This Much I Know To Be True – Recensione del film su Nick Cave e Warren Ellis
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    This Much I Know To Be True – Recensione del film su Nick Cave e Warren Ellis

    This Much I Know To Be True - Nick Cave e Warren Ellis

    “This much I know to be true”, è stato proiettato al cinema dal 24 al 26 maggio, è l’ottavo film dopo “20.000 Days on Earth”, “One more time with feeling“, “Distant Sky: Live in Copenhagen”, “Idiot prayer”. Senza contare le colonne sonore, gli album dal vivo, le raccolte, due album di studio con i Bad Seeds e uno – “Carnage”, l’ultimo – con Warren Ellis.

    This Much I Know To Be True - Nick Cave e Warren Ellis

    Ellis è quasi il protagonista di questo film, che di fatto ha portato alla dissoluzione della band storica di Cave, i Bad Seeds. Di fatto lo stesso Nick afferma che è entrato come componente che abbellisce e che ha sterminato uno ad uno ogni componente, scherzando che il prossimo potrebbe essere lui, e lo si vede in questi 105 minuti, girati da Andrew Dominik.

    “This much I know to be true” si apre con un racconto di Nick Cave e della sua passione per le statuine, usate per raccontare la storia umanizzata di un diavolo, e Nick è parte della storia, ormai un artista senza confini. Come dirà più avanti nel film: “Cerco di vedermi non tanto come un musicista o uno scrittore, cerco di sfuggire io stesso da queste definizioni, che sono la mia occupazione. Mi vedo piuttosto come una persona, un marito e un padre e un amico e un cittadino che fa musica e scrive, piuttosto che il contrario“.

    Ci sono diverse scene parlate in cui Cave prova a raccontare gli ultimi anni, riflettendo sul suo modo di affrontare l’arte e su quello di affrontare le relazioni – molto profonda la parte in cui spiega la sua vicinanza ai fan attraverso i Red Hand Files.

    Nelle prime canzoni si sente tutta l’intimità tra Nick e Ellis, le voci e il sound si amalgamano per creare un universo impregnato di preghiera ed è qui che si trova il Cave degli ultimi anni – quello che è riuscito a uscire dal dolore della perdita del figlio Arthur e ultimamente anche di Jethro – che si sente echeggiare tra le parole della canzone “Hollywood” attraverso una profonda ridefinizione di se stesso e della propria musica.

    Le performance sono emozionanti e coinvolgenti, grazie soprattutto a Dominik che ha ripreso i musicisti, Cave e Ellis tra luce e ombra grazie ad un gioco di riflettori piazzati sullo sfondo, che rende ancora più vive e intense le canzoni – 5 da “Ghosteen” e 5 da “Carnage”. Gli altri musicisti sono quasi sempre in ombra, mentre Warren Ellis è un direttore d’orchestra a suo agio, teatrale e sempre presente. Ellis si fa da parte solo nella commovente sequenza in cui accompagna Marianne Faithfull e registra un suo spoken word.

    In conclusione, si può dire che iniziava a mancarci la percezione mistica di Nick Cave. La sua musica fa bene all’anima e noi non possiamo fare altro che esserne grati e non vediamo l’ora di vederlo live in Italia.

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