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«Siamo quel che passiamo»- Livio Minafra, Ninni Averna e la Corelli Jazz Orchestra

Varie armonie s’intersecano, provenienti da mani diverse in stanze svariate: non sanno di tessere, contemporaneamente, in trame infinite, gli splendenti capelli odorosi della loro arcana madre: la musica. Il sole lustrina il mare, mentre il vento soffia sul naso, affacciato dal terrazzo del imageConservatorio “A.Corelli”. Quasi ventiquattr’ore prima del dì 14 giugno, mi appropinquavo verso un jazz caldo, pregnante. La Corelli Jazz Orchestra sulle lignee assi del Teatro Annibale Maria di Francia, viaggia, dall’America ai Balcani, a ritmo di suoni d’oggi e di ieri.
Tradizione e novità, dolcezza ed eruzione, sassofoni rigogliosi di champagne e rullanti sabbiosi ancora suonano nelle orecchie, mentre tale bellezza riempie gli occhi, d’azzurro tinti. Nella stanza dalla quale sono uscita per respirare un po’ di aria di mare, si parla di Jazz. «Per il titolo?» «Direi.. Fire. Ti piace, Fire?» «oppure..Thunder’s fire! Che ne pensi?»
Avverto i sorrisi dei saluti, e rientro. Ci accomodiamo: io, su una sedia, che porta addosso i ricordi dei pesi di chissà quanti ragazzi. Livio Minafra, sul posto dove, forse, ha sgranato la maggior parte della sua esistenza: lo sgabello del pianoforte. Occhialetti da «dottorino» ma, tranquilli: è solo apparenza. imageUn instancabile gitano assetato di colore si cela dietro quella sagoma sul far del delinearsi. Rimembriamo le tinte, i toni e i volti della serata passata. Chiacchieriamo giovialmente: il trentenne direttore, col viso adornato da fresca giovinezza risponde, amplia, sviluppa, da buon musicista, le nostre curiosità.

Hai uno stile molto particolare; i tuoi pezzi sono contrassegnati dalla presenza di infinite influenze: ne faresti un esempio?
Sono l’uomo degli esempi! Io immagino di essere un faro: dato che sono pugliese, davanti a me vedo l’Albania; poi, la Grecia, il Mar Mediterraneo, il Nord Africa, Napoli, la Francia, la Spagna, il mondo slavo, il mondo balcanico, e.. Si ricomincia. Così, quando suono, quando compongo, mi rendo conto che alcuni toni sono un po’ arabi, altri un po’ africani, altri ancora un po’ napoletani (la seconda minore, la quarta eccedente). Quindi, direi che ciò che sono è proprio una sintesi geografica, reminiscenze inconsapevoli di ciò che è stato prima di me.

Più specificatamente, le sonorità balcaniche sono quelle che si avvertono con più facilità all’interno dei tuoi brani: che caratura possiede la loro influenza?
Sicuramente, hanno influito di più per motivi di kilometraggio: l’Albania disterà dalla Puglia 70 km in linea d’aria. Non è questione di dire «a me piace la musica balcanica». È, piuttosto, una ricerca che si situa all’interno della persona. Chissà, magari avrò avuto qualche avo nativo di quelle terre così vicine a noi, ma così lontane dai nostri pensieri. Quando sento suonare le campane del mio paese, mi emoziono: ma mi sono emozionato ancora di più quando ho sentito suonare il Muezzin proveniente dal Minareto, in Macedonia. Si tratta di sangue, di origini: io non sono balcanico, sono italiano. Ma l’italiano, dopo tutto, cos’è, se non una miscela di dominazioni, influssi, scambi e scontri?

Incastonare, mescidare, intersecare: quale di questi tre verbi rappresenta al meglio la tua musica?
Direi intersecare: nell’intersecare, ci vedo la volontà e la casualità dell’incontro. Ci vedo una cosa che si lega ad un’altra, inspiegabilmente, o di proposito.

imageDirigere un ensemble di ragazzi non è «un gioco da ragazzi»: quali sono le emotività che ti ha lasciato la Corelli Jazz Orchestra?
Quando viaggi ad una certa altezza, collaborando con artisti del calibro di Paolo Fresu, Bobby McFerrin, Michel Godaro, c’è un’intesa veloce, e non mi riferisco solo a quella di livello musicale: guardo al modo di vivere di pensare, al reale dato biologico dell’esistenza. L’artista non si dedica mai solo alla musica: la musica è il mezzo estremo, superficiale, limitrofo attraverso cui si esprime. Ma dietro, sotto sotto, c’è una sterminatezza di esperienze, dati, situazioni che creano poi questa figura variopinta, l’artista. Quando ti trovi a stare a contatto con dei ragazzi, anche se futuri musicisti, sono ancora «popolo», nel senso più meraviglioso del termine. «Fare musica» è il doppio, il triplo faticoso: devi catturare, proporzionalmente alla stranezza del repertorio, la loro motivazione a sentire, suonare, calarsi in una musica diversa. In un ambito come quello del Conservatorio, un po’ imbrigliato, impolverato e incancrenito, in cui se sbagli ti mortificano, i ragazzi crescono come gli alberi; o meglio, come gli uomini fanno crescere gli alberi. Essi, hanno una forma naturale: è l’uomo a decidere di potarli. Così, i ragazzi, ciascuno con una propria attitudine ed un personale talento, vengono «potati», indirizzati, diretti, dimenticandosi, poi, delle loro attitudini e libertà. Quando accade qualcosa, come ciò che è successo nell’ambito di questo progetto, in cui i gesti del direttore non sono i consueti, e il motto è «siate liberi», sulle prime, ridacchiano tra di loro. Poi, si rendono conto dell’energia che hanno dentro, e la esternano. Peccato che, come in tutte le cose, questo accada sempre l’ultimo giorno. Ma, come si dice: meglio tardi che mai! Rendersi conto dell’illimitatezza di questo animale, il jazz, è un’enorme traguardo. Come hai potuto sentire, abbiamo scelto di intraprendere un percorso che va dalla tradizione e si conclude con le mie composizioni, dove si è evoluto tutto. Mi piace il Prog, e ne apprezzo il sistema evolutivo. Siamo passati dal rispetto del passato, intonacati di bianco, da ciò che noi, oggi, ma che nessuno aveva in mente di chiamare così, chiamiamo «jazz», per un mero esercizio categoriale, all’esplosione di colori e occhiali di sole, che guarda, sì, alla tradizione, ma va oltre. Si evolve, appunto.

Quale luogo, quale formazione musicale e quale pubblico desidereresti per il concerto più bello della tua vita?
La Scala di Milano, un ensemble che contenga archi, elementi bandistici, elettrici e tante, tante percussioni. Il pubblico? Quello capace di ascoltare.

La collaborazione che ti ha dato di più dal punto di vista musicale e umano?
Bobby McFerrin.

E la conoscenza?
Antonello Salis: un pazzoide, uno che non legge una nota sul pentagramma. Una persona immensa. Sbrindellata, ma una vera forza della natura. Mi ha indicato la direzione da prendere, fatta di luce e colori. E avevo solo cinque anni!

Tinte forti, o sfumature?
Assenza di mezze tinte.

Il jazz in una frase.
Cerca te stesso.

imageLa sera si avvicina: dalla finestra, innumerevoli note d’origine diversa invadono la stanza. Ad un tratto, due secchi, ma leggeri, colpi sull’uscio. La maniglia permette alla porta di aprirsi, e fa ingresso nella sua stanza un altro musicista: si tratta di Antonino Averna. Il vicedirettore, la colonna o, semplicemente, Ninni. Un’aria esperta, bonaria e sincera avvolge la sua figura. Scambiamo qualche parola anche lui. Posati i toni, ma reali e pungenti le verità dette senza alcuna paura. Analizzate e staccate oggettivamente. Non è il vicedirettore, o il musicista a parlare: è il papà, o forse, lo zio dell’America, che sembra sia lontano, indaffarato, impegnato ma, in realtà, rivolge sempre l’attento sguardo agli amati nipoti. Iniziamo a porgergli alcune domande:

Amministrare un conservatorio: quali le responsabilità e le soddisfazioni?
Tante le une, come le altre! Sicuramente, tutto l’andamento didattico e artistico: impostare delle buone e valenti linee programmatiche non è un compito facile. Bisogna stare attenti a diversi aspetti, primo fra tutti la crescita degli allievi. Le soddisfazioni? Beh, basta guardare al concerto di ieri. La gioia, l’entusiasmo, la grinta dei ragazzi. Direi che le responsabilità, seppur gravose, sono debitamente sostenute dalla ferrea volontà dei nostri allievi.

Come giudica il contributo dello Stato al sistema musicale italiano?
C’è un contributo?

E quello della società civile?
Spesso vige una sorta di disinteresse, di disaffezione agli eventi e alle fucine culturali della città. C’è uno scarso coinvolgimento degli esterni al sistema conservatorile. Di chi la «colpa»? Della mentalità del «con la cultura non si mangia», della mancanza di amministrazione dei luoghi in cui produrre cultura (su cui inviterei la Regione ad intervenire tempestivamente), del disinteresse del voler avere un’orchestra ed un teatro stabili, precedentemente riscossori di un notevole successo e, chi lo sa, magari anche nostra, che non sappiamo attirare l’attenzione di chi sta di fronte agli strumenti. E poi, senza mezzi termini: il desiderio di rinascita culturale spetta anche a chi, come primo cittadino, dovrebbe aver a cuore questa città, ed il suo sviluppo. La musica è approvvigionamento del buon cittadino: vive meglio nella società, conosce il suo spazio ed impara a rispettare gli altri. Si comporta meglio persino alle riunioni di condominio!

imageCosa fa di un giovane musicista un grande musicista?
Se davvero sapessi rispondere a questa domanda, sarebbero tutti grandi musicisti! Non c’è una ricetta: so solo che, il talento, non basta. Per fiorire, dev’essere affiancato da cura, dedizione, impegno e, soprattutto, spirito di sacrificio. Il musicista, l’artista, è essenzialmente una persona infelice, perché vive la tensione del superamento, dell’andare oltre, del migliorarsi sempre, tra brevi bagliori di intensa felicità, come la fine di un concerto. L’evolversi, il riascoltare ciò che è stato: a volte, fa soffrire, ma è davvero l’unica esperienza realmente edificante. Tutto questo, credo faccia parte del vero musicista.

Il suo ricordo più bello da docente.
Quando dopo un esame, una lezione, un concerto un allievo si avvicina e mi dice: «grazie..». Non sempre accade, ma ho avuto la fortuna, a volte, di sentirmi colmato da questa piccola, ma intensa, parola.

Classico o jazz: quale il repertorio che preferisce?
La mia formazione ed il mio suonare è fondato sulla classicità. Ma, mi diverto, e anche molto, a ritagliare dei piccoli momenti di condivisione, a suon di jazz.

La didattica di oggi garantisce al singolo allievo una libertà d’espressione adeguata?
Nell’autonomia di ogni docente, direi di sì.

Quando scocca l’ultima domanda, già il sole è andato a coricarsi, rintanatosi in sognanti lenzuola. «Domani, è un altro giorno», si dice. Per Livio e Ninni, un altro giorno pieno di musica, di scartafacci burocratici, di liti, battibecchi, fuoritempo, intese intense e fugaci, speranze. Energia, e voglia di migliorare, sempre. Se stessi, e il mondo che, intorno, respira.

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