James Lowe & The Out Key Hole: il Lido Horcynus Orca si tinge di sixties
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    James Lowe & The Out Key Hole: il Lido Horcynus Orca si tinge di sixties

    Una disposizione insolita degli strumenti prefigura lo scenario che, di lì a poco, vedrà gli psichedelici peloritani “Out Key Hole” calcare l’insabbiato palco del Lido Horcynus Orca (Torre Faro, ME), affiancati da uno dei padri del garage rock con forti influenze psichedeliche, approdato alle coste siciliane direttamente dall’assolata California: James Lowe, dei vetusti Electric Prunes.

    Batteria essenziale non al centro, ma sul lato destro; sulla sinistra, una gustosa formazione di tasti bianchi e neri, avvolta da un’effettistica non indifferente; al centro, anfiteatri di set-up e colonne di ampl. Smistati tra le varie postazioni, microfoni sembrano delineare nell’aria cori beatlesiani. Sulla sinistra, infine, un piccolo banchetto, saturo di preziosi, minuti strumenti a percussione.
    L’atmosfera carica di vocii estivi, quasi incollati al palco, attende l’inizio. Ma ormai, ci siamo.

    Gli Out Key Hole iniziano a riscaldare l’aere con sonorità frizzanti, beatose, scandendo un ritmo crescente e sotterraneo. Abbellimenti chitarristici arricchiscono i riff semplici e diretti dei pezzi successivi, alla maniera dei Beatles di metà carriera.
    Bending volutamente cromatici accompagnano il sound liberatorio e odor di humus proviene dalle discese rosso-piccanti dell’ultimo brano firmato OKH, prefigurando l’ascesa di una sagoma stravagante.

    Quando James Lowe si circonda degli Out Key Hole, lo sguardo verso il mare lustrinato di luci lontane e le mani inanellate rilasciate sui fianchi, sembra prender le sembianze di un Babbo Natale appena tornato dalle vacanze, trascorse con Beatles e Who in lande dove non si distingue il sogno dalla realtà. Long Days Flight porta le spalle ad agitarsi, e plausi si levano dalle mani percosse. Una distorsione tagliente, accompagnata da tecniche battenti sui manici delle chitarre trascinano i capelli fluttuanti allo scandir del groove, quando sotto scorre Little Olive. Il sound si evolve nella sensualità maliziosa di Banana Hoax, tramontante in uno scampanellìo circuente. Ci si sposta, poi, con Shadows, sul versante della malinconia, traversandola al passo di una camminata sotto la pioggia. Ma ciò che la segue, non è tristezza, no; Too Much to Dream richiama un po’ Ghost Song dell’american band The Doors, creando un’atmosfera in cui il collante primario è l’intimo dialogo tra legati di basso e calorose plettrate di chitarra. Un tripudio di corde sensuali è Get Me to the World on Time, vero e proprio salto nel 1967. Infine, in glissando di basso e riff scattanti si scatena la danza scomposta degli astanti, inebriati da questa musica lontana, ma vivificata da apporti nuovi, personali ed originali.

    Tecnicamente, lo spettacolo, è finito. Ma la discesa dei musici dal palco non decreta la morte di quel groove spumeggiante, ancora risuonante nelle orecchie e nei piedi di chi, con sguardi e sorrisi spensierati, ha goduto del mitico e arcano ossigeno beat. Come direbbe James Lowe in persona, «se una musica ti fa sentire “brrrr”, beh.. Allora, è una buona musica».E, quella di venerdì 5 Luglio, è stata una serata molto, molto brividosa.






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