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La percussione come frequenza dell’universo: Dario Zema

dario zema happyLe belle serate di primavera hanno il privilegio di essere fresche come fiori e tiepide come arance appena colte, che hanno la grazia di conservare, ancora per qualche istante, quel sapore particolare di radice ben salda nella terra. Altrettanto piacevole è vedere, e sentire, mani sicure che tamburellano su tavoli alti come se fossero percussioni d’alta fattura. Per Dario Zema la percussione è vita, senza mezzi termini: e lo dimostra con quale allegria e spensieratezza crei musica con oggetti ordinari e quotidiani, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il ritmo scivola dalle sue mani senza paura, mentre con occhi spalancati sull’universo che ha dentro mi racconta della sua strada, del suo cammino fino ad oggi, che si è evoluto su un principio fondante ed ordinatore: la musica.

Mi narra di come abbia avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui la musica è di casa, di quel giradischi che tanti e tanti vinili di blues, folk e cantautorato ha riprodotto e seminato nelle sue orecchie: da Lucio Battisti a Bob Dylan, passando per Lucio Dalla e De Gregori. Ad un iniziale fastidio nel sentire e nel vedere gente suonare, improvvisamente, quasi per gioco, come spesso succede nelle faccende della vita, subentra la percussione: era adolescente, ignaro di quella strada che oggi conduce a passo sicuro. Dopo i primi studi in Conservatorio, in cui si è confrontato con le percussioni classiche, Dario ha virato verso sonorità che gli sembravano cucite addosso: adoro la musica classica, ci dice, ma non riesco a suonarla: è come se non appartenesse al mio codice espressivo, nonostante io provi immenso piacere nel fruirla.

dario zemaCosì, Dario Zema trova il suo linguaggio preferito in shaker di vario tipo, ne el bongo, nella tumbadora, e in tutto il vortice multicolore delle percussioni afro-cubane. I tocchi che assesta sul legno del tavolo, alternando il ritmo della musica a quello delle parole, sono spontanei: non vi è mediazione tra ciò che sente e ciò che fa; Dario viaggia sul binario della sua sensibilità che acquista sonorità, divenendo realtà percepibile. Mentre il tempo sgrana la sera come la gravità i granelli della clessidra, abbiamo l’occasione di comunicare, di scambiarci reciprocamente opinioni su fatti squisitamente musicali, e non; li riportiamo qui, affinché chi legge possa godere della cordialità che quella conversazione ha stillato nei nostri profondi. Madame et Monsieur, Dario Zema:

Dario, sappiamo che oltre a suonare in continuazione e in multiformi situazioni (ultima la collaborazione con Antonio Maresca), insegni oramai da tanto tempo: qual è stata l’esperienza di studio ed approfondimento che più ti ha segnato?

Ho studiato con tanti maestri e in diversi contesti; eppure, l’esperienza che più mi ha segnato è stata quella fatta al College of Music di Berklee, dopo aver vinto una borsa di studio all’Umbria Jazz Festival. A Berklee ho avuto la possibilità di suonare con chiunque: in particolare, mi è capitato di collaborare ad alcuni progetti di songwriting che per me sono stati fondamentali per appurare proprio come nasce un pezzo, come esso sgorghi dal profondo e si esprima in forme e tempi precisi. Ciò mi ricorda, con le dovute differenze, quello che sto vivendo al momento collaborando con Antonio: il suo mood blueseggiante, che ricorda il Pino Daniele dei primi tempi, si specchia in me e tira fuori sonorità che contribuiscono al parto del brano, che ha pezzi delle anime di tutti noi musicisti. Questa è, senza dubbio, l’esperienza migliore che possa capitare ad un musicista che si possa dire tale.

Hai studiato in Conservatorio, e probabilmente continuerai a farlo: che opinione hai al riguardo?

Credo, assolutamente, che ci sia bisogno di una via di mezzo; l’Accademia è importante, ma non quando diviene totalizzante. Prima bisogna scoprire chi siamo: solo allora possiamo guardare agli altri, e anche alla loro musica. Questo è un pensiero che non deve interessare solo il musicista, ma anche la persona: trovare una via d’apertura, una collaborazione con l’altro che non abbia come unico tramite la partitura è importante, e forma davvero. La partitura costituisce solo un aspetto della conoscenza musicale: nel momento in cui diviene l’unico elemento, attanaglia e decreta la fine della musica come creazione, come atto demiurgico. In definitiva, credo che i Conservatori debbano aprirsi, e non temere il confronto: esso arricchisce, non sminuisce.

dario zema percussionSe dovessi scegliere lo strumento che più ti rappresenta, quale indicheresti?

La domanda che mi fai non è per nulla semplice! (Ride) Se dovessi rappresentare il suono della mia anima tribale, direi con una certa sicurezza che la tumbadora genera in me quel contatto con il mondo esterno che mi rende felice. Se toca la tumbadora, si suona in tutte le sue sfumature: e questo mi fa sentire vicino a Cuba, terra crogiolo di popoli e tradizioni che mi sta a cuore come può esserlo la terra natìa. Non bisogna dimenticare da dove si viene, ma non bisogna perdere neanche di vista dove si vuole arrivare.

Le percussioni afro-cubane sono la chiave di volta della tua musica: come mai, però, prediligi Cuba e non l’Africa?

L’Africa è senza dubbio un Paese straordinario, specie sotto il profilo antropologico: eppure, lì molto è cambiato. Per me, come in una teoria delle onde, Cuba è come se avesse conservato quella primigeneità che altrove si è persa. Ed il fatto straordinario è che, pur essendo commistione di tanti e tanti popoli differenti, essa non abbia perso il carattere originario del mondo. Per questo io vi sono molto legato: la sua musica, i suoi ritmi sono per me come un richiamo naturale a cui non posso resistere. A tal proposito, quest’estate avrò il piacere di perfezionarmi con Amadito Valdes, storico percussionista del progetto Buena Vista Social Club. Credo che questo basti a rendere l’idea dell’attacamento che nutro nei confronti di questa terra sfavillante.

dario zema maniIn un musicista, secondo te, quanto fa il talento, e quanto conta, invece, lo studio? In media stat virtus?

Chiaramente: il talento è quella forza inspiegabile che ti lega al voler fare una cosa, e al voler essere in quella cosa con tutto te stesso. Eppure, per non sprecare quest’energia, è necessaria un’altra forza: quella che ti viene dall’acquisizione della tecnica, quella che si origina dall’applicazione e dallo studio, che non deve essere maniacale, ma deve garantirti la conoscenza di ciò che fai. Indagare ciò che facciamo può darci una marcia in più, può darci l’immensa soddisfazione di fare nostro quello che, talvolta anche inconsciamente, facciamo. Ci rende liberi di essere noi stessi e di volere il nostro destino, che creiamo con le mani.

Quelle mani, che non smettono per un attimo di muoversi, tra impercettibili moti delle dita e più plateali rotazioni dei polsi, bastano a raccontare la storia di questo percussionista che ha tratto dalla musica, dal ritmo la sua filosofia, che ne fanno oggi il Dario Zema che non tutti conosceranno, ma che, sicuramente, lui stesso conosce, e in cui cambia e si evolve, giorno dopo giorno, acquisendo varietà di colori multiformi, tante quante le perle di legno variopinte che gli circondano in più giri, come una spirale, il collo. La musica è un’arte: essere musica è vita.

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