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La consacrazione delle primarie e la finezza di Renzi

Renzi e Bersani insieme all'ObiHall
Renzi e Bersani insieme all’ObiHall

Venerdì sera all’ObiHall di Firenze sono state definitivamente consacrate le primarie del Pd. Nel senso americano del termine: campagna elettorale dura, durissima, ma poi tutti a giocare lealmente per il partito e per l’Italia. Venerdì sera l’ObiHall ha messo a tacere chi sostiene che da noi le primarie sono un istituto controproducente, perché non abbiamo la cultura dell’agonismo sano, ma solo quella del campanilismo radicale. “Impossibile restare uniti dopo una competizione del genere” – recitava un mantra durante la campagna elettorale tra i “Fantastici Cinque”.

Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, più avanti di molti dei rispettivi sostenitori, hanno regalato innanzitutto questo al Pd; anzi, al Paese: la capacità di selezionare in maniera competitiva la leadership senza che questo significhi rompere un partito. Bensì rafforzarlo, renderlo consapevole della propria forza. “Ci si dice in faccia ciò che si ha da dirsi, prima; poi, quando i cittadini scelgono, si rispetta e non si utilizzano correnti interne per fare una guerriglia costante che indebolisce istituzione e schieramento” – ha sintetizzato Renzi, aggiungendo che  “non ci sono bersaniani e renziani, ci sono i democratici”. Gli ha fatto eco più volte il segretario, rivendicando di aver voluto le primarie esattamente come Renzi e riconoscendo al suo ex avversario di essere stato “un protagonista del rinnovamento e dell’allargamento” del partito. Questo è il primo dato forte uscito dall’ObiHall.

Il secondo è la prova di forza del sindaco di Firenze. Potevano organizzare l’iniziativa principe della campagna elettorale, il “Pd Brothers”, nelle regioni in bilico, in quelle decisive per il Senato o in quelle dove Renzi è forte ma Bersani e il Pd sono deboli. A Milano, Napoli, Palermo. In territorio neutro. Invece l’hanno fatto a Firenze, dove il Pd vincerà a mani basse. Perché?

Renzi ha portato Bersani nella sua tana, davanti al suo pubblico, di fronte ai suoi cittadini, gli ha mostrato il suo popolo e gli ha dimostrato il peso, l’atmosfera e l’entusiasmo che è in grado di suscitare. E davanti al suo popolo ha dettato al segretario la sua “agenda”. Ha usato simbolicamente “Firenze” e “Italia giusta” per ritrarre se stesso e Bersani al governo. “Chiusa la parentesi delle primarie, Firenze può dare una mano per l’Italia giusta. In che forme, in che modo?” E ha iniziato a sciorinare i suoi punti: “Innanzitutto, caro segretario, Firenze sogna un’Italia giusta che si occupi di grandi temi”. A cominciare dalle questioni internazionali, passando a quelle europee e arrivando ai problemi nazionali, Matteo Renzi ha illustrato al segretario gli ambiti in cui può aiutarlo; ma non solo: la finezza politica del “rottamatore” è stata il metterglieli pubblicamente in agenda quegli ambiti. È come se gli avesse detto: “io e la mia gente (Firenze), qui davanti a te, ti diciamo che possiamo aiutarti in questo, questo e quest’altro; ciò però significa anche che io e la mia gente vogliamo che tu questo, questo e quest’altro lo faccia”. E’ il contributo programmatico di Firenze, alias Matteo Renzi, all’Italia Giusta, alias Pierluigi Bersani. È quel tentativo di sintesi programmatica che garantirebbe il successo completo dell’istituto delle primarie.

Ma è anche il modo che il sindaco ha usato per dire ai suoi che è così che si fanno valere idee e peso politico. Sottoforma di contenuti, non di poltrone. L’ha ribadito più volte nel corso del suo intervento: “noi non siamo oggi a contarci in un gioco di correnti”. L’ha sempre detto dopo le primarie, non glien’è mai importato nulla di avere 50, 60 o 100 parlamentari. “Non farò come gli altri che perdevano le primarie e creavano una corrente minoritaria interna al partito”. Perché se è vero che Matteo Renzi è riuscito a radunare consenso attorno a delle idee, allora sono quelle stesse idee il suo peso politico ed elettorale nel partito. Ciò che ha fatto il sindaco all’ObiHall è stato rivendicare una giusta rappresentanza per quelle idee nel programma di Bersani. “Il prossimo giro tocca a te” – gli ha detto il segretario, facendo intendere che l’Italia Giusta non percepisce più il sindaco di Firenze come un corpo estraneo, ma come un leader vero: il prossimo, appunto.

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