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The Final Cut, il taglio finale dei Pink Floyd

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Perché recensire “The Final Cut” dei Pink Floyd, a più di trent’anni dalla sua uscita?

Forse perché l’ho riascoltato ieri sera, liberando il disco da un sepolcro di polvere, tornando indietro di così tanto tempo da sentirmene quasi imbarazzato.

O forse perché è stato in assoluto il primo long playing da me acquistato.

O forse, ancora più semplicemente, perché si tratta di un bel lavoro, certo non paragonabile all’inarrivabile “The Wall“, ma comunque pregevole, sia per i testi che per gli arrangiamenti (anche se un po’ più scarni, vista l’assenza in questo album del compianto Richard Wright), che di fatto ha sancito la fine di un ciclo, o quantomeno della presenza a volte troppo ingombrante di Roger Waters all’interno del gruppo.

Ma “The Final Cut” è anche qualcos’altro. Waters, con la sua voce straordinariamente pacata, infonde a tratti momenti di calma, alternandoli ad improvvise variazioni che, come schegge disperate, alzano il tasso di adrenalina suscitando le più disparate emozioni.

E cos’è in fondo la vita se non un susseguirsi di note contrastanti in cui normalmente si avvicendano alti e bassi, quiete ed angoscia, gioie e dolori?

Devo dire che, a dispetto dell’età, il disco rimane sempre attuale, sia per l’originalità che ha sempre contraddistinto i Pink Floyd nel panorama musicale mondiale, sia per le tematiche mai passate, purtroppo, di moda, come la politica poco pacifista (per usare un eufemismo) dei governi, la disinformazione sistematica o il controllo (o danneggiamento) delle menti, a partire già dall’infanzia.

Malesseri e sistemi ormai così radicati da rientrare nel novero delle assuefazioni. E si sa, l’abitudine rende normali anche le cose più aberranti. Impedendo anche di dare il “taglio finale” necessario a recidere tutti i legacci che ci impediscono di correre verso la libertà, anche solo di pensiero.

 

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