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Sembra passato un secolo

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Era il 16 Marzo 2010. Ottavi di finale di Champions League, gara di ritorno. Il luogo era lo Stamford Bridge di Londra, la casa del Chelsea. Ad affrontare i blues, c’era un’Inter forte di un 2-1 ottenuto all’andata tra le mura amiche di San Siro. Era un’Inter rocciosa, che faceva del carattere uno dei suoi punti di forza. Oggi – o meglio ieri sera –, quasi tre anni dopo, sempre a Londra, sempre ottavi di finale, stavolta di Europa League, al White Hart Lane contro il Tottenham, sembra passato un secolo. Nel 2010, a guidare quella squadra c’era Josè Mourinho, oggi su quella panchina siede Andrea Stramaccioni. Anche a volerle cercare con la lente d’ingrandimento, somiglianze tra i due non se ne trovano. In campo, ad alzare le mura in difesa di Julio Cesar, c’erano Lucio e Walter Samuel ai livelli più alti toccati in carriera. Oggi, a tentare di proteggere Samir Handanovic – che molto spesso pare recitare il ruolo del generale Custer contro gli indiani – ci sono Andrea Ranocchia (che sembra destinato a rimanere un’eterna promessa), Juan Jesus (mezzi tecnici e fisici modesti, ma ancora troppo acerbo) e Christian Chivu (che, ieri sera, ha perso il contro dei tunnel subiti). Sulla fascia destra, a quel tempo, agiva Maicon, uno dei terzini più forti di cui il calcio abbia memoria. Oggi, sulla fascia opposta, è possibile ammirare le doti innate (nel senso che non sono mai nate) di Alvaro Pereira: uno per cui la dirigenza del Porto, per averlo venduto all’Inter al costo di quasi 15 milioni, dovrebbe essere indagata per circonvenzione d’incapace finalizzata alla frode sportiva. In cabina di regia, in quella stagione, metteva in mostra le proprie qualità un estroso Wesley Sneijder, che non aveva ancora scoperto Twitter. Oggi, il pubblico nerazzuro deve accontentarsi del talento mai esploso (o esploso a salve) di Ricky Alvarez. C’erano partite in cui Wesley Sneijder metteva la palla esattamente dove voleva. Oggi, invece, ci sono partite (la maggior parte) nelle quali Ricky Alvarez non sarebbe in grado di colpire nemmeno una mucca in un corridoio (memorabile il gol sbagliato nel primo tempo). L’attacco dell’Inter targata Mourinho poteva contare sui nomi di Samuel Eto’o (molto spesso disposto a sacrificarsi addirittura sulla fascia) e Diego Milito (se arrivava un pallone in area, era suo. Ed era gol). Oggi, in attacco, l’Inter schiera Antonio Cassano e Rodrigo Palacio (o lo stesso Milito, che negli ultimi mesi sembra il cugino scarso di quello visto nel 2010). Il primo, quando non è impegnato a scazzottare l’allenatore, è indubbiamente un talento, ma i 90 minuti non li regge quasi mai. S’incaponisce nel cercare l’assist, più spesso che il gol, ma accanto si ritrova compagni che sbaglierebbero persino un rigore a porta vuota. Margaritas ante porcos, dunque. Il secondo è un ottimo giocatore, in grado di cambiare una partita nata male in qualunque momento (vedi Catania), arrivato nel calcio che conta troppo tardi. E, probabilmente, nella squadra sbagliata.

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