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Dire certe cose in musica ha più valore che stare zitti o dire cose banali: intervista a Kento

A cura di Adriano Costantino.

Francesco “Kento” Carlo nasce il 18 novembre del 1976. Si avvicina al microfono nei primi anni ’90 e dal 2003 al 2007 fa parte del collettivo romano Gli Inquilini, con i quali produce quattro album. Il debutto da solista avviene nel 2009, con Sacco o Vanzetti. Il 2010 è l’anno di Resistenza Sonora, pubblicato con i suoi Kalafro. Ha scritto la prefazione del libro di Nicolò Bulanti, Fiamme in fiore, e si prepara al nuovo album da solista. Ho cercato di farmi dire qualcosa in più.


Quando e come hai iniziato a fare rap?

Ho cominciato a scrivere rime alle scuole medie, ma ovviamente in quel periodo era solo un gioco, sono passati anni prima che cominciassi a prendere tutto più sul serio. Le prime cose che ho sentito erano i pezzi USA che passavano a Deejay Television su Italia 1, e quindi i Run DMC, i Public Enemy, i Beastie Boys, Reckless di Afrika Bambaataa, Funky Cold Medina di Tone Loc… Capivo che i Public Enemy erano quelli con il messaggio più forte, mi ricordo che un amico mi copiò su VHS il video di By the time i get to Arizona (http://youtu.be/zrFOb_f7ubw) e fu una totale rivelazione perché mi accorsi che col rap si poteva parlare di cose molto serie e con grande credibilità. Non capivo bene l’inglese ma le immagini erano forti e inequivocabili, penso di aver rivisto quella cassetta un milione di volte, anche perché dopo i Public Enemy c’era il video di Television, the drug of a nation dei Disposable Heroes of Hiphoprisy (http://youtu.be/sgOWTM5R2DA), un altro dei pezzi chiave di quegli anni. Ancora non sapevo chi fossero i Last Poets o Gil Scott-Heron né che quella tecnica si chiamasse “spoken word“, ma mi piaceva il modo in cui Michael Franti (ovviamente scoprii il nome successivamente…) scandiva le parole rendendole comprensibili anche a me. Risentendo quel pezzo vent’anni dopo ho i brividi per quanto il contenuto suona attuale.

Anche se ero ancora quasi un bambino e mi vestivo a metà tra Alvin Rock’n’roll e il principe di Bel Air – con le Nike o le Ewing e le acconciature più improbabili coi fulmini disegnati – cominciavo lentamente ad acquisire consapevolezza nello scrivere rime e, più in generale, nei confronti della cultura hip hop.

Subito dopo è arrivato il periodo delle Posse, che come puoi immaginare mi ha coinvolto ed entusiasmato fin dal giorno uno e che tuttora non rinnego assolutamente. Da lì tutto è stato più facile e più naturale e fortunatamente dopo un po’ ho smesso anche di copiare il look dei Kriss Kross.


Tra il 2003 e il 2007 hai prodotto quattro album con Gli Inquilini, uno dei collettivi più importanti di Roma (scioltosi nel 2011, ndr), del quale hanno fatto parte anche Lord Madness e Barry Convex. Come ti sei unito a loro e che ricordi hai di quel periodo? Sei rimasto legato in maniera particolare a qualcuno di loro?

Gli Inquilini nascevano come un progetto parallelo rispetto alle rispettive carriere soliste che poi ha guadagnato una certa importanza e rilevanza autonoma, è stata una bella esperienza. Sicuramente quello a cui sono rimasto più legato è Lord Madness anche perché (a prescindere dal rapporto umano tra di noi che è ottimo) secondo me è uno dei rapper più forti in Italia. Sono contento che abbia un seguito importante ma secondo me meriterebbe ancora di più. Quando ha partecipato al mio album solista ho cercato di valorizzarlo mettendolo su una traccia in cui è da solo. E’ una cosa abbastanza inusuale che il “padrone di casa” lasci l’intero palcoscenico all’ospite. Mi viene in mente, pensando all’Italia, solo l’esempio di Lugi su 107 Elementi di Neffa, ma ovviamente non voglio paragonarci a questi due mostri sacri del rap italiano. Sono contento che citi anche Barry, che ho recentemente rivisto a Milano, in cui lui si è trasferito e io ero andato a suonare, mi ha parlato dei nuovi progetti musicali a cui sta lavorando e, conoscendo il personaggio, saranno sicuramente qualcosa di particolare e mai sentito.

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Nel 2009 hai esordito da solista e l’hai fatto con Sacco o Vanzetti. Un disco importante e impegnato, che ha ricevuti moltissimi riscontri positivi da critica e pubblico. Com’è nato e perché hai scelto proprio Sacco e Vanzetti?

Il disco ha avuto una genesi abbastanza travagliata, nel senso che avevo cominciato a scriverlo a inizio 2007 e sarebbe dovuto uscire sicuramente prima del dicembre 2009 in cui alla fine è stato pubblicato. Ci sono state alcune peripezie di carattere logistico, etichette e solite storie, nel senso che un’ottima opportunità è sfumata all’ultimo momento, ed ero pronto a mettere mano ai pochissimi soldi che ho in tasca per fare un’autoproduzione. A quel punto è avvenuto l’incontro con Relief Records Europe, che mi ha fatto un’offerta seria e molto professionale, e la conseguente firma con loro. Nel mare magnum delle etichette indipendenti o pseudo tali mi sento fortunato a lavorare con persone come Nazzareno Camaioni di Relief. Tornando al disco, è obbligatorio citare Peight che ha fatto un lavoro straordinario sia a livello di produzione che di mix, non è stato solo il beatmaker ma un vero produttore artistico senza di cui il disco avrebbe un valore decisamente inferiore. E poi ci sono tutti i musicisti che hanno collaborato, i registi e il cast dei videoclip, Dj Don Plemo che mi ha fatto registrare ogni traccia al meglio, Dehran Duckworth di Relief Records NYC che ha sfornato una bomba di master… Insomma: il disco è un lavoro corale a tutti gli effetti.

Ho conosciuto la storia di Sacco e Vanzetti tramite il film di Giuliano Montaldo dei primi ’70: il mio attore preferito in assoluto è Volontè che lì interpreta Vanzetti, ma devo dire che anche Riccardo Cucciolla nei panni di Nicola Sacco è straordinario. Da lì ho cominciato a scrivere un pezzo ispirato ai due personaggi, che mi ha convinto anche come concept generale del disco. Il pezzo è stato subito adottato dalla Sacco and Vanzetti Association, che l’ha suonato durante la manifestazione annuale che si tiene nei luoghi dell’esecuzione in Massachusetts, e dalla nostra Associazione Sacco e Vanzetti, di cui sono stato ospite per un live che si è concluso con una fiaccolata molto emozionante fino alla tomba di Nicola Sacco, proprio in occasione dell’anniversario dell’uccisione dei due anarchici.


Ultimamente, sono in molti a pensare che il rap sia, in un certo senso, l’erede del genere cantautorale. La stessa Repubblica XL, dopo Sacco o Vanzetti, propose di non chiamarti più rapper, ma di inserirti sotto la voce cantautore. A tuo parere, ci sono davvero così tanti punti in comune tra i due generi appena citati, tanto da considerare i rapper come i veri successori dei cantautori? Se sì, quali?

Secondo me alcuni (pochi) punti in comune ci sono, ma non mi sento di parlare a nome di tutti né di fare dichiarazioni ad effetto, anche se è chiaro che questo tipo di apprezzamento da parte della stampa mainstream mi fa piacere. Quindi – a titolo personale – ti dico che nella mia formazione i rapper che ho citato prima hanno la stessa importanza di un Guccini o di un Pietrangeli, né più e né meno. I punti in comune tra il rap ed il cantautorato sono in generale abbastanza labili, sicuramente la profondità di alcuni testi di un Tupac (ma anche di alcune cose dei Pharcyde… se non addirittura dei Geto Boyz!) non sfigura accanto a un De Andrè, ma a cosa serve questa classificazione? E poi: per un rapper liricista ci sono 3 o 4 mc altrettanto potenti ma che fanno leva su altri punti di forza: non farmi scegliere tra GZA e gli EPMD, ti prego. Ovviamente non parlo nemmeno di altri artisti più “moderni” che non conosco a sufficienza. Io scrivo rap nell’unico modo che so fare, ma quando alle jam sento una punchline geniale o un trick metrico di Lord Madness mi vedi con le mani in alto a fare casino come quando avevo 15 anni.


Passiamo ai Kalafro: Bergamotto Show Case, Solo l’amore e Resistenza sonora. L’ultimo, in particolar modo, è stato finanziato dalla mafia. Ci spieghi di più in proposito?

In realtà “finanziato dalla mafia” è una provocazione, visto che è stato prodotto dal Museo della ‘Ndrangheta di Reggio Calabria che è un’istituzione che riceve finanziamenti con beni sequestrati dalla criminalità organizzata. Noi stessi, in quanto Kalafro, utilizziamo per spostarci in giro per l’Italia un minivan sequestrato ad un boss. Oltre al nome del gruppo, sulla fiancata c’è scritto “automezzo sequestrato alla mafia” ed è interessante vedere le reazioni delle persone. Una volta eravamo a Locri, su un tratto della statale 106 abbastanza stretto, ed un’altra auto ci ha affiancato ed ha abbassato il finestrino. Quando stavamo cominciando a preoccuparci, il guidatore ha alzato il volume dell’autoradio e stava ascoltando Resistenza sonora. Quindi ci ha sorriso e ci ha detto di continuare così.


Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra: ogni regione ha la sua. Credi che esista un modo per tenere i più giovani lontani da questo stile di vita? La musica che ruolo può avere in questo?

In realtà la ‘ndrangheta non è solo un fenomeno calabrese (né solo italiano). I recenti episodi di cronaca dicono che anche nel profondo Nord fa affari e controlla la politica, ed anche i centri di comando si stanno purtroppo “globalizzando”. Io non ho la ricetta per far guarire da un giorno all’altro la nostra terra, ma so di sicuro che la soluzione è in tutte quelle realtà già forti ed importanti che sono l’orgoglio della Calabria: penso ad esempio al movimento No Ponte, all’associazione Da Sud, ai collettivi a fianco dei migranti di Rosarno. La musica, e specialmente la musica dei Kalafro, può sicuramente avere un ruolo di denuncia e allo stesso tempo fa bene allo spirito perché ballare e sorridere, è ricca di speranza e di ironia. Le pseudo intimidazioni e gli episodi negativi ai nostri concerti (sia in Calabria che al Nord) sono successi e forse succederanno ancora, ma quando – magari in un paesino sperduto sull’Aspromonte o in mezzo alle Serre – vedo una piazza piena di ragazzi e ragazze che cantano i nostri testi, non posso che essere ottimista.

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Combattere la mafia a colpi di musica, sembra un’utopia, ma anche una bella idea. Si può?

La musica, così come ogni altra forma di espressione libera, può essere un luogo di resistenza, “l’ultima trincea di Stalingrado”. Da sola non basta e non ha lo stesso valore di chi sta sulle trincee vere che sono quelle delle realtà che ho citato alla domanda precedente. Però sicuramente dire certe cose in musica ha più valore che stare zitti o dire cose banali. Un episodio che amo citare è quello di alcuni ragazzi molto giovani che mi hanno scritto dicendo che non sapevano chi fossero Sacco e Vanzetti e l’hanno scoperto ascoltando la mia canzone. Di fronte a storie come questa, anche se è un piccolo episodio, chi può più dire che fare musica è inutile?


Nicolò Bulanti è l’autore di Fiamme in fiore. Come l’hai conosciuto?

Ho conosciuto Bulanti in rete e, vista la distanza geografica che rendeva difficile andare a berci una birra insieme, ci siamo scritti a lungo discutendo di musica, arte, politica. Poi ci siamo incontrati a un mio live e, successivamente, l’ho invitato ad un laboratorio presso un centro sociale in cui si discuteva di alcuni valori dell’hip hop insieme a un gruppo di ragazzi delle scuole superiori. Ma la cosa importante è che è una di quelle persone con cui ho uno scambio di idee costante e reciprocamente costruttivo.


Com’è nata l’idea di scrivere la prefazione del suo libro?

Sicuramente è nata dalla reciproca stima, ma da parte mia l’ho vissuta come una responsabilità importante perché non mi era mai capitato di scrivere la prefazione di un libro, tanto meno di un libro di poesia, che è un genere bello e difficile allo stesso tempo. E’ stata una bella esperienza, perché era come mettersi per la prima volta davanti a un foglio bianco, per un istante mi sono sentito come quando da ragazzino provavo a scrivere rap in inglese adattando le quattro parole che sapevo dai testi di Chuck D o di KRS-One.


Hai scritto la prefazione, ti diamo l’incredibile (?) opportunità di occuparti anche della promozione: Fiamme in fiore, principalmente, a chi lo consiglieresti?

Sicuramente lo consiglierei agli studenti e comunque ai giovani che vivono la lotta e l’impegno nell’Italia di oggi. Lo consiglierei a chi ama la cultura hip hop, perché le radici di Bulanti vanno evidentemente in questa direzione. Lo consiglierei a chi ama il cinema di Spike Lee e ha visto 10 volte Ghost Dog. E quindi, evidentemente, lo consiglierei a me stesso.


Per questa volta, ci accontentiamo di una prefazione. La prossima sarà la volta di un tuo libro (con prefazione di Bulanti, magari)?

Per adesso penso a fare dischi, ed a farli con l’impegno e il rigore con cui scriverei un libro, senza prendere scorciatoie ed essendo molto severo con me stesso. In prosa per ora ho scritto un racconto, che doveva andare in una raccolta i cui autori sono tutti rapper, ma mi sembra di capire che il progetto si sia bloccato. Se a qualcuno interessa, si può trovare qui. Ti avverto però che si parla di uccisioni di capre nella Calabria rurale degli anni ’50: è una storia ispirata da un fatto realmente accaduto a mio nonno. Se dovessi scrivere qualcosa di più lungo – e, ripeto, per adesso non lo farò – mi piacerebbe parlare del periodo che Cesare Pavese trascorse confinato a Brancaleone, paese in provincia di Reggio vicino a dove è cresciuta mia madre. Pavese è uno dei miei scrittori preferiti, la traccia Avrà i tuoi occhi sul mio disco è ispirata dalla sua bellissima poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.


Altri progetti per il futuro?

Sono in fase di scrittura abbastanza avanzata del nuovo disco solista, al momento ho 6 testi chiusi. Ancora non mi sento di dirvi altro, se non che liricamente sto studiando molto e cercando di migliorarmi al massimo, mentre dal punto di vista del sound ho in mente qualcosa di completamente diverso sia rispetto al disco precedente che rispetto a molte cose che si sentono in giro. A fine febbraio entrerò in studio per una prima session, insieme a persone che stimo moltissimo. Aspettatevi delle sorprese.


Nel salutarti, ti ringrazio per questa intervista. Vuoi aggiungere altro?

Sono io che ti ringrazio per le domande molto puntuali e pertinenti. In bocca al lupo per il vostro portale a cui auguro la migliore fortuna. Per chi vuole seguirmi in rete, ecco l’indirizzo della fan page e Twitter. Ovviamente anche i Kalafro hanno la fan page e Twitter. Per ordinare il mio Sacco o Vanzetti o Resistenza sonora dei Kalafro basta mandare una mail a [email protected] Sto cercando di convincere anche Bulanti di sbarcare sul magico mondo dei social network ma la vedo dura… Intanto vi lascio l’indirizzo del suo editore, da cui potete ordinare Fiamme in Fiore.

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