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The Lone Ranger, un film senza volto

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(Attenzione! La recensione potrebbe contenere spoiler!)

Quando un prodotto ha successo si tende ad emularlo. È quello che ha tentato di fare il team dietro una delle saghe più riuscite degli ultimi anni, Pirati dei Caraibi, con questo reboot dell’omonima serie televisiva americana degli anni ’50. Il regista Gore Verbinski, gli sceneggiatori Ted Elliott Terry Rossio, il produttore Jerry Bruckheimer e, naturalmente, Johnny Depp (che del film è sia co-protagonista che produttore), portano sul grande schermo le avventure del ranger mascherato John Reid (Armie Hammer) e del suo fidato partner indiano Tonto (lo stesso Depp).

Il risultato, purtroppo, è davvero deludente.

Eppure le premesse c’erano: Verbinski si era già cimentato nel genere western con il lungometraggio animato Rango, gioiellino citazionista tristemente sottovalutato, e la scrittura di Elliott e Rossio è di solito brillante e divertente  (basti pensare, oltre ai Pirati, al godibilissimo La maschera di Zorro). Infine, Depp si è sempre vantato del suo sangue cherokee, e la sua partecipazione al cult Dead Man di Jim Jarmusch e, soprattutto, la sua interpretazione di un indiano ne Il coraggioso (film che ha anche diretto) hanno mostrato quanto rispetto nutra nei confronti dei nativi americani. Allora, cos’è andato storto?

Si potrebbe cominciare dalla storia che, ormai sembra essere il canone dei reboot, è una storia di origini: qui l’eroico John Reid della serie televisiva è un uomo di legge un po’ fifone e molto impacciato che viene nominato ranger quasi per caso, proprio prima che un’imboscata orchestrata dal bandito Butch Cavendish (un irriconoscibile William Fichtner) uccida il fratello e tutti gli altri ranger. Reid sopravvive grazie alle cure del reietto Tonto, e per vendicare la morte del fratello decide di mascherarsi e combattere il crimine. Una trama banale ma tipica dei film d’avventura, che viene sviluppata maldestramente attraverso la decisione di costruire il tutto tramite il racconto di Tonto anziano diventato un’attrazione da museo. Il resto è solamente una caterva di scene d’azione girate con l’ormai immancabile shaky camera, battutacce, gag di dubbio gusto e citazioni di altri film western sparse qua e là, tanto che ad un certo punto sembra quasi che le intenzioni fossero quelle di fare una grande parodia à la Mezzogiorno e mezzo di fuoco, ma Verbinski non è Mel Brooks, e Hammer e Depp non sono Gene Wilder e Richard Pryor.

Un altro enorme problema, infatti, è la caratterizzazione. Se nei Pirati una sceneggiatura a volte lacunosa veniva sovrastata da personaggi memorabili e quasi dotati di vita propria (tanto che a mio avviso si potrebbe fare uno spin-off su qualsiasi personaggio della saga, persino sulla scimmietta Jack), in The Lone Ranger tutto questo non avviene: i due protagonisti (o meglio, il duo comico che non fa ridere) mancano di spessore, e il tentativo di inserire un background tragico nella storia di Tonto fallisce miseramente nello scopo di rendere il personaggio meno, ecco, tonto. Il villain Cavendish è un cattivo da manuale, mentre la natura negativa del personaggio interpretato da Tom Wilkinson è così scontata che quando alla fine la rivela ti chiedi se nella mente degli scrittori quello fosse un colpo di scena. Per non parlare dei personaggi femminili, praticamente inesistenti: Rebecca Reid (Ruth Wilson) è la classica damigella in pericolo, che non ha alcuna funzione se non quella di madre e di vedova del fratello di John (che, ovviamente, è innamorato di lei), mentre la maîtresse Red Harrington (Helena Bonham Carter), scritta come il prototipo della donna forte, è praticamente irrilevante allo sviluppo della trama. I personaggi sono così monodimensionali che il vero eroe del film, alla fine, è Silver. Sì, il cavallo.

Così arriviamo alle interpretazioni. Buone quelle del protagonista Armie Hammer, che grazie ad un’innata vena comica riesce a strappare mezzo sorriso anche nelle gag meno divertenti, e di William Fichtner, caratterista d’esperienza che nei ruoli da cattivo dà il meglio di sè. Nonostante il piccolo ruolo, notevole anche l’interpretazione di Barry Pepper nei panni del Capitano Fuller. Il resto va dall’incolore all’irrilevante, compresa la star del film. Johnny Depp, infatti, sembra ormai incapace di donare una performance originale: i suoi ultimi personaggi sono perlopiù un miscuglio di quelli vecchi, e il fantasma di Jack Sparrow fa sempre capolino. A proposito di originalità, la colonna sonora composta da Hans Zimmer (o da chi ne fa le veci) è anonima e senza volto, e la metafora si applica perfettamente a tutto il film.

Nonostante questo, sono certa che The Lone Ranger sarà un grande successo commerciale, d’altronde è un film per famiglie quasi decente (se si riesce a tenere buoni i bambini e svegli i genitori per più di due ore), e magari ci faranno pure il sequel. Solo che, la prossima volta, potrebbero essere più sinceri e titolarlo semplicemente: Oh, guarda! Johnny Depp che fa lo scemo, che spasso!

P.S. Qualcuno gentilmente mi spieghi la funzione dei coniglietti cannibali. Grazie.

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