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“L’indipendenza è espressione di maturità” – Intervista ai Puppagiallo

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– Partiamo dalle origini: chi sono i Puppagiallo e come sono nati?
“Crossroad” e l’idea del gruppo nascono durante sessions spontanee in cui avevo riunito persone e musicisti che stimo per arrangiare una serie di brani composti dopo l’esperienza di “Nuovo Giorno”. Voglio ringraziare l’amico chitarrista MasterMauri che inizialmente mi ha aiutato ad ampliare l’armonia degli accordi con grande fantasia e versatilità.
I Puppagiallo sono: General, batteria e voce – Gabri, basso – Ras Conga, percussioni e voce – Broderdi, chitarra e voce –  Tatu, tastiere – Giallo Man, voce e chitarra.

– Il nuovo album si chiama Man, come mai questo titolo?

“Man” è la mano, nella parlata veneziana, e il titolo restituisce importanza al gesto umano, contrapposto allo standard che penalizza le sfumature. Per dare voce a questo desiderio abbiamo attrezzato lo studio con aste, microfoni e mac portatile, e registrato tracce e sessioni che compongono i mix finali, realizzati con l’aiuto di tutta la band. Ci piace il doppio significato di “mano” e di “uomo”, anche perché pensiamo che l’indipendenza sia espressione di maturità.

– Come sono state scelte le collaborazioni del disco?

Le collaborazioni sono avvenute naturalmente e senza troppe pianificazioni. Credo di essere stato guidato dai testi nel momento in cui li stavo sviluppando, e ovviamente le scelte che ho fatto riflettono la stima che nutro per questi ospiti. “Dove6” è nata subito come collaborazione: Ghemon mi ha invitato a scrivere parole e melodie su un beat di Frank Siciliano. Apprezzo la prontezza lirica di Mistaman, che ho incontrato più volte sul palco e in studio, e che ho voluto ricambiare per avermi invitato nel suo album “Anni senza fine”. Big Mike parla col cuore e mi piace il suo atteggiamento diretto, tanto che ho prodotto già alcuni brani in combinatione con lui: c’era voglia di un nuovo episodio. Ilenya fa parte del gruppo ska-jazz “Ska-J” e ha portato leggerezza regalandoci accenti swing. Alcuni musicisti ospiti hanno impreziosito ulteriormente il sound con tracce aggiuntive, offrendo sfumature “vintage”, percussioni rare, cori, etc. Li ringraziamo tutti di cuore e con i giusti crediti nel booklet.

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– Come vedi la scena reggae italiana? E, soprattutto, che futuro vedi per essa?

Vedo fermento tra nuove proposte e noto il buon lavoro di molte crew indipendenti. Mi piace molto la “yard” tra le colonne di woofer dei sound system, ma le situazioni dove ascoltare reggae e musica dal vivo scarseggiano, forse a causa di una politica cronicamente poco attenta alla cultura e che preferisce svendere teatri e spazi vuoti piuttosto che trasformarli in beni comuni. Senza luoghi che rendano possibile la crescita culturale il futuro è a rischio.

– Canti serenate sulle gondole che attraversano i canali di Venezia. Ci parli meglio di questo mestiere?

E’ un onore poter rappresentare la tradizione italiana, ed in particolare veneziana, agli ospiti che, curiosi, fanno visita in città. Il repertorio delle “barcarole”, tramandato per molti secoli, ci ha regalato melodie che risalgono anche a 300 anni fa. Il palcoscenico è offerto dai rii e canali che attraversano la nostra isola, e che, in particolari situazioni, colorano il suono di riverberi naturali. I testi raccontano, spesso attraverso vicende amorose, sapori e aspetti tipici del vivere in laguna o celebrano glorie e orgoglio del popolo della Serenissima. E’ un’arte antica che cerco di praticare al meglio, rigorosamente senza amplificazione, accompagnato da una chitarra o fisarmonica.

– Cosa cambia esattamente tra suonare sulle imbarcazioni e suonare su un palco? Si instaura un rapporto diverso con chi ti ascolta ad esempio?

Senza microfono le dinamiche sono diverse da quelle permesse con l’amplificatore. In strada, cioè in barca, si tende a produrre un suono pieno, senza troppe escursioni di volume, limitando sfumature che si perderebbero in un ambiente non isolato acusticamente. Avendo a disposizione l’intera gamma dei decibel posso sottolineare anche altri colori e suonando con più persone creare un dialogo più vasto tra voci e strumenti, ma in ogni caso restano due situazioni distinte che evocano, in chi canta e in chi ascolta, emozioni e suggestioni diverse. Amo moltissimo la dimensione acustica e la naturalezza del suono intimo, ma è innegabile che quando il basso domina sulle altre frequenze e diventa fisico, questo incita alla danza, che a sua volta alimenta i suonatori in un circolo virtuoso.

– Giunti al termine, ti faccio un grande in bocca al lupo per tutto e ti ringrazio per disponibilità. Prima di andare, però, ricordiamo ai nostri lettori come restare in contatto con te e con la tua musica. Dacci un paio di indirizzi di riferimento (sito ufficiale, social network e via dicendo).

Per tutte le amiche e amici interessati ecco dove trovare tutte le informazioni:

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