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Omar Pedrini, il rock e gli Anni ’90: gli I-Dea raccontano “Umani”

I-Dea

Rock italiano è la parola chiave per descrivere e capire la band torinese e il loro nuovo capitolo discografico. Quel rock tricolore che ha raggiunto il suo picco tra i ’90 e i ’00, quel rock coltivato con passione e coerenza negli anni. Quella passione che vive orgogliosamente al di là delle mode e delle generazioni. Il frontman della band Gianvito Pilero si racconta in questa intervista.

Nascete a Torino nel 2016, ma quando il rock italiano dei ’90 era al suo massimo splendore cosa facevate?
In quel periodo abbiamo avuto la fortuna di essere  tutti adolescenti, solo Bucci nascerà qualche anno dopo (giovincello) io, Marzio ed Alex uscivamo già ai tempi insieme nella  stessa compagnia, passavamo le giornate intere nella nostra “Via Mustaine con altri 30 scalmanati ” ad ascoltare musica a muovere i primi passi con gli strumenti, a sognare di far parte di qualche band. Credo che abbiamo vissuto il periodo più rock dopo gli Anni ’70.



Il vostro album “Umani” avrebbe avuto senso in quegli anni oppure è figlio del 2020?
Umani è sicuramente figlio del 2020, le tematiche che tocchiamo sono inerenti ai tanti fatti che sono accaduti durante il periodo di scrittura. Poi come sound e come stile di formazione potremmo aver potuto far parte tranquillamente di quella scena musicale.



Che ne pensate della scena musicale di Torino, anche al di là del rock?
Torino è magica sotto tanti punti di vista, ha una bella scena musicale molto presente nel territorio, tanti artisti potrebbero dire molto, ovviamente seguo di più quelli della scena rock o simili.

Qual è il vostro tipo di pubblico, considerando anche i generi che vanno oggi?
Il nostro pubblico spazia dai  nostri figli che sono i nostri primi fan, fino ai nostri genitori, amici di vecchia data e amici nuovi  conosciuti durante le nostre serate. Chi si avvicina al progetto I-Dea non diventa fan, ma, amico questa è una cosa che mi ha insegnato qualcuno che dopo nomineremo…

Come vi siete conosciuti con Omar Pedrini?
Il primo incontro con Omar risale proprio agli Anni ’90, ho conosciuto i Timoria con la canzone “Atti Osceni” e da li mi sono innamorato del loro rock, dei loro racconti. Dopo numerosi concerti, tour, alla fine dei live era sempre una festa, si stava lì a bere, parlare del più e del meno con loro fino a diventare quasi uno di famiglia. Infatti, come detto prima, per Omar i fan sono prima di tutto amici.

È vero quello che si dice in giro, che Omar è molto generoso e sempre pronto ad aiutare gli altri?
Chiunque abbia avuto a che fare con lui potrà confermarvi queste cose, Omar è un esempio di semplicità e di generosità e uno alla buona, il classico amico con cui andarti a bere un birra.


Qual è il vostro disco e pezzo preferito dei Timoria?
“2020 SpeedBall” ritengo sia il disco che ci piace di più, senza nulla da togliere a “Viaggio Senza Vento”, ma quel disco ha un sound aggressivo come piace a noi, un album futuristico, oggi rileggendo i testi ti accorgi di quanto Omar sia stato profetico. Come brano preferito c’è ne più di uno, “Senza Vento”, “Sangue Impazzito”, “Sole Spento”, difficile avere una preferenza con capolavori del genere.

Conoscete band italiane in attività che stimate e che propongo questo tipo di rock assimilabile al vostro?
Una band che stimiamo molto sono i Rhumornero, un genere un po’ diverso dal nostro ma con qualche sonorità che ci  accomuna, loro hanno un sound che ti trasporta bello tosto un po ‘meno elettronico rispetto a noi, però crediamo che in Italia siano da seguire attentamente, ne approfittiamo per dire a Carlo e soci che aspettiamo il nuovo disco.

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