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Man of Steel – L’Uomo d’Acciaio, la recensione

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Fare un film sul supereroe per eccellenza non è un’operazione facile. Soprattutto quando hai in eredità una saga cinematografica di enorme successo commerciale e un tentativo fallito, quello di Bryan Singer nel 2006 con Superman Returns, di riportare in auge il mitico uomo dal mantello rosso. Da non sottovalutare, inoltre, la pressione dovuta alla forte concorrenza con la Marvel, ormai diventata una vera e propria industria che sforna almeno due cinecomic di successo all’anno. 

Per tentare il miracolo, la Warner Bros. ha messo su un vero e proprio dream team, scegliendo Zack Snyder (già regista, oltre che di 300, di un altro prodotto di casa DC, il sottovalutato Watchmen) e le due persone che hanno letteralmente resuscitato Batman, lo sceneggiatore David S. Goyer Christopher Nolan, che qui vediamo nelle vesti di produttore.

Missione compiuta? Per me, sì.

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Già dai primi minuti si nota la volontà di distaccarsi completamente dalle precedenti versioni cinematografiche (cosa che non era avvenuta in Superman Returns, che era fondamentalmente un revival per nostalgici): si abbandona il tipico umorismo fumettistico che ha da sempre caratterizzato tutte le trasposizioni cinematografiche e televisive a favore di un impianto narrativo più “serio”. Più che un film tratto da un fumetto, infatti, L’uomo d’Acciaio sembra un vero e proprio film di fantascienza: lo si vede in Krypton ricreata in pieno stile J.J. Abrams con tanto di lens flare, ma soprattutto nella netta contrapposizione umani-alieni. Perché Superman – o meglio, Kal-El – è un alieno a tutti gli effetti, e da qui la splendida decisione di mostrare tutte le difficoltà derivate dal suo adattamento su un altro pianeta, la Terra. La kryptonite non viene mai menzionata e ciò che rende debole  Kal-El è la sua stessa forza sovrumana, cosa che paradossalmente lo rende più umano agli occhi degli spettatori.

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Una narrazione un po’ confusa e una scrittura non eccezionale, vero punto debole del film assieme alle sequenze d’azione troppo lunghe nel finale, vengono comunque colmate da ottime interpretazioni, soprattutto quelle dell’inglese Henry Cavill (The Tudors) che, oltre ad avere un fisico ed un viso da perfetto Superman, dà finalmente spessore ad un personaggio da sempre monodimensionale, e di Michael Shannon (Boardwalk Empire), uno spietato Generale Zod che riesce a superare l’interpretazione del leggendario Terence Stamp.

In conclusione, L’Uomo d’Acciaio è un film decisamente imperfetto, proprio come il suo protagonista, ma che rimette in gioco un personaggio ormai da troppo tempo fossilizzato nei suoi stessi stereotipi.

Superman è vivo, lunga vita a Superman!

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