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Sanremo 2014 – Day #1: Cat Stevens vive, regna e glorifica

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È iniziato Sanremo. Per quanto mi riguarda, il diario della prima serata, potrebbe finire qui. Ma siccome mi leggete (quei due o tre, ovvio), mi sembra una cosa carina scrivere un altro paio di frasi su Fazziofabbio (cit) e la sua banda. E quindi, vamos.

Pronti, via e già due minacciano di lanciarsi da un’impalcatura. Tu dici: “Guarda, quest’anno non reggono già dai primi due minuti e il suicidio lo tentano in anticipo”. Poi si scopre che si tratterebbe di due lavoratori del consorzio del bacino di Napoli e Caserta che non ricevono lo stipendio da tempo. Hanno una lettera e chiedono a Fazziofabbio di leggerla. Gliela lanciano, lui la raccoglie e con il dono della luccicanza, dopo averla semplicemente toccata, ne conosce già il contenuto e ce lo illustra.

L’omaggio a Fabrizio De André tocca a Luciano Ligabue. Tra i tanti pezzi di Faber, sceglie Creuza de ma, in dialetto genovese. Lui, essendo di Correggio, se la cava più o meno come me ai tempi della scuola durante le interrogazioni di Latino. E chi mi conosce sa che non è una bella cosa. Tanto che tra il pubblico ci si chiedeva speranzosi “A che ora è la fine del mondo?”. Tentativo apprezzabile e nobile, ma caro Luciano, se avessi scelto un’altra canzone forse sarebbe stato meglio.

Inizia la gara. La prima ad esibirsi è Arisa, e quindi si parte forte. O forse no. Poi arriva Frenkie Hi-NRG che fa il suo e lo fa senza sbavature. Anche se qualcuno dovrebbe spiegare a Fazziofabbio che etichettare Frenkie come “il padre dell’Hip Hop italiano” è un po’ troppo. Antonella Ruggiero decide che siamo rimasti svegli abbastanza e ci regala attimi funerei. La voce c’è, come sempre, ma le canzoni sono una mazzata sulle balle che non vi dico.

Provano a risvegliare l’atmosfera Raphael Gualazzi e The Bloody Beetroots. Sulla prima (bella), non ce la fanno più di tanto. Sulla seconda (che passa il turno) si sente di più il sound di The Bloody Beetroots che si interseca molto bene con quello di Gualazzi e il pezzo risulta orecchiabile e divertente. Duetto originale. Bravi.

Su Cristiano De André vorrei capire chi e perché ha preferito Il Cielo è vuoto a Invisibili. Voglio il nome. Ora. Cristiano è sicuramente il migliore in gara. E, di conseguenza, non vincerà. Bravi anche i Perturbazione, anche se conoscendoli mi sarei aspettato (molto) di più. E invece un bel velo pietoso lo stenderei su Giusy Ferreri: testi non banali, peggio.

I momenti musicali più alti, come al solito, vengono regalati dagli ospiti: Cat Stevens vive, regna e glorifica. Father and Son scioglie la platea e Fazziofabbio piange, probabilmente sentendosi in colpa per aver fatto esibire una Leggenda come Cat Stevens subito prima di Giusy Ferreri: in molti Paesi civilizzati, per una scaletta simile, è prevista la sedia elettrica.

Apprezzabili (almeno la sufficienza diamogliela, dai) anche gli interventi di Laetitia Casta e Raffaella Carrà che interrompono il ritmo incessante del Festival (Yawn, cit). Il secondo velo pietoso, invece, lo stenderei sulla Littizzetto che ci ha anche rotto le balle con lo stesso repertorio da 150 anni: anche basta, dai.

A questo punto, vi saluto e vi dò appuntamento a giovedì (se ce la fate). Domani, la seconda serata ve la racconterà Alessandro, perché io credo che stasera non reggerò e andrò a lanciarmi dall’impalcatura dell’Ariston.

Buena suerte.

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