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Guerra e Pace: il disco maturo di Fabri Fibra

fabri-fibra-guerra-e-pace-cover-470x300Guerra e Pace è l’eterna lotta tra bene e male. Guerra e Pace è il contrasto tra bianco e nero che esiste dentro Fibra e, probabilmente, in ognuno di noi. Il titolo non è unicamente una citazione all’opera di Tolstoj, ma anche ad un brano di Neffa presente in 107 elementi (album del 1998) al quale collaborò anche Al Castellana. Grande influenza per la realizzazione di Guerra e Pace, in Fabri Fibra, ha avuto anche e soprattutto il cinema neorealista di Pasolini e Rossellini.

 

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“Burocrazia. L’Italia si squaglia come burro: è pazzia“. Se c’è qualcosa o qualcuno che non si squaglia come burro, quello è Fabri Fibra. Amato o odiato, idolatrato o detestato, lui resta sempre il solito – bene o male che sia – Fabri Fibra. Magari più maturo, meno guascone e un pizzico cantautorale, ma sempre (in)cosciente, arrogante (il giusto) e al tempo stesso ironico. Non mira a piacerti, punta semplicemente a farti arrivare il concetto. Fabri Fibra è rap, che si voglia o no. Ma ha l’innata capacità di riuscire rivolgersi a un pubblico che va oltre il rap, proprio perché è lui stesso il primo ad andare costantemente fuori da ogni schema.

Nei suoi album ha sempre messo a nudo l’Italia, prendendo di mira politici e personaggi dello spettacolo. Senza sconti. Con un linguaggio il più delle volte esplicito, volgare, senza censure (“Ragiono in lingua volgare: mi frega la figa, non mi frega un cazzo”). Fabri Fibra è scomodo. Sa di esserlo. Vuole esserlo. È un provocatore, ma non mira tanto alla ricerca effimera e fine a se stessa dello scontro, quanto a svegliare le coscienze dormienti (“Anche senza Pavarotti, in Italia Nessun Dorma!”). Questo è un po’ anche ciò che si prefiggeva di fare – senza alcun paragone tra i due, sia chiaro – Giorgio Gaber ed è lo stesso scopo che hanno i testi dell’odierno Caparezza. Ecco, Fabri Fibra, probabilmente, riunisce in sé una piccola percentuale di entrambi, in aggiunta ad altre due preponderanti che sono totalmente sue: quella arrogante e quella, per così dire, tormentata. In Guerra e Pace è riuscito a farle emergere tutte, dando vita a quello che è senza alcun dubbio il disco che segna in via definitiva il raggiungimento della sua maturità artistica.

Guerra e Pace è l’eterna lotta tra bene e male. Guerra e Pace è il contrasto tra bianco e nero che esiste dentro Fibra e, probabilmente, in ognuno di noi (“Guerra e pace dentro noi, non c’è buio senza luce”). Il titolo non è unicamente una citazione all’opera di Tolstoj, ma anche ad un brano di Neffa presente in 107 elementi (album del 1998) al quale collaborò anche Al Castellana (non è un caso, infatti, che entrambi siano presenti in questo disco). Grande influenza per la realizzazione di Guerra e Pace, in Fabri Fibra, ha avuto anche e soprattutto il cinema neorealista di Pasolini e Rossellini.

In Bisogna Scrivere, Fibra mira a far capire che bisogna fare qualcosa di concreto. Nel pezzo, vi è la partecipazione – seppur non diretta – dei Baustelle. Il ritornello (“È necessario credere, bisogna scrivere”) è infatti preso da un verso di Baudelaire, noto brano del trio toscano.

Fabri Fibra parla di un’Italia che non si mette in moto, dove tutti inculano tutti, dove i giovani parlano come i vecchi e i vecchi fanno ancora i giovani. Una nazione a un passo dalla fine e che dall’estero non riescono a decifrare. Colpa della classe dirigente: ”Dove stanno le nuove proposte? Intendo in politica, non i cantanti”.

Incalcolabile, poi, l’elenco di citazioni presenti nel disco che dimostrano non solo le proprietà lessicali del rapper di Senigallia, ma il vasto bagaglio culturale che si porta dietro.

Tra le citazioni cinematografiche troviamo Karate Kid, Il Padrino, Il Mago di Oz, Austin Powers, Un giorno di ordinaria follia, Arancia Meccanica, Seven, Pretty Woman, Il sesto senso, 2001 Odissea nello spazio, La neve nel bicchiere e tante altre (non ultimi i riferimenti all’horror cinese).

Nomina, poi, diversi cantanti italiani e, chi più chi meno, viene messo alla berlina: Arisa (“Cade giù tutto, come un terremoto, come Arisa senza trucco”), Ligabue (“Mi tingerei i capelli se fossi Ligabue”), Jovanotti (“Con Jovanotti in macchina pompiamo la mia moto”), Vasco Rossi (“Tutto il mondo è fuori, come Vasco su Albachiara”). A Valerio Scanu, invece, viene praticamente dedicata un’intera strofa (la prima di A me di te), rinominando lo stesso – per l’occasione – Valeria Scanner.

Riferimenti anche a cartoni animati (Heidi: “Ti insegno a camminare, come a Clara”), riviste (Aelle, rivista hip hop dei primi anni novanta: “Era meglio quando c’era Aelle, perche io ero un quindicenne e capivo a malapena come si chiudeva una canna a L“) ed emittenti musicali (“Parlate tanto in radio tu e Rita, vi ascolto sempre con in gola due dita”, dove Rita sta per R Ita, ovvero Radio Italia, rea di non passare i suoi singoli) e personaggi di spicco dell’arte, della letteratura e della scienza (Van Gogh, Aleister Crowley, Nikola Tesla). Ce n’è proprio per tutti i gusti.

L’album è stato anticipato da Pronti, partenza, via! dove l’Italia viene dipinta come una nazione perennemente ai nastri di partenza. Il ritornello è un gioco di parole che ha per oggetto Mario Monti. A Rolling Stone, lo stesso Fibra, ha raccontato un aneddoto che ha per protagonista Franco Battiato, il quale era nello studio di fianco a quello dove si stava registrando il pezzo. Così, incuriosito, entra e chiede cosa fosse il casino udito poco prima. Ascolta il brano e, rivolgendosi a Fibra, dice: “La devi far uscire subito. Monti non si sa quanto dura“. Sappiamo tutti com’è andata.

Le collaborazioni sono tre e tutte di spessore. Mentre Al Castellana contribuisce a dare un tono più soul a Che Tempi, Neffa in Panico – il duetto più atteso dai fan – sembra fare da padre a Fibra: “Preso dal panico, fermati un attimo, perché se vai più giù forse non torni più. Cerchi di uccidere quello che hai dentro te, ma a fare come fai poi te ne pentirai”. Chiude la tracklist una materna Elisa, che in Dagli sbagli si impara – duetto che in molti sono concordi nel definire il migliore della carriera della Toffoli – contribuisce a dare l’unica cosa (fondamentale) mancante nelle precedenti tracce dell’album: la speranza di cambiare un finale che sembra già scritto da tempo.

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