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Napodano racconta la “Storia di un ratto” che vive in Belgio

1 – Partirei proprio dal tuo nome … Napodano. Perché? Da dove nasce?

Direi che me lo porto dietro già da qualche generazione essendo il mio cognome! Vivendo all’estero, lo sento pronunciare in modi molto bizzarri e suona sempre come un misto tra italiano e qualche strana lingua esotica. Abbiamo scelto di utilizzarlo forse proprio perché non è un cognome molto comune in Italia, tranne nelle zone dove in passato la mia famiglia si è sviluppata o è migrata, ma in compenso è un cognome conosciuto negli states! Pensate che in Pennsylvania c’è un aeroporto che si chiama Napodano!



2 – … e la tua passione per i ratti?

è nata in maniera del tutto casuale: io non volevo e non ho mai voluto animali in casa, ma visto che la mia compagna era cresciuta con gli animali e ne voleva assolutamente uno, dovemmo trovare un compromesso. Lei voleva un gatto ma la mia allergia era contraria, io volevo un Bulldog inglese, uno dei pochi cani che adoro e sono completamente compatibili col mio carattere ma lei non ama i cani che sbavano, quindi mi propose un bell’acquario con pesci esotici ma a me il Sushi piace già preparato, io le proposi quindi una capra, e non vedendo soluzioni, lei rispose: e dei ratti? Qui al nord vanno di moda! Ecco qui, nel giro di poco tempo ne avevo due a casa, le originali, quelle che mi hanno dato l’ispirazione, che mi hanno aperto gli occhi: Elettra e Penelope, le originali e le prime della colonia!!!



3 – Come definiresti lo stile musicale che proponi? Se proprio dovessi etichettarlo?

se proprio dovessi dargli un nome lo chiamerei All-You-Can-Eat. Tu entri in uno di quei posti infernali, croce e delizia di ogni goloso, magari innocentemente pensando di mangiare solo una cosa per non riempirti fino alla vergogna per te stesso, e invece ti lasci tentare da odori, colori, calorie, grassi saturi e finisci per assaggiare tutto. L’unica piccola differenza che c’è con la musica è la qualità: io vivo di musica e da sempre è stata musa e compagna, quindi non scadrei mai in una qualità triviale ma cerco al contrario di unire la varietà e la scelta ad una matura qualità.

 



4 – “Storia di un ratto” é quindi il tuo primo progetto o avevi già pubblicato qualcosa? E come mai esce con Street Label Records?

ho provato senza molta convinzione a pubblicare qualcosa prima, ma non ci credevo molto neanche io. Ovviamente non rinnego nulla, anzi, è stato un modo per affacciarmi con dei miei prodotti al mercato; ho combattuto contro l’imbarazzo di proporre musica mia dal vivo e ho imparato delle piccole ma sane regole per non rimanere deluso quando i risultati non erano quelli sperati. In Storia di un Ratto, nell’EP e nel disco che uscirà in autunno invece ci credo molto, prima di tutto perché mi piace. Sì, sono contento (molto stranamente) di ascoltare i brani, di lavorarci sopra e sono orgoglioso di proporli. Questa mi sembra già una ottima motivazione! Street Label invece è una scelta di stomaco: ci siamo conosciuti, ci siamo trovati e siamo partiti!



5 – Un Expat é, quindi, secondo te visto spesso come un ratto?

io non sono esattamente quello che si definisce un expat. Prima di trasferirmi avevo una situazione lavorativa, economica e sociale decisamente più agiata di tante persone. Stavo facendo una discreta carriera lavorativa, avevo acceso un mutuo, convivevo… peccato che rischiavo un infarto o una coltellata ogni volta che uscivo di casa! Detesto le prepotenze stradali, le ingiustizie lavorative, le angherie socio-politiche alla quale ogni piccolo italiano deve sottostare ogni giorno. Purtroppo mi sono messo in testa di essere una creatura pensante e ancora peggio, parlante, quindi finivo spesso e inevitabilmente in mezzo a discussioni e bagarre. Proprio come il ratto, che a differenza di altri animali, quando è minacciato, invece di indietreggiare, avanza.

6 – Mi dici qualcosa su come é nato il disco? A livello tematico e sonoro?

i temi trattati sono estremamente diversi, partendo dal Ratto osservatore, ai temi sociali de La mia Cura, alla vita disagiata, ai vizi e alle incoerenze alle quali è esposto chi fa della musica il suo lavoro e della notte il suo giorno in Come in un bar, passando per la sordità affrontata in Cara Simona e credo al più scottante tema dell’attesa e della perdita de L’Equazione. Sono tutte storie vissute, piccoli o grandi momenti nella vita di un Ratto che a volte si ferma ad osservare e racconta il suo punto di vista.

Per quanto concerne il livello tecnico, sonoro e la scelta degli arrangiamenti, mi sono affidato molto a Samuel Rafalowicz, mio caro amico, musicista di livello e produttore di talento, che ha accolto le mie idee musicali a volte un po’ troppo ruvide e le ha levigate ad arte.



7 – Quale pensavi che potesse essere il feedback della gente? Ha confermato le tue aspettative?

sono abbastanza sicuro del prodotto che stiamo promuovendo e credo che lo scopo al momento è di arrivare al maggior numero di utenti possibili poiché credo di poter trovare terreno fertile nel mercato odierno con un po’ di sano cantautorato, anche se per il momento, sarebbe una bugia dire che non sono contento dei risultati che stiamo cominciando ad ottenere.



8 – C’é una traccia a cui sei più legato?

ovviamente Storia di un Ratto sono io, quindi è il mio passaporto e la mia biografia, ma con L’Equazione verso sempre un paio di lacrime! Ma posso anticiparvi che il prossimo singolo, Lucciole, sarà piuttosto toccante per tutti!!!



9 – Oltre all’artista … cosa fai in Belgio?

non ho molto tempo al di fuori della musica. Insegno a “L’école de la musique” di Waterloo tre giorni a settimana e i corsi che tengo sono piuttosto impegnativi, poi mi esibisco dal vivo in media tre volte a settimana in Belgio e dintorni, quindi la domanda potrebbe essere più: oltre all’artista, cosa faresti in Belgio? Sicuramente vincerei i campionati mondiali di accidia sconfiggendo dal mio divano ogni cintura nera di pigrizia del mondo.



10 – Ti sei un pò insinuato nella scena musicale Belga? Ci sono artisti di li che segui? Locali? Insomma … com’é li se si parla di musica?

Il Belgio e soprattutto Bruxelles, città a meno di 30 km da dove vivo, è una Londra zona 1 punto zip: è un crogiolo di tutte le razze e tutti i colori, compresse in uno spazio piccolo e ben strutturato. Di artisti ne seguo tanti, ma sono fiamminghi, valloni, francesi, brasiliani, italiani, olandesi, africani… ce n’è per tutti i gusti! Ogni sera c’è un posto che propone concerti, jam-session, piccoli live e tutto quello che serve per essere presente sulla scena. Comunicare è estremamente semplice: in primo luogo in ogni comitiva c’è chi parla inglese, francese, olandese, italiano, spagnolo… è impossibile non poter parlare, poi, ancora più importante, noi facciamo parte della setta religiosa più potente e antica del mondo: siamo musicisti, non conosciamo razze ne colori, parliamo tutti la stessa lingua e siamo aperti al dialogo e all’ascolto.

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