Tea for two: Django Reinhardt e l’esplosione del jazz manouche
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    Tea for two: Django Reinhardt e l’esplosione del jazz manouche

    A volte, capita di ascoltare una musica che si impossessa dei piedi, delle mani, delle orecchie, degli occhi e della bocca. Che si fionda nel profondo del cuore, e non si smuove più. A me è capitato ascoltando un famosissimo brano che, tuttavia, disconoscevo. Mi riferisco a Minor Swing di Django Reinhardt. Ma sì, quasi tutti tra voi, cari lettori, avranno percepito quel famoso motivetto, intramontabile colonna sonora di film e documentari; e, mettendo caso che ciò non vi sia mai capitato, suppongo che sia giunto il momento di porger l’orecchio a quel ritmo stravagante, sebbene cadenzato.

    Così, incantata da quella musica, suggeritami da un carissimo amico, che mi sapeva di allegria, sensualità cittadina e foto in bianco e nero, decisi di volerne sapere di più. Mi informai, feci le mie ricerche, acquistai un cofanetto di cento brani scelti di Django Reinhardt. Fu la mia playlist della settimana, il mio momento di scoperta. Più quella musica mi scorreva nelle vene, più mi veniva voglia di suonarla, di canticchiarla per strada,  di renderla sottofondo ai miei pensieri.

    Curiosa di sapere cosa fosse, come si suonasse, quali scale, quali armonie, quali architetture sonore ci fossero alle spalle, cercai che vita avesse vissuto codesto Django. Scoprii che era originario di una famiglia sinti, e che suonava il banjo. Un giorno, sfortunato, o forse no (leggete e capirete), il caravan in cui viveva fu bruciato, con lui dentro. Il giovane Django perse il piede destro e due dita della mano sinistra. La sua carriera musicale sembrava essere stroncata. Ma un’operazione chirurgica miracolosa e la grande volontà di questo immenso musicista, lo salvarono da una vita sorda, atona, senza l’ebrezza della sonorità. Le due dita, semi-atrofizzandosi insieme, permisero comunque a Django di continuare a suonare; non il banjo, stumento troppo rigido e pesante, ma la chitarra. La chitarra jazz.

    Django scoprì in questo nuovo strumento la musica infinita che dal suo cuore poteva trasportarsi nelle dita (funzionanti o no) e sulla tastiera, divenendo il chitarrista più richiesto da orchestre e ensemble musicali. Un giorno, incontrò Sthepan Grappelli, eccelso violinista: decisero di formare un quintetto, che sarebbe divenuto il celeberrimo Le Quintette du Hot Club de France. Niente di più strabiliante. Il carattere zingaresco della musica che aveva cresciuto il piccolo Django si fuse nel caldo sound del jazz, dando vita a quello che noi, oggi, comunemente chiamiamo jazz manouche. Un’esplosione di sentimento, passione, sospesa tra cromatismi e tinte forti e spumeggianti. E tutto ciò, senza sapere nè leggere, nè scrivere. Non solo gli spartiti, ma neanche il proprio nome. Django sapeva tutto, o almeno quello che gli importava di sapere, senza conoscere nulla. Senza dare un nome alle cose che faceva, che suonava, che sentiva, ma suonandole, e basta. Per le strade d’Europa, per i bistrot, i vicoli di una Parigi dai colori di Robert Doisneau.

    Le Fleché d’orCrazy RithmBrazilSeptember Song, Manoir des mes reves, Tears, Nagasaki, Belleville, Nuages, Tea for two : questi i capolavori, solo per citarne alcuni (pochi). Un Uomo con un talento e un cuore sconfinati, ma umile e conscio della sua situazione. <<Cos’è una scala?>> chiede a Stephan prima di un concerto, verso la fine della sua carriera, stroncata dalla malattia e dalla morte, avvenuta a soli 43 anni. Ma chiedo: cos’è la morte per un uomo, quando ha lasciato la sua musica al resto dell’umanità?

    A voi la risposta. Magari, datela mentre sorseggiate un tea, for two: solo voi, e Django.

     






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