internazionale è già stato fatto, ma con il napoletano sono forse l’unico a sperimentare con certi generi e linguaggi musicali.
La tua scrittura in napoletano lavora molto sul suono delle parole, sulla fonetica, sulla capacità del vernacolo di diventare ritmo prima ancora che significato. In questo brano, quanto hai scritto “per dire” e quanto invece hai scritto “per far muovere”?
Nel testo, per quanto breve, sono presenti molti giochi di parole basati sulla fonetica e sul suono, ma che contemporaneamente formano frasi di senso compiuto che dovrebbero invitare a ballare (“ ‘o core sbatte nzieme a ‘a CASSA e siente ‘a SCOSSA”, “perzo int’ ‘e PASSE, seguenno ‘o BASSO ca te porta”).
Il testo è passato anche dalla supervisione del Maestro Salvatore Palomba, mentre la produzione artistica porta la firma del Maestro Nino Pomidoro. Che tipo di dialogo si crea quando una canzone così fisica, così da pista, incontra figure legate a una cultura musicale molto solida e profonda?
Conosco il Maestro Palomba, e ci collaboro ormai da 8 anni, e se c’è una cosa che ho capito in tutto questo tempo è che l’unico vero modo per portare avanti adeguatamente un discorso di canzone napoletana è confrontarsi sempre con la tradizione, cogliendone il meglio e comprendendone i limiti. Considero quindi questa collaborazione necessaria per la crescita del me autore e persona. Salvatore è un uomo che sono fortunato a poter chiamare amico, e che in tutti questi anni mi ha sempre fornito gli input giusti di riflessione volti al miglioramento della mia scrittura.
Il videoclip, girato a Pianura, non costruisce una pista patinata o artificiale: mette al centro amici reali, una stanza vissuta, una comunità che balla senza posa scenica. Quanto era importante, per te, che il video restituisse una verità di quartiere e non un’estetica da club confezionato?
Premetto una cosa importante: nei miei video di insieme non sono mai comparsi sconosciuti. Ciò che sono è ciò di cui parlo nei miei brani, quindi poi circondarmi nei video di amici e familiari reali come Giuseppe Toscano, Antonietta e Sara di Marzo, Enrico Rolfi, Manuela Mari, Ettore Mariotti, Gianluca Mazzi e Nicoletta Boccardi, è solo una naturale conseguenza di ciò. Il video è a cura di Michele de Angelis, ormai anch’egli parte del mio quotidiano, non solo come stretto collaboratore, ma come amico. Abbiamo girato da Vi. Ba. Dance Eventi di Vittorio Gammieri e Barbara Russo, una sala da ballo e cerimonie di due miei amici che normalmente non frequento, ma che so essere comunque molto attiva sul territorio e che rappresenta quindi una vera e propria realtà che sostengo.
Arrivi da brani spesso attraversati da un impegno sociale più dichiarato. Qui scegli la leggerezza, ma una leggerezza consapevole, quasi politica. Per Eric Mormile, oggi, ballare può essere anche un modo per resistere?
In ÆSTHETICA pt I, e in questa parte II, in realtà ho volutamente scelto di lasciare fuori la tematica sociale proprio perché è da lì che vengo, e in generale l’idea era quella di parlare delle forme umane di piacere come tali e non come forme di resistenza verso vita, società ecc. Ciò di cui ho preso coscienza in questi anni è proprio l’evoluzione del me autore, dalla tematica sociale alla bellezza delle piccole cose. Immagino che in futuro l’evoluzione potrebbe continuare, magari andando su una scrittura più emotiva o più comica, per adesso non lo so e mi va bene così.




