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Top Of The Music 2018 – Ecco quanto demmerda è andato lo scorso anno

È iniziato un nuovo anno e la FIMI ha tenuto a farci sapere quanto demmerda, musicalmente parlando, sia stato quello scorso. Proprio ieri, infatti, sono state pubblicate le classifiche Annuali Top Of The Music FIMI/GfK 2018 riguardanti album, singoli, compilation e vinili.

Togliamoci dalle balle subito quella dei vinili, dove c’è un chiaro appannaggio dei Pink Floyd (presenti in tre differenti posizioni della top ten) e, più in generale, della musica che se hai un giradischi compri anche se ti fa cagare perché non puoi perdere l’occasione di farti il figo con gli amici mettendo “Appetite for destruction” dei Guns N’Roses (quinto in classifica, ndr) durante il pokerino prenatalizio. Nella top ten, comunque, ci finisce anche Noyz Narcos con “Enemy” (addirittura al terzo posto). Fuori di appena una posizione l’idolo trap della nuova generazione Sfera Ebbasta, che in top ten avrebbe stonato peggio che nel coro della chiesa senza autotune.

Poco da dire anche sulle compilation, dove con zero sorpresa la fa da padrone Sanremo 2018. A seguito e in ordine sparso tutte le schifezzine estive Hot-Summer-Hits-Mania e puttanate varie. Chi compra ancora ‘sta roba, di grazia?

Passiamo ai piatti forti. Iniziamo dagli album. La top ten viene letteralmente dominata da trapper, pseudo rapper e youtuber. In questo mare di Benji e Fede (ottavi), tenta di farsi largo Laura Pausini che occupa il terzo posto. L’unica quota internazionale è rappresentata da Ed Sheeran, che con il suo “Divide” si aggrappa al decimo posto e ci libera da Jovanotti e Mengoni di poco più sotto. Risultato positivo anche per i Maneskin (quinto posto), il cui 2018 è stato strepitoso: hanno conquistato classifiche, dischi d’oro, palazzetti e Roma a mani nude e senza regole. Quarto posto meritatissimo per Salmo, che con “Playlist” ha probabilmente partorito l’album dell’anno: non ha sbagliato un pezzo.

Anche nei singoli il dominio “new generation” è pressoché identico. Al primo posto troviamo “Amore e Capoeira”, che ce le ha fracassate un’estate intera e non poteva non lasciare un segno indelebile nelle classifiche e nella storia triste e infausta di questo Paese. Dato che nella merda – a quanto pare – ci si deve obbligatoriamente sguazzare, ecco spuntare al quinto posto Fedez e J-Ax, la coppia ormai scoppiata che con “Italiana” ha scandito i peggiori momenti acustici dei ridenti mesi estivi.

Nota a margine, il 4 gennaio è uscito il nuovo pezzo di Fedez che, dopo la parentesi “facciamo sold out e vendiamo i dischi su Marte” con J-Ax, sta tentando di rifarsi una verginità artistica. Il brano in questione si chiama “Che cazzo ridi?” e – nella sua strofetta – l’ormai moglie di Chiara Ferragni ci informa che voleva essere una cosa ed è diventato un’altra perché i soldi e bla bla bla. Du’ palle, Federì. Sei ciò che sei diventato e hai voluto diventare. Stacce (cit). Goditi i soldi e menacela meno, che da “che cazzo ridi?” a “che cazzo piangi?” è un attimo. Ah, e l’autotune ha rotto il cazzo.

Torniamo a noi. Nella top ten dei singoli troviamo più “infiltrati” internazionali rispetto agli album. Tre brani su dieci: Nicky Jam (feat J Balvin), Alvaro Soler e l’irriducibile Ed Sheeran. È un buon segno, probabilmente. Significa che ascoltiamo, compriamo, streammiamo più musica italiana rispetto a quella estera. Resta da vedere se stiamo comunque parlando di buona musica. E con Giusy Ferreri, Irama e Baby K in top ten non ne sarei così convinto, insomma.

Altra nota positiva. Otto artisti su dieci in top ten hanno meno di trent’anni. Significa che la musica è giovane e che le nuove generazioni ascoltano tanta musica. In un paese di vecchi, dove tutto è stantio, suona come una ventata di aria fresca e di novità. In questo senso, l’assenza di molti nomi altisonanti in top ten è un bel segnale. Voglio dire, solo i nostalgici avranno seri problemi ad accettare un Jovanotti che nei primi dieci non ci entra nemmeno per sbaglio o un Ramazzotti che ha floppato alla grande con un album attesissimo solo da se stesso e dalla Gegia in ciabatte. Discorso simile per Elisa, che però si è un po’ ripresa grazie alla collaborazione con Calcutta, donando dignità ad un pezzo che sembrava quasi cucitogli addosso (l’ha scritto lui, grazie al ca’).

Rovescio della medaglia? Ce n’è sempre uno, lo sappiamo. In questo caso potremmo banalmente dire che “novità” e “under 30” non siano sempre e necessariamente sinonimi di “qualità”. Capiamoci: uno Sfera Ebbasta sarà anche sotto i trent’anni, ma non vale un dito mignolo di Motta che la top ten non la vede nemmeno.

Gioiamo, quindi? Insomma. Con un occhio solo, magari. Il 2019 è appena iniziato e le calamità musicali in procinto di prender vita e suono sono tante, anche troppe. Ma se saremo in grado di resistere a questa ondata di non meglio precisati trap rapper e poppettari finti indie, forse ci sarà tempo per vedere in top ten anche della qualità indiscussa e non soggettiva (lo stesso rap, quello vero, ne ha tanta ma non riesce a emergere). Del resto, probabilmente, bisogna distruggere tutto prima di ricostruire. Dura lex, sed lex.

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