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Passo passo “sulla strada” di De Gregori: sentiero Messina

image Sporadiche figure in piedi; la maggior parte delle restanti, sedute. Attendono che la sala, con le sue luci attente, ceda il passo ad ombre danzanti su tappeti di musica. E non una musica qualsiasi, di quelle che, quando passi, non trascinano l’orecchio in sorridente attenzione; ma di quelle con cui un saggio ed abile cantastorie adorna i suoi racconti. Così, d’un tratto, di nero si tinge la scena muta, e si riapre d’azzurro; otto profili si stagliano sul palco, in silenzioso accordo. Uno, al centro, si nota di più. Porta occhiali scuri, tondi, un tempo apoteosi della moda; un cappello, nero, come il vestito, come l’atmosfera, raccoglie il capo; e, di contrasto, bianchi capelli distesi sul collo, e barba con riflessi d’argento. Un nome, dietro questa figura: Francesco De Gregori.

Come ogni viaggio che si rispetti, si inizia Sulla Strada. Le scarpe sono allacciate, lo sguardo gettato all’orizzonte, le gambe salde, il cuore, al suo solito posto. Si va. Come? A passo d’uomo, ovviamente, accompagnati da calchi veloci e ritmati di mandolino. Dove? In tanti posti. La prima tappa è a cavallo tra Ottocento e Novecento, la sera di un mesto compleanno, la sera di un accomunato rinascimento. La Belle Epoque, la chiamavano, sfarzosa, abbondante, raffinata, delicatamente prorompente, dove <<ti bacio e ti butto, vita mia, come un pezzo di pane>>. Chi è che  cammina, chi è che va? Guarda che non sono io, risponde l’uomo col cappello. E invece, è proprio lui. Sale sul Titanic, va in America. Ma ritorna alle origini, torna alla patria e alla madre. Viva l’Italia, su intrecci sinuosi di fisarmonica e armonica. imageQuando? Non è un viaggio mentale, ma un viaggio fisico, materiale, empirico, che si percorre in un Tempo Reale, in cui trova spazio anche un solo di chitarra scivolante su pentatoniche calde, vive, rock. E poi, come ogni viaggio, come ogni storia, oltre la fabula, l’intreccio: così, Generale, chiusa da un leggiadro blues di sottofondo, seguita dal gitanismo, dal suono della strada de Il panorama di Betlemme, corposo, assistito da un violino riecheggiante praterie lontane, da un basso marino, sabbioso. Si prosegue scendendo in profondità, ad Atlantide; con chi? con i Compagni Di Viaggio, ricordati in trionfale armonia. imageC’è spazio, in ogni ricordo che fa brillare gli occhi, per l’immagine della dolcezza, di quel sospirato Bell’Amore, la cui melodia è paragonabile allo scostare con leggerenza una tenda, facendo filtrare lievemente il sole puerile, non ancora invigorito. Ottantotto tasti e la voce soltanto, vellutata, volano, colorando l’esistenza, Sempre e Per Sempre. La storia corre, rallenta, pensa, ma non si ferma. La storia siamo noi, dice, a voce alta, sostenuta da dolce corda di violino. Tanta la musica, tanta la passione, tanto l’ardore, immensi i lustrini negli occhi delle persone. Ma, non dimentichiamo, è un viaggio e, come ogni viaggio, ha le sue tappe. Questa volta, si ferma sullo Stretto, che dorme sotto una luna che quasi non si vede. Buonanotte Fiorellino, questa notte, è per te. Ma la gente non vuole il silenzio, non vuole il letto, non il cuscino. Vuole la musica. Una canzone d’amore accompagna da Orfeo gli astanti: Cant’Help Falling in Love, scriveva Elvis Presley, e canta Francesco. Un ultimo saluto, prima di andare: Rimmel.

Accorati ondeggiano, tutti in piedi, ora; felici, spensierati, a cuor leggero; io, con sguardo dolce, cullato, li guardo. E sorrido, per la felicità che può sgorgare dalla musica, dalla condivisione, dal sentire insieme. Complimenti a chi la suona (magistralamente, come i musici che hanno accompagnato Francesco), a chi la canta. A chi la porta (Euphonya Management), a chi la scatta (Gianmarco Vetrano) e a chi l’accoglie. Ma, soprattutto, a chi l’ascolta.

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