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Rolling Stone Italia e i dieci pezzi per (non) comprendere il rap italiano

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L’Italia è una Repubblica fondata sugli esperti di rap. O meglio, così sembra essere. Negli ultimi sei o sette anni – periodo nel quale il rap italiano ha considerevolmente ampliato il suo bacino d’ascolto – abbiamo dovuto assistere ad esegesi senza capo né coda del genere musicale in questione (mi piace sempre ricordare con particolare affetto quella di Morgan) a classifiche al di fuori di ogni apparente logica. Ecco che adesso, a tal proposito, ci si mette pure Rolling Stone Italia. Se andate in edicola, infatti, troverete il nuovo numero della rivista dedicato al confronto tra rap e rock. Idea interessante, direte voi. E vi darei anche ragione, non fosse che la parte sul rap sembra essere stata curata da Luca Giurato.

Tralasciando la classifica della 50 migliori canzoni rap di tutti i tempi (esercizio abbastanza facile, anche se qualcosa sembra esser stata buttata lì senza capire bene il perché), la parte di questo focus sul rap che fa più specie (se non addirittura spavento) riguarda la classifica delle 10 migliori canzoni rap italiane di tutti i tempi. La descrizione recita testualmente: “Abbiamo raccolto per voi i 10 classici necessari per capire il fenomeno rap italiano”. Così, colmo di aspettative, lascio scorrere il mio sguardo posizione per posizione. Sedetevi e tenetevi forte: si vola.

Alla posizione numero uno, troviamo Fight Da Faida di Frankie HI-NRG Mc. Ora, con tutto il rispetto che si può avere per Frankie, non mi pare che il pezzo scelto sia proprio una pietra miliare del rap italiano, e lo stesso rapper non è uno di quelli che ha lasciato il segno sulla scena. Tanto valeva partire subito con La Canzone Del Capitano di Dj Francesco e togliersi il dente.

La posizione numero due è quella più divertente, perché di uno dei rapper italiani più importanti è stato scelto il pezzo che – tra i puristi del genere – ha scatenato più polemiche, poiché ritenuto troppo commerciale e vuoto di contenuti: Tranne Te di Fabri Fibra. Dato che c’erano, perché non piazzarci L’Italiano Balla?

Alla posizione numero tre si è deciso di sguazzare nel ridicolo. Non tanto per l’artista in sé, che ha anche scritto testi più o meno significativi, quanto perché rapper non è e probabilmente non lo è mai stato. Ma ha inserito la parola “rap” in un titolo di un brano, e tanto è bastato alla redazione di Rolling Stone Italia per eleggerlo a portabandiera: Serenata Rap di Jovanotti. Un po’ come inserire Michele Zarrillo nella classifica dei dieci artisti più influenti nella storia dell’hard rock.

Con il terrore di ritrovarsi prima o poi di fronte a Vendetta Vera di Trucebaldazzi, giungiamo alla quarta posizione. Il gruppo è uno di quelli storicamente più influenti della scena, anche se negli ultimi anni pare abbiano deciso di darsi più all’ippica che al rap: i Club Dogo. Nulla di strano, non fosse che nella loro folta e valida discografia è stato pescato Brucia Ancora. Come dire che Emerson, Lake & Palmer hanno fatto album importanti per la storia del Progressive Rock, ma nulla supera Love Beach.

Quinta e sesta posizione rispondono rispettivamente ai nomi di Ensi e Marracash, con i brani Terrone e Chiedi Alla Polvere. Due pezzi senza infamia e senza lode che trovarli prima di Cani Sciolti dei Sangue Misto (alla settima posizione) è – senza paura di esagerare – un calcio nelle balle (le mie, quelle del rap e quelle dei Sangue Misto).

Ottava posizione per Emis Killa e la sua Vaffanculo. Che è un po’ ciò che penserebbe uno come Kaos One – dopo aver lanciato la copia della rivista per aria – semmai gli capitasse di leggere ‘sta roba e non trovare il suo nome, perché la nona e la decima posizione sono appannaggio di Salmo con Death Usb e degli Articolo 31 con Ohi Maria (è andata bene, visto l’andazzo avrebbero potuto benissimo scegliere Tocca Qui).

Con un po’ di presunzione, dovuta al fatto che ascolto hip hop da molto tempo e ne scrivo da altrettanto, credo di poter affermare che questa classifica non rispecchia affatto gli ormai quasi trent’anni del rap italiano. I nomi, alcuni, sono azzeccati, ma i pezzi proprio no. È facile andare su Wikipedia e prendere un paio di nomi a caso dei rapper più rappresentativi o di quelli che in passato hanno provato a lanciarsi in una loro interpretazione del tutto personale di questo genere musicale, quello che è più difficile – per chi non l’ha mai ascoltato, o peggio ha iniziato ad ascoltarlo con l’esplosione del fenomeno Moreno (misericordia!) – è collegare i giusti brani a quei nomi. Perché dire che i Club Dogo abbiano recitato una parte importante nella storia del rap italiano è giusto, ma affermare che Brucia Ancora è il quarto classico necessario a capirne il fenomeno è assai sbagliato. Com’è assai insensato prendere Frankie Hi-Nrg e Jovanotti e inserirli nelle prime tre posizioni di una classifica di un genere musicale che con loro c’entra poco (nel primo caso) e niente (nel secondo), asserendo – come se non fosse abbastanza – che i pezzi scelti sono dei veri e propri classici attraverso i quali comprendere questa cultura.

Dov’è Kaos One? Che fine ha fatto Neffa? E Joe Cassano? E i Colle Der Fomento? Perché se vale tutto, pensando a Prisencolinensinainciusol, possiamo anche affermare che il vero pioniere del rap in Italia sia stato Adriano Celentano, e che Marco Travaglio – che ha da poco prestato la voce agli ATPC e ha scritto la prefazione del libro di Fabri Fibra – è uno dei migliori punchliner sulla scena (magari, per Rolling Stone Italia, Ensi gli farebbe solo un baffo).

Concludo con un appello a Rolling Stone Italia o chi per loro: quando scrivete di rap, o di qualsiasi altro argomento che non è nelle vostre corde, assicuratevi che a farlo sia qualcuno che abbia almeno un minimo di conoscenza su ciò che si appresta a scrivere, altrimenti si rischiano figure come questa. Insomma, se per comprendere il rap italiano devo ascoltare Mi Fido Di Te, mi do direttamente alle droghe e all’alcol. E, probabilmente, ci capisco anche di più.

E adesso perdonatemi, ma scappo a fondare su Facebook la pagina Jovanotti: il miglior rapper degli ultimi 150 anni.

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