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Entics – Soundboy: tempi duri per il rap (?) italiano

Soundboy, prodotto dall’etichetta di Fabri Fibra, la Tempi Duri Records, è composto da sedici tracce. Il sound fa molto jamaicano. In mezzo, Cristiano Zuncheddu (questo il vero nome), gli ha piazzato delle sfumature rap. O, almeno, ci ha provato. Le collaborazioni più importanti sono quelle di Marracash, Guè Pequeno, Jake La Furia, Ensi e Fabri Fibra (che poi sono il 99,9% delle collaborazioni dell’intero album). Chi più, chi meno (Jake, ad esempio) contribuisce ad alzare il livello del pezzo in cui partecipa.

Se per promuovere il tuo disco, devi dissare mezzo mondo, evidentemente non hai poi granché da dire. Ma sorvoliamo. Proviamo a mettere da parte il capitolo “promozione insensata” e cerchiamo di analizzare il disco di Entics, Soundboy. È uscito ormai da circa un mese e, quasi sicuramente, più o meno tutti abbiamo avuto modo di ascoltarlo e comprenderne i pezzi (ove possibile, c’è da dirlo).

Una premessa, è d’obbligo. Tra gli pseudo-rapper che ci circondano, Entics probabilmente non sarà mai il peggiore, ma neanche il migliore. E nemmeno uno pseudo-rapper o rapper e basta.

Il brano con Guè, In aria, è sicuramente uno di quelli più apprezzati dai fan dell’intero album. Strofe, genere, suoni, varie ed eventuali sono i soliti dove Entics rende meglio (“bene”, magari, è un po’ troppo). Pezzo di fine estate, sentimentale e romantico al punto giusto, pieno di buoni sentimenti e tanto ammmmmmore.

Nella canzone con Jake, si fa fatica a capire chi tra lui ed Entics nel pezzo non c’è entrato – e probabilmente non c’entra – per niente. Nonostante Jake sembri non sapere di cosa si stia parlando riesce ad andare a tempo e tirar fuori qualche rima interessante. Nota di merito per lui.

Il ritornello del featuring con Marracash è quanto di più banale una mente umana possa partorire (Voglio fare i soldi, i soldi, i soldi. Fammi fare i soldi, i soldi, tanti, tanti soldi. Non ci sono i soldi, più soldi, più, più soldi. Dove vanno i soldi, i soldi, i, i soldi. Boh). Ma, comunque, la canzone in sé non è poi tanto male. Buon ritmo, beat accattivante e strofa di Marra dieci volte superiore alle due di Entics messe insieme.

Equilibrio è la traccia in cui compare Ensi. Bel pezzo, il più interessante e impegnato dell’album.

L’ultima collaborazione è quella con Fibra – gli ha prodotto l’album, ergo non poteva mica mancare –, dove il ritornello è ancora più banale di Voglio fare i soldi. La canzone in sé – Pompa il mio mixtape – è poca, pochissima roba.

In questo mare di collaborazioni, si nota comunque la differenza tra Entics e gli altri. Gli altri rappano perché lo sanno fare, lui – quando rappa – non se ne capisce bene il motivo e molto spesso, piuttosto che ascoltarlo fino in fondo, finisci per skippare (cit) e andare al pezzo successivo. Di riflesso.

Il resto dei pezzi, dove è quasi sempre da solo, ve li elenco in ordine qui di seguito:

Dicono di me. È il primo pezzo, ti aspetteresti chissà cosa. Invece nulla. Qui non si fa il Crack, non è Parmalat. Soundboy ratatata, con le parole mitragliatata. Parole forti.

Soundboy. Ritmo intrigante, alle volte ti chiedi “che diavolo ha detto?”, ma almeno si fa ascoltare e ti lascia qualcosa. Anche se non sai bene cosa.

Click. Non l’avesse mai fatta, nessuno ne avrebbe sentito la mancanza. Inaccettabile.

Quanto 6 bella. Provate a dedicarla alla vostra ragazza e fatemi sapere la sua reazione. Tu sei bella come una macchina figa. Un calcio nelle balle non ve lo toglie nessuno. A confronto di Entics, Dante era un cretino e Shakespeare un tester di materassi.

In un secondo. Queste sono le canzoni di Entics. Lui è sfigato, lei è bella (probabilmente come una macchina figa) e non se lo fila nemmeno per sbaglio. Quando ho trovato te ero sconvolto come quando ho capito che la terra è tonda. Roba da cadergli a piedi. Privi di sensi. Entics è uno romantico (come no).

Pronti a fare jam. Uno di quei pezzi che gli rimixeranno in settantuno. Rigorosamente in chiave house, perché così non fa pena abbastanza.

Telephone call. In pratica, ci informa che ha una suoneria diversa per ogni lady e che, se la chiamata è anonima, non risponde. Chi gliel’ha chiesto, si faccia avanti. Non siate timidi.

Faccio su. Pippare fa male e allora fumiamo tutti quanti la ganja. Daje.

Quanti no. Testo semi-impegnato che cerca di far passare un messaggio interessante, in mezzo alla ricostruzione della sua infanzia/vita/successo(?). Ho sentito di peggio. Questa la salvo.

Marijuana. E vabbè, allora dillo.

Vuoi fare un giro. Ci rinuncio. Puoi indossarmi e farmi quello che ti va. Amen.

In sostanza, Entics è un Daniele Vit migliorato (peggiorato era impossibile). Una buona spalla, ma da solista non rende come ci si aspetta (?). Quando prova a buttarla sul rap è al limite dell’inascoltabile, sul reggae (o quel che è) tiene bene ma dopo un po’ stanca. Nel corso degli anni ha toccato talmente tanti generi, da non capire più quale sia il suo. Forse è nel bel mezzo di una crisi d’identità. È il primo disco ufficiale da solista, quelli prima erano solo mixtape, c’è spazio e tempo per migliorare (tanto). E allora sia fatta la volontà del più atteso, il più conteso, il più frainteso (eh?).

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