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Gimbo ci racconta “Mammut”

Gimbo (Giampietro Pica)

Una storia di un quartiere di Roma, Rebibbia, un cantautore e la sua chiatarra. Una storia di musica e parole raccontata attraverso lo guardo di un Mammut, che poi è il titolo del nuovo singolo e video del cantautore romano Giampietro Pica in arte Gimbo.

Nel tuo ultimo singolo Mammut Roma è la protagonista e soprattutto il quartiere di Rebibbia. Quanto ha influito la vita di quartiere nella tua esistenza e nella tua musica?
In effetti, il testo come le immagini del video dicono proprio questo.
Quanto ha influito o in che modo non saprei dirlo, ma li c’è tutto. È un quartiere per certi versi stravagante con i suoi murales, che vive nella moltitudine di iniziative sociali ma che abitualmente è identificato con il carcere, quindi un po’ “fuori centro”, ribelle o altro che dir si voglia. Beh, che dire, senza addentrarmi in riflessioni sociologiche credo che la descrizione di prima sia utilizzabile in gran parte per un artista.

Quali zone di Roma frequenti abitualmente e quali locali di musica dal vivo?
Se posso vado volentieri in centro per tutti i posti fantastici che questa città offre. Suono un po’ ovunque, dagli spazi autogestiti ai locali attrezzati per la musica live. Roma, in passato, ha sempre fornito una grande scelta anche sotto questo punto di vista; nel mio sono affezionato a Villa Celimontana.

Di cosa pensi abbia bisogno la città di Roma oggi?
È una città ingessata. Ci sono mille aspetti, non saprei da dove iniziare.
Ricordo che, in passato, si cercava di far vivere tutta la città, farla sentire importante anche laddove non ci saresti mai andato. Un esempio su tutti, chi avrebbe mai pensato ad un Teatro a Tor bella monaca? Eppure quando poi venne Michelle Placido sembrò una ricchezza un valore aggiunto. Direi che a Roma tra le tante cose serve di credere nel proprio valore e nelle proprie potenzialità.

Torniamo al singolo Mammut, come mai hai scelto di realizzare il video con i disegni di Clelia Catalano? Sono molto romantici e “sognanti” rispetto ad alcuni passaggi del pezzo…
Proprio per questa caratteristica. Avevo la sensazione che occorressero delle immagini che sapessero dialogare con il testo e cercavo qualcosa così.
Anche Clelia aveva bisogno di capire il brano per poterlo rappresentare al meglio. È stato un incontro artistico nel vero senso dell’espressione: arti che si incontrano ed insieme si esprimono.

Nel testo di Mammut a cosa ti riferisci quando dici “più di mille notti di comizi d’amore”?
Ho immaginato che un protagonista come Mammut deve averne viste di cose. La mia immaginazione mi ha portato a farlo camminare tra le case, dalla periferia verso il centro della città fino al mare; l’ho visto sostare ovunque, anche fuori dal carcere ed ho pensato che chi meglio di lui poteva sintetizzare un sentimento per tutti questi posti. L’ho immaginato cantante, sognante, ispirato e comunque sempre a casa.

Ci sono stati dei graffiti di quartiere che ti hanno ispirato?
Assolutamente si. Ho fatto anche delle foto che poi ho inviato a Clelia e li abbiamo riproposti del video. L’arcobaleno dei bambini del quartiere disegnato per ricordare la presenza del Comitato Mammut, ad esempio.

Parlando di graffiti e di cultura Hip-Hop, che ne pensi del rap? Faresti mai un featuring con un rapper?
Ho suonato tanti anni con diversi artisti della scena rap, colgo l’occasione per ricordare il mio fraterno amico MC Shark che è tra gli esponenti della Old School italiana, appartenente alla Zulu Nation, onore per pochi e che ha condiviso palco e microfono con tanti, ad esempio AfriKa Bambaataa. Non mi precludo alcuna ipotesi di collaborazione, come sempre parlerà la musica.

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