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La fiction su Olivetti: un pessimo omaggio ad un grande uomo

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Ieri sera su Raiuno è andata in onda la prima delle due puntate di Adriano Olivetti, la forza di un sogno, film-tv prodotto da Rai Fiction e Casanova Multimedia (la casa di produzione fondata da Luca Barbareschi). L’obiettivo è quello di raccontare in modo popolare la storia, ignorata da molti, dell’imprenditore di Ivrea, considerato uno dei più grandi innovatori al mondo. Un fine nobile che purtroppo viene sviluppato nel peggiore dei modi.

Innanzitutto, la storia. Quella di Olivetti è una biografia incredibile: figlio di un ingegnere ed imprenditore di origini ebraiche e di formazione socialista, Adriano militò attivamente nella resistenza antifascista, partecipando anche alla liberazione di Filippo Turati assieme a Carlo RosselliFerruccio Parri Sandro Pertini. Per questo fu costretto a fuggire in Svizzera durante gli anni della guerra, e lì cominciò a frequentare altre personalità illustri come quella di Altiero Spinelli, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Al suo ritorno in Italia prese le redini dell’azienda di famiglia, riuscendo a coniugare le sue convinzioni politiche con il management aziendale, creando una sorta di capitalismo umanista.

Cosa rimane di questo nella fiction? Poco o niente, perché si è deciso di romanzare la biografia fino all’inverosimile: le amicizie con Pertini, Rosselli e Spinelli non vengono nemmeno accennate, mentre si da grande spazio ai sentimentalismi con il racconto del tormentato matrimonio con la prima moglie, Paola Levi, fino all’incontro con la seconda moglie, Grazia Galletti, o persino alla storia d’amore fra due dipendenti della fabbrica che non aggiunge niente alla trama. Ma stiamo pur sempre parlando di una fiction, quindi questo ci potrebbe anche stare. La falsificazione storica più sconcertante, infatti, sta nel personaggio interpretato da Stefania Rocca, un ufficiale dell’esercito americano salvato da Olivetti durante la guerra ed in seguito inviato dalla Cia per spiare lo stesso Olivetti, considerato pericoloso per gli interessi degli Usa.

Al di là della credibilità del personaggio (un ufficiale donna nell’America degli anni ’50 è credibile quanto la recitazione della stessa Rocca, con l’accento americano che scompare dopo le prime due battute), l’idea di un complotto ai danni della Olivetti viene fatto passare per verità storica, con il sospetto (che, secondo le mie previsioni, potrebbe diventare fondato nella seconda puntata) che ci si voglia scrollare di dosso la responsabilità – tutta italiana – del declino dell’azienda.

Oltre la falsificazione, la semplificazione: nella fiction il mondo è diviso in buoni e cattivi, e se da una parte c’è il bene assoluto rappresentato dall’imprenditore eporediese, dall’altra c’è il male rappresentato dagli americani, dall’amico d’infanzia che poi lo tradirà, ma soprattutto dall’imprenditore della concorrenza, il terribile industriale Dalmasso (interpretato dal caricaturale Francesco Pannofino), un personaggio di fantasia con lo stesso spessore caratteriale di un cattivo dei cartoni animati.
In questo scenario, Adriano Olivetti diventa un Messia incompreso, un santo, un profeta e mai un semplice uomo, nemmeno nella sfera personale, dove si trova circondato da donne volubili e peccatrici e giuda traditori.

Dal punto di vista tecnico, poi, c’è da stendere il classico velo pietoso: una bella fotografia ed una recitazione perlopiù di buon livello vengono rovinate da una resa del suono pessima e da una colonna sonora melensa ed invadente degne di una telenovela sudamericana.

In conclusione, ci si chiede: come mai si è deciso di banalizzare una storia popolare ed emozionante di per sé? A mio avviso, non per sminuire la persona di Olivetti (il regista Michele Soavi, fra l’altro, è nipote dell’imprenditore piemontese) ma per la solita legge non scritta che rende mediocri quasi tutte le produzioni italiane: la tv generalista deve rivolgersi ad un pubblico poco istruito e perlopiù femminile e quindi deve necessariamente appigliarsi ai sentimenti a scapito di una sceneggiatura e di una messa in scena di qualità (perché la presenza di un pur bravo Luca “Montalbano” Zingaretti non bastava). Si potrebbe rispondere che l’audience televisiva è maturata e che i gusti sono cambiati, ma la prima puntata è stata guardata da più di sei milioni di italiani, battendo la serie Squadra Antimafia che si rivolge più o meno allo stesso target, e se stasera farà il bis dovremmo ammettere che forse hanno ragione loro, e siamo ancora tutti casalinghe di Voghera.

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