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“La nostra idea di luogo sicuro? Equilibrio” – Intervista a L’Orso

“Un luogo sicuro” è il nuovo album de L’Orso, disponibile dall’11 marzo 2016 per Garrincha Dischi su iTunes e tutte le maggiori piattaforme digitali e in tutti i negozi di dischi distribuito da Audioglobe/Sounday.

L’Orso è nato quattro anni fa da un’idea di Mattia Barro, ora accompaganto da Omar Assadi, Niccolò Bonazzon e Francesco Paganelli. I numeri del L’Orso sono importanti per una band nata solo pochi anni fa: più di 2 milioni e mezzo di visualizzazioni su Youtube, 2 milioni di ascolti su Spotify, oltre 350 concerti.

In occasione dell’uscita del loro ultimo album “Un luogo sicuro”, ho avuto modo di scambiare qualche parola con Mattia. Vediamo di conoscerlo (e conoscerli) meglio.

L'Orso - Un luogo sicuro - Intervista

Qualcuno magari ancora non vi conosce, o comunque sa poco di voi. Vediamo di rimediare: come, quando e dove è nata la band?
Ivrea, 2010, camera mia. Nascono le prime canzoni. In sei anni siamo arrivati al terzo disco, ‘Un luogo sicuro’. Abbiamo avuto più di 400 date in tutta Italia e qualche fortunata sortita all’estero. Qualche soddisfazione ce la siamo tolta, ma nella musica tendiamo a guardare avanti.

C’è chi dice che più che scrivere i testi, la cosa più difficile per una band sia trovare il nome. Il vostro all’apparenza sembra semplice, ma probabilmente dietro ha una bella storia. Vi va di spiegare il perché del nome e cosa rappresenta?
E’ un nome così semplice che, in realtà, non ha una storia. Effettivamente rimane tra le cose più complicate per un band in esordio. Sei anni dopo, è solo il nome di una cosa per noi bellissima.

Avete messo la sveglia per la rivoluzione (quella personale) e adesso siete alla ricerca di un luogo sicuro. Messa così, sembra quasi un’evoluzione. È così? E in che modo si è evoluta (o rivoluzionata) la vostra musica in questo lasso di tempo?
Sì, L’orso è un percorso che parla di evoluzione. Musicale e personale. Ogni disco ha cercato di indagare qualcosa, ogni tour cambia alla ricerca di luoghi nuovi. E’ musica e noi ci lasciamo trascinare dai nostri istinti.

Qual è l’aggettivo che definisce meglio la vostra idea di “luogo sicuro”?
Ti dico invece una parola: equilibrio.

Il disco è diviso in tre momenti. Ma dopo i primi due, che spaziano tra tentativi di arredare un luogo nuovo e saluti agli amici prima di partire, nel terzo il viaggio si chiude ripetendo “vorrei solo essere a casa”. Si ritorna sempre lì, quindi?
Sì, un eterno ritorno, proprio come nella composizione di questo disco che si chiude con il suono d’apertura. Si parte sempre da se stessi, dalla propria terra, dalle proprie origini. Solo in seguito puoi evolverti.

Solitamente si pensa che il primo singolo estratto da un album sia quello più “commerciale”, da mandare alle radio e fare girare. Un brano dove molto spesso conta più il ritmo accattivante a dispetto di ciò che viene trasmesso dalla parole. Nel caso di “Non penso mai” ho invece colto una sorta di “manifesto” dell’album e de L’Orso in sé. Lì dentro c’è praticamente tutto ciò che siete, e le varie influenze musicali. C’è l’elettronica, l’acustica e c’è il rap. Ma soprattutto c’è un testo importante e una splendida melodia ad accompagnarlo (il video, tra l’altro, è azzeccatissimo: una centrifuga di eventi in una lavanderia). Cosa rappresenta “Non penso mai” per voi e perché è stato deciso di mandarlo avanti per primo?
Hai perfettamente ragione. ‘Non penso mai’ è il manifesto di questo disco e ci sembrava giusto fosse l’apripista. Anche perché è stato il primo brano ad essere scritto e registrato. E’ una canzone pop a modo suo.

C’è un pezzo nell’ultimo album a cui tenete un po’ di più rispetto agli altri?
Personalmente ti direi il brano di apertura, ‘Apri gli occhi siamo nello spazio’, poiché quando mi è balzato in testa suonava esattamente come poi è stato registrato e prodotto. E’ stato il primo brano di cui sapevo ciecamente come sarebbe dovuta andare la sua genesi.

Avete iniziato avendo dei fan con un’età media che probabilmente non superava i 20 anni, ma adesso qualcosa sembra cambiare e non è raro incontrare gente più adulta che vi conosce. Un po’ perché i ventenni dell’inizio continuano ad apprezzarvi e ascoltarvi (e nel frattempo sono cresciuti) e un po’ perché i vostri dischi hanno tematiche sì personali, ma che al tempo stesso riescono a coinvolgere il vostro pubblico fino a far loro le vostre storie. Quindi – dato che nel frattempo siete cresciuti anche voi (sia musicalmente che personalmente) -, con questa capacità narrativa riuscite ad attrarre anche un pubblico diverso. Questa potrebbe essere una spiegazione, ma voi che idea vi siete fatti (se ve la siete fatti) in merito?
Stiamo crescendo noi, il nostro pubblico, la nostra musica. Ma anche la voglia del pubblico italiano di ascoltare. I giovani hanno più luoghi di ricerca, gli adulti stanno iniziando ad aprirsi lasciando da parte lo snobismo generazionale. Noi ora scriviamo musica pop e non pensiamo che nella musica esista l’età. A 15 anni, i ragazzi scoprono Bowie, che di certo non è un artista adolescenziale. Spesso si fa questo errore di giudicare un musicista dall’età media del suo pubblico, i Nirvana e i Led Zeppelin verrebbero limitate a band del liceo, ad esempio. Suvvia, la musica è oltre l’agenzia anagrafe!

Qualche settimana fa avete postato sulla vostra pagina la foto di una recensione di Noisey dove “Un luogo sicuro” veniva inserito tra i dischi peggiori della settimana e si consigliava di non ascoltarlo. Diciamo che non ve la siete presa troppo. Riuscite a reagire sempre così alle critiche che vi vengono mosse?
Ora sì, abbiamo fatto l’abitudine. Soprattutto in cose così palesi come Noisey dove il recensore dice ‘io non l’ho ascoltato, ma ve lo sconsiglio’. Penso sia un po’ una macabra sintesi di come tropppo spesso funziona la critica. Non si ascolta. Abbiamo imparato a pesare le critiche anche in base a chi te le porge. E al modo in cui vengono poste.

Qual è la critica che (fan e non) vi muovono più spesso?
Che cambiamo spesso. Ma non ci tange, fa parte della nostra idea di musica evoluzionistica.

C’è una band, un artista o un album che ha contribuito in particolar modo alla vostra formazione e a ciò che siete oggi?
Troppi. Negli ultimi dieci anni gli Lcd Soundsystem. Che a loro volta derivano da Talking Heads e Tom Tom Club. La scuola newyorkese è stata importante negli ascolti.

Abbiamo parlato di evoluzioni, rivoluzioni e luoghi sicuri, ok. Ma tra – che ne so – diciamo dieci anni come vi vedete?
A fare musica. Chissà dove e chissà come.

Prima che chiudete gli occhi per ritrovarvi a casa, immagino che avrete un tour. Quali sono le prossime date e i luoghi in cui i nostri lettori possono venire ad ascoltarvi?
Il tour si estenderà per tutto l’anno, quindi consigliamo di cercare su unluogosicuro.it o sulla nostra pagina facebook. La data zero sarà a Cavriago il 31 marzo, il 2 aprile ci sarà l’EVENTO di questo inizio tour, ovvero la data all’Alcatraz di Milano. Poi l’8 aprile a Torino, il 22 a Bologna e via così.

Siamo giunti ai saluti. Prima di andare via, lasciateci tutti i vostri link per restare in contatto con voi e la vostra musica.

Unluogosicuro.it

facebook.com/lorsoband

Un abbraccio.

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