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Occhi di cane azzurro, i primi sogni di Marquez

Sarebbe abbastanza banale parlare dei romanzi più popolari e significativi di Gabriel Garcia Marquez, alla luce della sua recente scomparsa e nel giorno in cui avrebbe compiuto il suo 87esimo compleanno.

Chi non conosce infatti, anche solo dal titolo, libri come “Cronaca di una morte annunciata“, “L’amore ai tempi del colera“, “Foglie morte“, “La mala ora” o l’inarrivabile “Cent’anni di solitudine“, votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel 2007, come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes… ?

Sarebbe scontato, dicevo. Perché questi scritti, giunti all’apice della maturazione stilistica di Marquez, sono stati concepiti per mettere d’accordo sia il pubblico che la critica, grazie al’utilizzo di una prosa ricca e scorrevole ed il contorno di una costante ironia che ne hanno determinato, per parafrasare uno dei suoi libri più riusciti, la cronaca di un successo annunciato.

Come tutti i grandi scrittori all’inizio della loro carriera, c’è stato un tempo invece, in cui l’esuberanza e la voglia di gridare al mondo i propri pensieri si scontrava, da un lato, con le paure e le inquietudini tipiche di chi cerca di dare delle risposte a domande antiche come il mondo e, dall’altro, con la forma stessa che le doveva racchiudere e contraddistinguere.

Per questo mi permetto di segnalare una lettura poco conosciuta di Marquez, Occhi di cane azzurro, una raccolta dei primi racconti dello scrittore colombiano, decisamente acerbi e a tratti un po’ cupi che, se da un lato tradiscono le sue influenze letterarie (Kafka in testa) d’altra parte racchiudono, a mio modesto parere, i germi e le tematiche poi così brillantemente affrontate nei suoi successivi capolavori.

La grande forza narrativa e la voce originale che tutti oggi conosciamo, in fondo sono nate anche da qui.

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